RASSEGNA STAMPA

15 FEBBRAIO 2003
PIETRO SISTO
[La fine di un eretico
Così fu bruciato il 17 febbraio

Il 17 febbraio del 1600 si chiudeva crudelmente l'esperienza umana e intellettuale di Giordano Bruno, l'inquieto e inquietante frate domenicano che per la spregiudicatezza del pensiero e per l'irregolarità della condotta di vita spinse la Chiesa cattolica ad uno dei gesti più cruenti ed intolleranti della sua storia.
Nato a Nola nel 1548, recatosi all'età di 14 anni a Napoli per studiare lettere, logica e dialettica, entrò poi come chierico nel convento napoletano di S. Domenico Maggiore dove, una volta ordinato sacerdote, studiò teologia mostrando da un lato una grande ammirazione per l'opera e il pensiero di san Tommaso, dall'altro una evidente insofferenza per le regole conventuali, non pochi dubbi e perplessità nei confronti del culto della Vergine e dei santi e soprattutto del dogma della Trinità. Da quel momento fu per lui un susseguirsi continuo di accuse ed imputazioni più o meno fondate, di tentativi di difesa più o meno riusciti, di abbandoni più o meno lunghi del saio e soprattutto un continuo peregrinare attraverso l'Italia e l'Europa alla ricerca ossessiva di una verità che sembrava sempre sfuggirgli e che comunque sperava di conquistare frequentando i circoli culturali più aperti e gli ambienti religiosi meno tradizionali ed ortodossi: quasi sempre, ricordò con amarezza, si aggirava «esule, fuggiasco, zimbello della fortuna, piccolo di corpo, scarso di beni, privo di favore, premuto dall'odio della folla, quindi disprezzato agli stolti e a quegli ignobilissimi che non riconoscono nobiltà se non dove splende l'oro, tinnisce l'argento».
Quando le guerre di religione tra cattolici ed ugonotti si fecero sempre più spietate ed aspre, particolarmente importanti per lui furono i lunghi e fruttuosi soggiorni a Parigi e Londra, dove poté tra l'altro maturare un coerente percorso intellettuale e filosofico e pubblicare le opere italiane più rilevanti. Dopo alcuni testi che documentano i profondi interessi per l'arte della memoria, nel 1582 nella capitale francese portò a termine il Candelaio che, attraverso una lingua «popolare» e i toni burleschi tipici della tradizione rinascimentale, anticipava per certi aspetti i nuclei filosofici e morali delle opere londinesi: la commedia, in realtà, affrontava temi rilevanti come quello del rapporto tra l'essere e l'apparire, tra sapienza vera e falsa sapienza, tra realtà ed illusione, tra la luce della scienza e della filosofia e le ombre dei pregiudizi e delle superstizioni.
Già in questa opera, insomma, si delineava con chiarezza il pensiero del dotto frate che forse troverà nella luce e nel sole l'immagine allegoricamente più significativa della sua riflessione: nella Cena delle ceneri, pur elogiando Copernico per aver sostenuto la dottrina eliocentrica, affermava che occorreva partire da lì per andare ben oltre, per definire un'idea di universo infinito, senza centro, capace di racchiudere infiniti mondi; le teorie dell'astronomo polacco gli apparivano, pertanto, come «una aurora, che dovea precedere l'uscita di questo sole de l'antiqua, vera filosofia, per tanti secoli sepolta nelle tenebrose caverne, de la cieca, maligna, proterva et invida ignoranza».
Bisognava, in realtà, distinguere la filosofia dalla teologia, la scienza dalla fede e soprattutto restituire piena dignità alla materia, cercando e ricercando incessantemente la divinità non «fuor del infinito mondo e le infinite cose, ma dentro questo et in quelle» (De la causa). Una ricerca che allo stesso Bruno appariva da un lato chiaramente moderna ed innovativa, dall'altro «luminosamente» e contraddittoriamente tradizionale perché non significava altro che far rivivere antiche e consolidate concezioni ingoiate dal tempo: «Sono amputate radici che germogliano, sono cose antique che rivegnono, son veritadi occolte che si scuoprono: è un nuovo lume che dopo lunga notte spunta all'orizonte et emisfero della nostra cognizione, et a poco a poco s'avicina al meridiano della nostra intelligenza».
E dalla luce al cielo il passo era ovviamente breve: quel cielo che domina, per es., nello Spaccio della bestia trionfante dove Giove invia Ercole sulla terra per mettere fine agli odi e ai rancori tra gli uomini per ristabilire la pace e la speranza ovvero nella Cabala del cavallo Pegaseo dove agli asini «negativi» degli aristotelici e dei falsi filosofi si oppongono con ostinazione coloro i quali credono nel lavoro e soprattutto nella cultura e nella scienza come strumenti capaci di avvicinare gli uomini alla divinità: questa stessa concezione, peraltro, informerà anche Gli eroici furori, nei quali la figura del sapiente sempre teso a superare i limiti della propria conoscenza e della propria esperienza si rispecchia tanto efficacemente quanto sinistramente nell'immagine della farfalla che attratta dalla luce rischia di finire bruciata dalla fiamma.
Come accadde proprio a lui che, riconosciuto «eretico impenitente pertinace ed ostinato», dopo aver ascoltato dignitosamente in ginocchio la feroce sentenza e subìta l'umiliazione del carcere, condotto a Campo dei Fiori, «spogliato nudo e legato a un palo», con la lingua stretta in una morsa di legno perché non potesse più parlare, fu bruciato vivo in un rogo, il cui bagliore finì per rendere eroicamente straordinaria una vicenda umana ed intellettuale che ancora molto prima di quell'epilogo era apparsa a molti originalissima ed irripetibile.

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vedi anche
Storia della filosofia