RASSEGNA STAMPA

14 FEBBRAIO 2003
MARINA VERNA
[Obbligato a esistere? Faccio causa alla vita

UNA donna mentalmente handicappata, ricoverata in un ospedale psichiatrico dello Stato di New York, viene violentata da un inserviente e resta incinta. L´aborto è illegale, la gravidanza non viene interrotta e nasce una bambina. Non ha tare ereditarie, ma la mancanza di una famiglia normale la fa soffrire al punto che con gli anni matura l´idea che per lei sarebbe stato meglio non nascere - una frase che a tutti qualche volta scappa di dire - perché è stata privata di diritti fondamentali. Muove così causa allo Stato di New York, per non aver saputo proteggere la madre dallo stupro che ha causato la sua nascita. Il caso è ancora aperto e infiamma, oltre ai giuristi, anche i medici e i filosofi. Cause come questa - figli contro genitori per un «torto da procreazione» - scardinano l´idea fondante che la nascita sia un bene intrinseco e assoluto per colui che nasce, un «dono» sempre e comunque, un beneficio così indubitabile che molti ritengono doveroso garantirlo a tutti, teorizzando quel diritto a esistere del nascituro da cui discende la proibizione dell´aborto e della ricerca sugli embrioni. Ma se c´è un diritto a esistere, c´è anche il simmetrico diritto a non esistere? Di questo ragiona Fabio Bacchini nel suo saggio che ruota intorno alle cause da «torto da procreazione» iniziate negli Anni 1960 nel mondo anglosassone e ora in devastante aumento. Radicalmente diverse da quelle per incuria e imperizia medica che si risolvono con un congruo indennizzo, vanno al cuore di un problema sul quale non ci sono ancora giudizi morali assestati né sensibilità sociali, ma nel quale si può restare drammaticamente intrappolati: che cosa rende la vita invivibile? Soltanto un handicap gravissimo o non anche, caso per caso, la povertà o il colore della pelle o la scarsa intelligenza o la statura più bassa della media? Questo è «l´argomento del piano inclinato», come lo chiama Bacchini: concedi qualcosa in un caso-limite, poi ti trovi costretto a concederlo anche in casi «in cui altrimenti non saremmo disposti a concederlo». Un caso-limite è la causa Gleitman contro Cosgrove: una donna contrae la rosolia nel primo mese di gravidanza ma, pur informata e assistita, decide di far nascere ugualmente il bambino. Questi, ritrovandosi con vista, udito e facoltà mentali difettose, viene spinto a fare causa ai suoi «sconsiderati» genitori. Per il tribunale, il caso non è di sua competenza. Anche perché la logica porterebbe alla conclusione che se amministrare la giustizia significa riparare il danno fatto restaurando la condizione precedente, riparare un «torto da procreazione» significherebbe restaurare la condizione di non esistenza. E quindi il massimo favore che un genitore potrebbe fare al figlio che gli rimproveri di averlo messo al mondo, sarebbe quello di togliervelo. Una richiesta di eutanasia, anche non volontaria, su cui discettano magari i filosofi, ma che certo medici e giuristi non sottoscriverebbero.

 

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