RASSEGNA STAMPA

4 FEBBRAIO 2003
ALESSANDRA IADICICCO
[L'orizzonte «post-human»

In America già si disegna un pianeta popolato di ibridi, pluritrapiantati e intelligenze artificiali.  Che spazio resterà per l'uomo?

Il doppio, l'eterno, il creato: ovvero il clonato.  Che abbia o meno trovato una realizzazione, la facoltà di dar vita, partendo da un individuo - singolo, mortale e fatalmente consegnato alla sua sorte a un secondo individuo - identico al primo, capace di moltiplicarlo all'infinito e di sottrarlo alla indisponibile determinazione della natura o (per chi ci crede) di un dio - fa un potentissimo effetto di rottura e di fascinazione.  Rottura.  Di vincoli finora insuperati.  Dei limiti che hanno costituito i principi di costruzione dell'individuo: identità, mortalità, finitezza.  Fascinazione.  Prodotta dall'infrazione di troppo umani confini.  Derivata dal delirio di onnipotenza di chi vorrebbe raddoppiare l'individuo, perpetuare chi è sottoposto alle misure del tempo, creare e produrre quel che è governato dalle leggi procreazione e riproduzione.  E' questa una fantasia che mitografi, rornanzieri, scrittori di fantascienza accarezzano da sempre: sedotti dal «doppio», attratti da mefistofeliche immortalità, tentati da fantasie di golem, replicanti, omuncoli, androidi, automi.  E' poi un'idea che, collocata sol confine tra scienza, finzione e il fanatico credo degli adepti di una setta, può esercitare un'attrazione pari solo allo sdegno generato dalla contravvenzione di evidenti divieti: etici, giuridici, religiosi, politici, scientifici. 

Come vuolesi dimostrare, la condanna pronunciata all'indomani della «nascita» di Eva ha eguagliato l'entusiasmo con cui i raeliani annunciavano la creazione della prima bambina-fotocopia.  Nel coro dei «no» si sono distinte le voci della fede, della politica e della comunità scientifica, che ha espresso la propria perplessità di fronte a quello che, più che un traguardo della ricerca ha tutta l'aria di una trovata pubblicitaria. E' una mossa propagandistica» (Harry Griffin, direttore dello scozzese Roslin Institute dove nacque la pecora Dolly), «Non si gioca con gli esperimenti» (il genetista Giuseppe Novelli), «E' una tecnica inutile e rischiosa» (il Nobel Renato Dulbecco), «Stanno bluffando» (il ginecologo Severino Antinori).  Così gli addetti ai lavori, concordi nel diffidare dell'operazione di Clonaid.  Più vaga la voce dell'etica, che ha fatto sentire la sua eco nel sensazionalismo di stampa e TV. Ma su un argomento come la clonazione, che moltiplicai dubbi morali, teorici e ontologici, che dicono i filosofi?  Non è oziosa l'idea di interrogare la filosofia sull'eventualità della clonazione umana, della quale i presupposti (esistenza e singolarità dell'individuo) e gli effetti (divisioni e e rottura che lo negano come tale) trovano nella speculazione la loro elaborazione più compiuta.

\B0DEI\

Genesi dell'individuo e sua generica (de)costruzione

Dunque l'individuo.  E' l'eroe della modernità occidentale, il primattore sulla scena del liberalismo e del mercato, il protagonista della contemporaneità globalizzata. Non esiste da sempre però.  Così come lo conosciamo, è stato costruito quattro secoli fa dai filosofi.  Teoricamente, ovvio, non geneticamente.  Ora che la scienza è impegnata a smontarlo, manipolarlo, raddoppiarlo, è utile far luce sulla struttura di questo fondamento della filosofia.  Studioso delle forme dell'individualità nell'età moderna è Remo Bodei, docente a Pisa e autore del recente, Destini personali (Feltrinelli), che conclude il tragitto iniziato con Scomposizioni, proseguito con Geometria delle passioni tutto sviluppata attorno al concetto di individuo.  Chi sono, abbiamo chiesto a Bodei, i fautori della sua genesi? «A torto si attribuisce la scoperta del soggetto moderno a Cartesio, che è però ancora legato all'idea di un'anima che dura dalla nascita alla morte e oltre la scomparsa fisica.  Colui che per primo rifiuta questo insostenibile concetto di sostanza è John Locke, che vede nel soggetto il frutto di uni lavoro costante e lo scopre come portatore di diritti.

Anche Arthur Schopenhauer ha un ruolo nella elaborazione dell'individuo.  In Il mondo come volontà e rappresentazione vede bene quanto illusorio sia l'Io.  L'anima non è per lui che illusione, voce che rimbomba in una sfera di vetro.  Quel che ci pone in essere è la cieca volontà.  Risultato: il soggetto, inconsistente, è costantemente chiamato ad affermarsi».  L'individuo, insomma, al suo nascere, contiene i germi della propria crisi. Quando esplode? «Tra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento.  Catalizzatori dell'esplosione sono i "maestri del sospetto", sospettosi delle forze che ci determinano: la corporeità in Nietzsche, le strutture economiche in Marx, l'inconscio in Freud. Ma più conosciamo queste forze più le dominiamo».  Ma l'uomo divenuto padrone della corporeità e dei semi della vita, progetta e determina l'individuo con una volontà che, umana, non è più quella cieca di Schopenhauer.  Eppure, in America, a proposito di biotecnologie e manipolazione genetica i filosofi parlano di post-human. L'umanità onnipotente porta al di là dell'umano?  E in che cosa si distingue questo superamento dalla «fine dell'umanismo» avviata con i sospetti ottocenteschi? «All'epoca dei totalitarismi si coltivava il progetto mefistofelico di creare un " uomo nuovo", sulla base di educazione, disciplina e ideologie (socialista o fascista).  Negli ultimi decenni, però, le biotecnologie hanno iniziato a costruire per davvero l'uomo nuovo, noni solo modificandolo con farmaci psicotropi, come il prozac, che intervengono sugli stati d'animo, ma agendo sulla materia vivente. La scienza arriva a toccare anche la vita, l'individuo e la sua discendenza.  Innumerevoli sono i risultati già raggiunti: dalla clonazione degli organi, alla riproduzione assistita, all'erogazione automatica di insulina.  Ciò comporta dei vantaggi.  Simili ricerche già permettono di curare. oltre tremila malattie generiche.  D'altra parte, però scompaiono così le barriere fra organico e plastico, fra animali e no , come mostrano trapianti sempre più arditi».  Fino alla clonazione umana? «La clonazione riproduttiva, sugli animali, è già stata raggiunta, ma ha dato vita a individui deboli e tarati.  La natura, del resto, per creare im organismo perfetto ha impiegato miliardi di anni.  Ma già si prevedono linee di sviluppo futuro tanto inquietanti quanto affascinanti. Già  è possibile avere il corpo di un uomo e il cuore di un maiale, e una rivista autorevole come il Medical lancet annuncia i pluritrapiantati di un prossimo domani. Individui costruiti in laboratorio con l'intenzione di migliorarne le funzioni organiche.  Uomini fatti su misura. Ciò pone ai filosofi domande fondamentali: che tipo di uomini verranno fuori?  Quale sarà il futuro del singolo in una società di cloni?  Quali le implicazioni etiche, le conseguenze politiche?».

\FUKUYAMA\

La scienza rimette in moto la storia

 Francis Fukuyama è celeberrimo per aver pronunciato nel 1989, all'indomani della caduta del muro di Berlino, una definitiva sentenza su La fine della storia.  Crollato il contribuito, il filosofo americano vedeva da una parte una strada spianata alla diffusione in tutto il pianeta del modello liberaldemocratico, dall'altra un cumulo di  macerie che sbarrava qualsiasi sviluppo di alternative politiche.  Morale: il cammino storico dell'umanità era concluso.  A quattordici anni di distanza, però, un dubbio più radicale di quello sul futuro politico ha incrinato l'inappellabilità di quel giudizio.  Il dubbio che l'umanità non sarà (non sia) più la stessa.  A trasformarla, nel senso più concreto, interviene il progresso della scienza che, come tale, come progresso, non può non aprire la questione di un avvenire politico. Interamente dedicato agli effetti della biologia sulla comprensione della politica è l'ultimo libro di Fukuyama: L'uomo oltre l'uomo. Le conseguenze della rivoluzione biotecnologica (Mondadori).  Il politologo vi traccia i possibili itinerari verso un'umanità manipolabile da governare in una prospettiva internazionale.  A dispetto della concretezza della situazione che Fukuyama ci presenta, dell'esaustivítà della sua disamina delle normative attualmente vigenti e del pragmatismo delle soluzioni che propone, più incerte sono le sue risposte in fatto di etica.  Il filosofo si pone il grande interrogativo sulla dignità umana che l'ingegneria genetica rischia di violare, e si chiede se il futuro postumano non corrisponda a un gigantesco abisso morale.

\MAFFETT0NE\

Gli ostacoli tecnico-scíentífici più efficaci dei divieti dell'etica

Scettico sui clamori scatenati da Clonaid, fiducioso nel progresso della scienza e sobriamente disincantato sulla possibilità per la filosofia di dare risposte etiche definitive si è detto Sebastiano Maffettone, presidente della Società italiana di Filosofia politica. «C'è tutto una grande distonia tra la proporzione dei recenti fatti di cronaca e la gravità dei problemi che pone la clonazione umana.  Comunque, anche sciogliendosi dall'operazione mediatica Clonaid (una buffonata priva di dignità scientifica) la filosofia deve elaborare una riflessione che, se pure di carattere etico, non può essere di natura coercitiva.  Credo che non ci siano dubbi (ma non è una scoperta della filosofia) sul fatto che vada respinta la clonazione riproduttiva e promossa quella terapeutica.  Su questo fronte la ricerca non va fermata. Aberrante invece appare l'ipotesi (coltivata per esempio dagli estremisti dell'ideologia nazista) di produrre geneticamente individui nuovi.  Realisticamente però, si deve osservare che l'individuo clonato non può essere la stessa persona. Sarà molto simile all'individuo di partenza, ma non identico. L'identità genetica non corrisponde all'identità personale.  A far sfumare certe fantasie alla Frankenstein sono inoltre proprio le ragioni tecnicoscientifiche.  Realizzare la clonazione è oggettivamente complicato.  Per arrivare alla nascita di Dolly si sono ripetute numerose prove: e chi si impegnerebbe a creare un uomo sapendo che riuscirà un solo tentativo su quattrocento?  Ci sono poi altre controindicazioni: l'invecchiamento precoce dei clonati, le tare psicologiche.  Tutti ostacoli tecnico-scientifici».

\MARCHESINI\

L'orizzonte «oltreumano»

S i filosofi cedono la parola alla scienza gli scienziati devono rendersi filosoficamente consapevoli. Avvertito sulle ricadute teoriche delle conquiste della biotecnologia è Roberto Marchesini, autore del recentissimo Post human (Bollati-Boringhieri).  L'orizzonte post-umano che vi descrive è abitato da soggetti che dell'«umano» hanno perduto l'essenza e la cultura. Ibridi, frutto della contaminazione con organismi animali, innesti biotecnologici, manipolazioni proteiche, connessioni con supporti informatici.  Non è utopia né fantasia.  Perché, se per motivi come il doppio e l'avatar, l'elisir di lunga vita e la macchina del tempo Marchesini evoca le grandi figure della finzione - Mr Hyde e Dorian Gray, la rinascita di Visnù e L'invasione degli ultracorpí - quando fa il punto sulle scoperte più recenti descrive  uno scenario che alla fiction non ha nulla da invidiare. Intelligenze senza mente e cervelli elettronici senz'anima, interfaccia cyber e make-up cellulari, computer o elettrodomestici «intelligenti», di cui non padroneggiamo gli algoritmi: tutto questo confuta il dettato delle filosofie umanistiche. E la crisi dell'umanismo avvia un nuovo pensiero «transumanista» che deve ripensare anche metamorfosi del corpo umano e le sue prestazioni.

\GIORELLO\

il vecchio Kant esorcizzi fantasmi e superstizioni

Molti dubbi sugli ultimi episodi di cronaca e assoluta certezza sulle possibilità di clonare esseri umani ha espresso Giulio Giorello che, per la filosofia, propone un ritorno a Kant, pensatore non rétro. «Non c'è una prova convincente di quel che i raeliani annunciano di aver compiuto ma è scontato che le biotecnologie applicate all'uomo riusciranno a clonarlo.  La filosofia deve allora chiedere quanto sia utile.  Kantianamente, l'individuo è sempre considerato come un fine, non come un mezzo. E in un'ottica kantiana non vedo alcuna utilità nel clonare se stessi. E' ridicolo pensare di prolungare con ciò la propria esistenza. Ci sarà forse un altro simile a me come un gemello omozigote, ma non un altro me stesso. Aveva ragione Chesterton: da quando abbiamo rinunciato al cristianesimo, siamo ritornati a superstizioni che ci fanno accettare ogni sciocchezza. Risultato: un dibattito poco scientifico che non giova alla serietà di etica e filosofia. Con questo non auspico un ritorno a valori religiosi  e, d'altra parte, anche la posizione della religione rispetto all'eventuale clonazione umana argomentata. E' attualissimo, in proposito, il libro di Gina Kolata, Cloni. Da Dolly all'uomo (Cortina) L'autrice vi discute le posizioni morali delle fedi dei maggiori credo: musulmani, cristiani cattolici e protestanti, ebrei.  Ciò detto, io non sono contrario alle biotecnologie, se la ricerca è condotta da scienziati rigorosi.  Vorrei che si tenesse alto il tenore del dibattito filosofico politico e laico. Bisognerebbe lavorare anche in questo senso; occorre fare una pulizia del linguaggio, perché gli abusi dei linguaggio sono abusi di potere.  Quello cui recentemente abbiamo assistito non era che un scoop pubblicitario goffo e maldestro.  E' quel che succede quando si crea tra etica e scienza un intreccio fortemente emotivo.  Con l'aggravante che, purtroppo questo è un regalo fatto a chi guarda alla scienza e alla tecnica come a potenze demoniache e intrinsecamente malvagie».

\BONCINELLI\

I cloni?  Giocattoli per miliardari annoiati

Concorda con Giorello Edoardo Boncinelli, direttore. del laboratorio di Biotecnologia biomolecolare del San Raffaele di Milano. «Non vedo i vantaggi della clonazione umana: per ora solo i rischi. Tra quindici anni qualcuno forse mi spiegherà che c'è un vantaggio nel duplicare un individuo.  Allora mi porrò il problema.  Adesso credo che fare un individuo uguale a un altro non abbia alcun senso.  Posso invece cercare di fare un individuo con determinate caratteristiche: già lo si sia tentando e ciò pone problemi ben maggiori.  Il primo caso, quello del doppio identico, mi pare non utile e problematico. Il mondo è già pieno di gemelli, che sono il due per cento dei nati. In futuro, se mai la pratica ci metterà nelle condizioni di farlo, spero proprio che non si vogliano duplicare individui identici.  Ha senso invece discutere di etica con chi intende dare vita a un uomo con determinate caratteristiche.  Allora anzitutto ci si deve collettivamente domandare? Intellettuali, caratteriali, la forza fisica?  La salute?  In secondo luogo si deve affrontare la possibilità assai verosimile di creare individui imperfetti.  Intelligentissimi e depressi. Oppure sani, forti e lenti di mente.  E' molto probabile che si arriverà a creare individui difettosi, non a migliorarli.  Ma questo è un discorso che forse faremo sensatamente tra una decina di anni.  E che probabilmente interesserà solo pochi ricconi annoiati che, nel privato, vorranno mettersi a giocare con dei giocattoli umani».

\HABERMAS\

Che il liberalismo non governi anche la genetica

Non rimanda tanto avanti l'urgenza di porsi sensatamente il problema etico della clonazione il filosofo tedesco Jürgen Habermas.  Né è uno scritto di occasione (non è cioè una risposta a Clonaid) quello che il pensatore ha pubblicato in Germania nel 2001 e che Einaudi ha appena tradotto con il titolo Il futuro della natura umana.  I rischi di una genetica liberale.  Habermas schiva con eleganza la quotidiana valanga di annunci sulle nuove scoperte della tecnologia biomedica prendendola, con debito distacco teoretico, piuttosto alla lontana.  Parte da quel 1973 in cui per la prima volta si riuscì a separare e ricombinare gli elementi fondamentali di un genoma.  Una data inaugurale.  L'avvio di un processo proseguito in accelerando fino a sottoporre, in modo spettacolare e agli occhi di tutti problemi di enorme rilievo morale.  Sono due in particolare i punti di frattura con cui la nuova genetica oltrepassa ampiamente le tradizionali questioni etiche e politiche.  L'inviolabilità della persona (intaccata in laboratorio) e l'indisponibilità della sua nascita (progettata e realizzata con una decisione e con un gesto calcolato).  Quella che Habermas chiama la «genetica liberale» (quella cioè che, liberata da un etico laissez faire, è tutta protesa all'ottimizzazione dell'uomo per opera dell'uomo), pone nuovi radicali interrogativi.  Sulla comprensione morale del genere umano e sulla concezione stessa di «genere» tout court.  Sulla distinzione tra quel che è nato e cresciuto e quello che. è fabbricato e prodotto.  Sulla futura flessibilità di spazi creativi e sulle misure dell'originalità  di una persona.  Interrogativi, per ora, tutti insoluti.]]

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Cultura-Impresa scientifica