![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 FEBBRAIO 2003 |
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In America già si disegna un pianeta
popolato di ibridi, pluritrapiantati e intelligenze artificiali. Che spazio resterà per l'uomo?
Il
doppio, l'eterno, il creato: ovvero il clonato. Che abbia o meno trovato una realizzazione, la facoltà di dar
vita, partendo da un individuo - singolo, mortale e fatalmente consegnato alla
sua sorte a un secondo individuo - identico al primo, capace di moltiplicarlo
all'infinito e di sottrarlo alla indisponibile determinazione della natura o
(per chi ci crede) di un dio - fa un potentissimo effetto di rottura e di
fascinazione. Rottura. Di vincoli finora insuperati. Dei limiti che hanno costituito i principi
di costruzione dell'individuo: identità, mortalità, finitezza. Fascinazione. Prodotta dall'infrazione di troppo umani confini. Derivata dal delirio di onnipotenza di chi
vorrebbe raddoppiare l'individuo, perpetuare chi è sottoposto alle misure del
tempo, creare e produrre quel che è governato dalle leggi procreazione e
riproduzione. E' questa una fantasia che mitografi, rornanzieri, scrittori
di fantascienza accarezzano da sempre: sedotti dal «doppio», attratti da
mefistofeliche immortalità, tentati da fantasie di golem, replicanti, omuncoli,
androidi, automi. E' poi un'idea che,
collocata sol confine tra scienza, finzione e il fanatico credo degli adepti di
una setta, può esercitare un'attrazione pari solo allo sdegno generato dalla
contravvenzione di evidenti divieti: etici, giuridici, religiosi, politici,
scientifici.
Come
vuolesi dimostrare, la condanna pronunciata all'indomani della «nascita» di Eva
ha eguagliato l'entusiasmo con cui i raeliani annunciavano la creazione della
prima bambina-fotocopia. Nel coro dei
«no» si sono distinte le voci della fede, della politica e della comunità
scientifica, che ha espresso la propria perplessità di fronte a quello che, più
che un traguardo della ricerca ha tutta l'aria di una trovata pubblicitaria. E'
una mossa propagandistica» (Harry Griffin, direttore dello scozzese Roslin
Institute dove nacque la pecora Dolly), «Non si gioca con gli esperimenti» (il
genetista Giuseppe Novelli), «E' una tecnica inutile e rischiosa» (il Nobel
Renato Dulbecco), «Stanno bluffando» (il ginecologo Severino Antinori). Così gli addetti ai lavori, concordi nel
diffidare dell'operazione di Clonaid.
Più vaga la voce dell'etica, che ha fatto sentire la sua eco nel
sensazionalismo di stampa e TV. Ma su un argomento come la clonazione, che
moltiplicai dubbi morali, teorici e ontologici, che dicono i filosofi? Non è oziosa l'idea di interrogare la
filosofia sull'eventualità della clonazione umana, della quale i presupposti
(esistenza e singolarità dell'individuo) e gli effetti (divisioni e e rottura
che lo negano come tale) trovano
nella speculazione la loro elaborazione più compiuta.
\B0DEI\
Genesi dell'individuo e sua generica
(de)costruzione
Dunque
l'individuo. E' l'eroe della modernità
occidentale, il primattore sulla scena del liberalismo e del mercato, il
protagonista della contemporaneità globalizzata. Non esiste da sempre
però. Così come lo conosciamo, è stato
costruito quattro secoli fa dai filosofi.
Teoricamente, ovvio, non geneticamente.
Ora che la scienza è impegnata a smontarlo, manipolarlo, raddoppiarlo, è
utile far luce sulla struttura di questo fondamento della filosofia. Studioso delle forme dell'individualità
nell'età moderna è Remo Bodei, docente a Pisa e autore del recente, Destini personali (Feltrinelli), che
conclude il tragitto iniziato con Scomposizioni,
proseguito con Geometria delle passioni tutto sviluppata attorno al concetto di
individuo. Chi sono, abbiamo chiesto a
Bodei, i fautori della sua genesi? «A torto si attribuisce la scoperta del
soggetto moderno a Cartesio, che è però ancora legato all'idea di un'anima che
dura dalla nascita alla morte e oltre la scomparsa fisica. Colui che per primo rifiuta questo
insostenibile concetto di sostanza è John Locke, che vede nel soggetto il
frutto di uni lavoro costante e lo scopre come portatore di diritti.
Anche
Arthur Schopenhauer ha un ruolo nella elaborazione dell'individuo. In Il
mondo come volontà e rappresentazione vede bene quanto illusorio sia
l'Io. L'anima non è per lui che
illusione, voce che rimbomba in una sfera di vetro. Quel che ci pone in essere è la cieca volontà. Risultato: il soggetto, inconsistente, è
costantemente chiamato ad affermarsi».
L'individuo, insomma, al suo nascere, contiene i germi della propria
crisi. Quando esplode? «Tra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento. Catalizzatori dell'esplosione sono i
"maestri del sospetto", sospettosi delle forze che ci determinano: la
corporeità in Nietzsche, le strutture economiche in Marx, l'inconscio in Freud.
Ma più conosciamo queste forze più le dominiamo». Ma l'uomo divenuto padrone della corporeità e dei semi della
vita, progetta e determina l'individuo con una volontà che, umana, non è più
quella cieca di Schopenhauer. Eppure,
in America, a proposito di biotecnologie e manipolazione genetica i filosofi
parlano di post-human. L'umanità
onnipotente porta al di là dell'umano?
E in che cosa si distingue questo superamento dalla «fine dell'umanismo»
avviata con i sospetti ottocenteschi? «All'epoca dei totalitarismi si coltivava
il progetto mefistofelico di creare un " uomo nuovo", sulla base di
educazione, disciplina e ideologie (socialista o fascista). Negli ultimi decenni, però, le biotecnologie
hanno iniziato a costruire per davvero l'uomo nuovo, noni solo modificandolo
con farmaci psicotropi, come il prozac, che intervengono sugli stati d'animo,
ma agendo sulla materia vivente. La
scienza arriva a toccare anche la vita, l'individuo e la sua discendenza. Innumerevoli sono i risultati già raggiunti:
dalla clonazione degli organi, alla riproduzione assistita, all'erogazione
automatica di insulina. Ciò comporta
dei vantaggi. Simili ricerche già
permettono di curare. oltre tremila malattie generiche. D'altra parte, però scompaiono così le
barriere fra organico e plastico, fra animali e no , come mostrano trapianti
sempre più arditi». Fino alla
clonazione umana? «La clonazione riproduttiva, sugli animali, è già stata
raggiunta, ma ha dato vita a individui deboli e tarati. La natura, del resto, per creare im
organismo perfetto ha impiegato miliardi di anni. Ma già si prevedono linee di sviluppo futuro tanto inquietanti
quanto affascinanti. Già è possibile avere il corpo di un uomo e il
cuore di un maiale, e una rivista autorevole come il Medical lancet annuncia i pluritrapiantati di un prossimo domani.
Individui costruiti in laboratorio con l'intenzione di migliorarne le funzioni
organiche. Uomini fatti su misura. Ciò
pone ai filosofi domande fondamentali: che tipo di uomini verranno fuori? Quale sarà il futuro del singolo in una
società di cloni? Quali le implicazioni
etiche, le conseguenze politiche?».
\FUKUYAMA\
La scienza rimette in moto la storia
Francis Fukuyama è celeberrimo per aver pronunciato nel
1989, all'indomani della caduta del muro di Berlino, una definitiva sentenza su
La fine della storia. Crollato il contribuito, il filosofo
americano vedeva da una parte una strada spianata alla diffusione in tutto il
pianeta del modello liberaldemocratico, dall'altra un cumulo di macerie che sbarrava qualsiasi sviluppo di
alternative politiche. Morale: il
cammino storico dell'umanità era concluso.
A quattordici anni di distanza, però, un dubbio più radicale di quello
sul futuro politico ha incrinato l'inappellabilità di quel giudizio. Il dubbio che l'umanità non sarà (non sia)
più la stessa. A trasformarla, nel
senso più concreto, interviene il progresso della scienza che, come tale, come
progresso, non può non aprire la questione di un avvenire politico. Interamente
dedicato agli effetti della biologia sulla comprensione della politica è
l'ultimo libro di Fukuyama: L'uomo oltre
l'uomo. Le conseguenze della rivoluzione biotecnologica (Mondadori). Il politologo vi traccia i possibili
itinerari verso un'umanità manipolabile da governare in una prospettiva
internazionale. A dispetto della
concretezza della situazione che Fukuyama ci presenta, dell'esaustivítà della
sua disamina delle normative attualmente vigenti e del pragmatismo delle
soluzioni che propone, più incerte sono le sue risposte in fatto di etica. Il filosofo si pone il grande interrogativo
sulla dignità umana che l'ingegneria genetica rischia di violare, e si chiede
se il futuro postumano non
corrisponda a un gigantesco abisso morale.
\MAFFETT0NE\
Gli ostacoli tecnico-scíentífici più
efficaci dei divieti dell'etica
Scettico
sui clamori scatenati da Clonaid, fiducioso nel progresso della scienza e
sobriamente disincantato sulla possibilità per la filosofia di dare risposte
etiche definitive si è detto Sebastiano Maffettone, presidente della Società
italiana di Filosofia politica. «C'è tutto una grande distonia tra la
proporzione dei recenti fatti di cronaca e la gravità dei problemi che pone la
clonazione umana. Comunque, anche
sciogliendosi dall'operazione mediatica Clonaid (una buffonata priva di dignità
scientifica) la filosofia deve elaborare una riflessione che, se pure di
carattere etico, non può essere di natura coercitiva. Credo che non ci siano dubbi (ma non è una scoperta della
filosofia) sul fatto che vada respinta la clonazione riproduttiva e promossa
quella terapeutica. Su questo fronte la
ricerca non va fermata. Aberrante invece appare l'ipotesi (coltivata per
esempio dagli estremisti dell'ideologia nazista) di produrre geneticamente
individui nuovi. Realisticamente però,
si deve osservare che l'individuo clonato non può essere la stessa persona.
Sarà molto simile all'individuo di partenza, ma non identico. L'identità
genetica non corrisponde all'identità personale. A far sfumare certe fantasie alla Frankenstein sono inoltre
proprio le ragioni tecnicoscientifiche.
Realizzare la clonazione è oggettivamente complicato. Per arrivare alla nascita di Dolly si sono
ripetute numerose prove: e chi si impegnerebbe a creare un uomo sapendo che
riuscirà un solo tentativo su quattrocento?
Ci sono poi altre controindicazioni: l'invecchiamento precoce dei
clonati, le tare psicologiche. Tutti
ostacoli tecnico-scientifici».
\MARCHESINI\
L'orizzonte «oltreumano»
S i
filosofi cedono la parola alla scienza gli scienziati devono rendersi
filosoficamente consapevoli. Avvertito sulle ricadute teoriche delle conquiste
della biotecnologia è Roberto Marchesini, autore del recentissimo Post human (Bollati-Boringhieri). L'orizzonte post-umano che vi descrive è
abitato da soggetti che dell'«umano» hanno perduto l'essenza e la cultura.
Ibridi, frutto della contaminazione con organismi animali, innesti
biotecnologici, manipolazioni proteiche, connessioni con supporti
informatici. Non è utopia né
fantasia. Perché, se per motivi come il
doppio e l'avatar, l'elisir di lunga vita e la macchina del tempo Marchesini
evoca le grandi figure della finzione - Mr Hyde e Dorian Gray, la rinascita di
Visnù e L'invasione degli ultracorpí -
quando fa il punto sulle scoperte più recenti descrive uno scenario che alla fiction non ha nulla da invidiare. Intelligenze senza mente e
cervelli elettronici senz'anima, interfaccia cyber e make-up
cellulari, computer o elettrodomestici «intelligenti», di cui non padroneggiamo
gli algoritmi: tutto questo confuta il dettato delle filosofie umanistiche. E
la crisi dell'umanismo avvia un nuovo pensiero «transumanista» che deve
ripensare anche metamorfosi del corpo umano e le sue prestazioni.
\GIORELLO\
il vecchio Kant esorcizzi fantasmi e
superstizioni
Molti
dubbi sugli ultimi episodi di cronaca e assoluta certezza sulle possibilità di
clonare esseri umani ha espresso Giulio Giorello che, per la filosofia, propone
un ritorno a Kant, pensatore non rétro. «Non c'è una prova convincente di quel
che i raeliani annunciano di aver compiuto ma è scontato che le biotecnologie
applicate all'uomo riusciranno a clonarlo.
La filosofia deve allora chiedere quanto sia utile. Kantianamente, l'individuo è sempre
considerato come un fine, non come un
mezzo. E in un'ottica kantiana non vedo alcuna utilità nel clonare se stessi.
E' ridicolo pensare di prolungare con ciò la propria esistenza. Ci sarà forse
un altro simile a me come un gemello omozigote, ma non un altro me stesso.
Aveva ragione Chesterton: da quando abbiamo rinunciato al cristianesimo, siamo
ritornati a superstizioni che ci fanno accettare ogni sciocchezza. Risultato:
un dibattito poco scientifico che non giova alla serietà di etica e filosofia.
Con questo non auspico un ritorno a valori religiosi e, d'altra parte, anche la posizione della religione rispetto
all'eventuale clonazione umana argomentata. E' attualissimo, in proposito, il
libro di Gina Kolata, Cloni. Da Dolly
all'uomo (Cortina) L'autrice vi discute le posizioni morali delle fedi dei
maggiori credo: musulmani, cristiani cattolici e protestanti, ebrei. Ciò detto, io non sono contrario alle
biotecnologie, se la ricerca è condotta da scienziati rigorosi. Vorrei che si tenesse alto il tenore del
dibattito filosofico politico e laico. Bisognerebbe lavorare anche in questo
senso; occorre fare una pulizia del linguaggio, perché gli abusi dei linguaggio
sono abusi di potere. Quello cui
recentemente abbiamo assistito non era che un scoop pubblicitario goffo e
maldestro. E' quel che succede quando
si crea tra etica e scienza un intreccio fortemente emotivo. Con l'aggravante che, purtroppo questo è un
regalo fatto a chi guarda alla scienza e alla tecnica come a potenze demoniache
e intrinsecamente malvagie».
\BONCINELLI\
I cloni? Giocattoli per miliardari annoiati
Concorda
con Giorello Edoardo Boncinelli, direttore. del laboratorio di Biotecnologia
biomolecolare del San Raffaele di Milano. «Non vedo i vantaggi della clonazione
umana: per ora solo i rischi. Tra quindici anni qualcuno forse mi spiegherà che
c'è un vantaggio nel duplicare un individuo.
Allora mi porrò il problema.
Adesso credo che fare un individuo uguale a un altro non abbia alcun
senso. Posso invece cercare di fare un
individuo con determinate caratteristiche: già lo si sia tentando e ciò pone
problemi ben maggiori. Il primo caso,
quello del doppio identico, mi pare non utile e problematico. Il mondo è già
pieno di gemelli, che sono il due per cento dei nati. In futuro, se mai la
pratica ci metterà nelle condizioni di farlo, spero proprio che non si vogliano
duplicare individui identici. Ha senso
invece discutere di etica con chi intende dare vita a un uomo con determinate
caratteristiche. Allora anzitutto ci si
deve collettivamente domandare? Intellettuali, caratteriali, la forza
fisica? La salute? In secondo luogo si deve affrontare la
possibilità assai verosimile di creare individui imperfetti. Intelligentissimi e depressi. Oppure sani,
forti e lenti di mente. E' molto
probabile che si arriverà a creare individui difettosi, non a migliorarli. Ma questo è un discorso che forse faremo
sensatamente tra una decina di anni. E
che probabilmente interesserà solo pochi ricconi annoiati che, nel privato,
vorranno mettersi a giocare con dei giocattoli umani».
\HABERMAS\
Che il liberalismo non governi anche la
genetica
Non
rimanda tanto avanti l'urgenza di porsi sensatamente il problema etico della
clonazione il filosofo tedesco Jürgen Habermas. Né è uno scritto di occasione (non è cioè una risposta a Clonaid)
quello che il pensatore ha pubblicato in Germania nel 2001 e che Einaudi ha
appena tradotto con il titolo Il futuro
della natura umana. I rischi di una
genetica liberale. Habermas schiva
con eleganza la quotidiana valanga di annunci sulle nuove scoperte della
tecnologia biomedica prendendola, con debito distacco teoretico, piuttosto alla
lontana. Parte da quel 1973 in cui per
la prima volta si riuscì a separare e ricombinare gli elementi fondamentali di
un genoma. Una data inaugurale. L'avvio di un processo proseguito in
accelerando fino a sottoporre, in modo spettacolare e agli occhi di tutti
problemi di enorme rilievo morale. Sono
due in particolare i punti di frattura con cui la nuova genetica oltrepassa
ampiamente le tradizionali questioni etiche e politiche. L'inviolabilità della persona (intaccata in
laboratorio) e l'indisponibilità della sua nascita (progettata e realizzata con
una decisione e con un gesto calcolato).
Quella che Habermas chiama la «genetica liberale» (quella cioè che, liberata
da un etico laissez faire, è tutta protesa all'ottimizzazione
dell'uomo per opera dell'uomo), pone nuovi radicali interrogativi. Sulla comprensione morale del genere umano e sulla concezione stessa di «genere» tout court.
Sulla distinzione tra quel che è nato e cresciuto e quello che. è fabbricato
e prodotto. Sulla futura flessibilità
di spazi creativi e sulle misure dell'originalità di una persona.
Interrogativi, per ora, tutti insoluti.]]