[La «Lettera
settima» e altri testi
PLATONE: LA
FILOSOFIA AL POTERE
Platone
non è soltanto il grande filosofo che, con Aristotele, si spartì il futuro del pensiero
occidentale; quand’anche la sua visione idealistica della realtà possa
apparire, per certi aspetti, superata, resta la sua grandezza letteraria. Il
letterato Platone è infatti l’inventore del genere dialogico, sintesi di
tragedia e commedia, svincolate dai limiti metrici della poesia e ricondotte
nell’ambito più libero, realistico e fantastico al tempo stesso, della prosa.
Esperite le possibilità dei dialoghi, dalla drammaticità patetica dell’ Apologia
di Socrate alla politica antiretorica del Gorgia, il Platone della
maturità, mentre si volge lentamente alla forma del saggio filosofico che
troverà compiutezza nelle Leggi, inventa un ulteriore genere letterario,
la lettera filosofica, puro desiderio di dialogo in prima persona con un
interlocutore lontano. È un ritorno alla ragione prima della scrittura stessa,
nata per inviare messaggi oltre le barriere del tempo e dello spazio, ma usata
sotto forma di lettera fino a quel momento soltanto per contenuti pratici.
Platone per primo comprende che tutta la letteratura è una grande lettera, un
messaggio ai contemporanei e ai posteri, se vorranno leggere, un bel rischio
affidato all’incertezza di non arrivare mai alla ragione e al cuore del
destinatario. Perciò scrive, presumibilmente attorno al 353 a.C., una lettera -
la settima della raccolta tramandata dal corpus degli scritti platonici - che
non chiede una risposta, ma narra la svolta decisiva della sua vita: il
tentativo di portare la propria filosofia al potere nella Siracusa del tiranno
Dionisio II, fallito per l’irrimediabile corruzione morale del tiranno;
l’amicizia con Dione, che muore mentre cerca di realizzare questo progetto con
la forza delle armi; le ragioni ultime del vivere filosofico. È un testamento
spirituale, sospeso tra le speranze deluse di salvare l’ideale ellenico della
libertà e la consolazione, conoscitiva e contemplativa, del Sommo Bene, che si
trasmette soltanto per esperienza, perché è impossibile da scrivere. La Lettera
settima è impreziosita da alcune tra le più belle riflessioni del maggior
discepolo di Socrate: «La tirannide non è un bene né per chi la esercita, né
per chi la subisce»; «è un male meno grave subire... le grandi ingiustizie,
piuttosto che commetterle»; «nessuna città è felice, e nessun omo, se non
vivono secondo saggezza ispirata da giustizia, sia che le abbiano in sé come
virtù, sia che le abbiano apprese attraverso la giusta educazione ricevuta da
uomini retti»; «nelle guerre civili non c’è tregua al male fino a che i
vincitori, cessando di vendicarsi dei loro avversari, non metteranno fine a
esili stragi e rappresaglie e torneranno padroni di sé stessi, stabilendo leggi
uguali per tutti, vantaggiose tanto per i vincitori, quanto per i vinti».
Quest’ultima massima torna di stringente attualità nel nostro tempo, quando la
globalizzazione economico-culturale ha reso ogni guerra, dal conflitto mondiale
allo scontro locale, una guerra civile. A tale grandezza teorica fanno
riscontro i limiti pratici del pensiero di Platone e della stessa civiltà
greca, che proprio durante la vita di Platone, con la traduzione italiana a
fronte di Maria Grazia Ciani, rende accessibili la Lettera settima con
le altre dodici, tramandate sotto il nome di Platone, nella collana «Scrittori
greci e latini», edita da Mondadori per la Fondazione Lorenzo Valla.
L’introduzione e il commento, a cura di Margherita Isnardi Parente, ne
chiariscono la natura: a parte appunto la Lettera settima, quasi
certamente autentica o tutt’al più rimaneggiata, su materiale autentico, in
ambito e tempi vicinissimi a Platone,e forse la Lettera ottava, ad essa
strettamente connessa, le rimanenti lettere, quasi certamente del tutto spurie,
compongono un romanzo epistolare sulle avventure siracusane del filosofo.
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