![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 FEBBRAIO 2003 |
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"Gadamer:
l'ermeneutica e il destino della filosofia" "Ermeneutica ed
emancipazione" è stato il tema dell'intervento di Vattimo, che ha
sottolineato come «l'ermeneutica legga la tradizione come testo vivo, in
maniera analoga a quanto fa il giudice che non si limita a contemplare la
lettera della norma ma la vivifica, ogni volta, caso per caso per caso»,
rintracciando così in "Verità e metodo" un progetto di continua
trasformazione del dato che fa di «Gadamer un pensatore "politico"
anche più rigoroso di Marx perché - prosegue Vattimo - pensava
l'emancipazione come successiva inesauribile spiritualizzazione del reale.
Una volta che si pensi l'emancipazione come raggiunta, infatti, ogni telos
ulteriore non può che essere relegato nello spazio del Gulag o della clinica
psichiatrica e questo spiega almeno in parte quell'inferno che era diventata
l'ex Unione Sovietica». Accostamenti forse poco accademici che non
risparmiano neanche il maestro di Gadamer, in una lettura del pensiero
heideggeriano che inaspettatamente colloca il più compromesso col Nazismo dei
filosofi accanto alle avanguardie novecentesche che espressero, nelle più
varie forme, la crisi irrimediabile di una soggettività che si voleva
epicentro obbligato di un discorso teso al possesso della verità intesa come
fondamento incontrovertibile dell'essere. Heidegger in compagnia di
Kandinsky, quindi, ma anche del Charlie Chaplin del "Grande dittatore"
e di "Tempi moderni" in un'ideale linea rossa che lega i tentativi
di «fare esplodere la logica dell'oggettività per decostruire la potenza
della tecnologia», sabotaggio semantico di quella logica funzionale che
riduce la totalità dell'essere, pensiero e linguaggio, uomini e cose, a
risorse disponibili per la produzione e che troverà la sua massima
espressione proprio in quei formidabili dispositivi tecnologici per la
produzione di sterminio di massa che furono Auschwitz e la bomba di
Hiroshima. Tocca poi a Carlo Angelino dell'Università di Genova mettere in
questione la fortunata definizione habermasiana di "Gadamer come
urbanizzatore della provincia heideggeriana" sottolineando la
complessità e l'ambiguità, «cui è riconducibile anche la tardiva publicazione
di "Verità e metodo" del rapporto tra maestro e allievo». E «quanto
dovesse costituire un cruccio e un turbamento dirompente per Gadamer il
radicalismo filosofico di un pensatore come Heidegger, i cui sentieri si
inoltravano nel bosco del pensiero in cerca di una lichtung, di una radura,
che spesso non trovavano, finendo per perdersi definitivamente nel fitto del
linguaggio». Quanto poco tutto questo
fosse un girolonzare ozioso, ma abbia a che vedere con quello che Severino ha
definito «il carattere di ineluttabilità della filosofia contemporanea» lo si
può comprendere solo vedendovi piuttosto quell'autentico domandare camminando
che non si lascia prendere dall'ansia di trovare immediatamente delle
risposte. Filosofia come inesauribile passione del domandare, unico vero
antidoto a un discorso pubblico intossicato da parole d'ordine ripetute tutti
giorni fino alla nausea e che sono un insulto anche al senso comune più
banale. Come quando ci dicono che la via per lo sviluppo economico passa per i
licenziamenti di milioni di persone, per esempio, oppure che la via per la
pace passa inevitabilmente per una guerra, poi un'altra e un'altra ancora. |