RASSEGNA STAMPA

4 FEBBRAIO 2003
CLAUDIO MARRADI
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"Gadamer: l'ermeneutica e il destino della filosofia"
Un ritratto dell'intellettuale tedesco tracciato in un convegno a Genova
Gadamer padre di quell'ermeneutica che ha segnato il definitivo congedo della filosofia dall'idea di una verità ogettiva, Gadamer erede della migliore tradizione umanista, l'instancabile tessitore di dialoghi, Gadamer allievo prediletto di Heidegger, che scrive il suo lavoro più importante, "Verità e metodo" a sessant'anni e che, nel ricordo ancora vivo di Gianni Vattimo, beve bottiglie di Calvados a cent'anni suonati. Sono i tanti tasselli del ritratto del grande maestro, scomparso l'anno scorso alla veneranda età di 102 anni, tratteggiato nel convegno "Gadamer: l'ermeneutica e il destino della filosofia", organizzato nei giorni scorsi dal Goethe Institut, dalla casa editrice "Il Melangolo" e dall'Università di Genova. E che, in compagnia del filosofo torinese, ha riunito studiosi italiani ed europei come Emanuele Severino e Gunter Figal, Giovanni Reale e Friederike Rise, Federico Vercellone e Thomas Schwartz Wentzer.

"Ermeneutica ed emancipazione" è stato il tema dell'intervento di Vattimo, che ha sottolineato come «l'ermeneutica legga la tradizione come testo vivo, in maniera analoga a quanto fa il giudice che non si limita a contemplare la lettera della norma ma la vivifica, ogni volta, caso per caso per caso», rintracciando così in "Verità e metodo" un progetto di continua trasformazione del dato che fa di «Gadamer un pensatore "politico" anche più rigoroso di Marx perché - prosegue Vattimo - pensava l'emancipazione come successiva inesauribile spiritualizzazione del reale. Una volta che si pensi l'emancipazione come raggiunta, infatti, ogni telos ulteriore non può che essere relegato nello spazio del Gulag o della clinica psichiatrica e questo spiega almeno in parte quell'inferno che era diventata l'ex Unione Sovietica». Accostamenti forse poco accademici che non risparmiano neanche il maestro di Gadamer, in una lettura del pensiero heideggeriano che inaspettatamente colloca il più compromesso col Nazismo dei filosofi accanto alle avanguardie novecentesche che espressero, nelle più varie forme, la crisi irrimediabile di una soggettività che si voleva epicentro obbligato di un discorso teso al possesso della verità intesa come fondamento incontrovertibile dell'essere. Heidegger in compagnia di Kandinsky, quindi, ma anche del Charlie Chaplin del "Grande dittatore" e di "Tempi moderni" in un'ideale linea rossa che lega i tentativi di «fare esplodere la logica dell'oggettività per decostruire la potenza della tecnologia», sabotaggio semantico di quella logica funzionale che riduce la totalità dell'essere, pensiero e linguaggio, uomini e cose, a risorse disponibili per la produzione e che troverà la sua massima espressione proprio in quei formidabili dispositivi tecnologici per la produzione di sterminio di massa che furono Auschwitz e la bomba di Hiroshima. Tocca poi a Carlo Angelino dell'Università di Genova mettere in questione la fortunata definizione habermasiana di "Gadamer come urbanizzatore della provincia heideggeriana" sottolineando la complessità e l'ambiguità, «cui è riconducibile anche la tardiva publicazione di "Verità e metodo" del rapporto tra maestro e allievo». E «quanto dovesse costituire un cruccio e un turbamento dirompente per Gadamer il radicalismo filosofico di un pensatore come Heidegger, i cui sentieri si inoltravano nel bosco del pensiero in cerca di una lichtung, di una radura, che spesso non trovavano, finendo per perdersi definitivamente nel fitto del linguaggio».

Quanto poco tutto questo fosse un girolonzare ozioso, ma abbia a che vedere con quello che Severino ha definito «il carattere di ineluttabilità della filosofia contemporanea» lo si può comprendere solo vedendovi piuttosto quell'autentico domandare camminando che non si lascia prendere dall'ansia di trovare immediatamente delle risposte. Filosofia come inesauribile passione del domandare, unico vero antidoto a un discorso pubblico intossicato da parole d'ordine ripetute tutti giorni fino alla nausea e che sono un insulto anche al senso comune più banale. Come quando ci dicono che la via per lo sviluppo economico passa per i licenziamenti di milioni di persone, per esempio, oppure che la via per la pace passa inevitabilmente per una guerra, poi un'altra e un'altra ancora.

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