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Ma non c’è medicina senza filosofia
di
ALBERTO MALLIANI
Le domande apparentemente oziose sono spesso
quelle cui è più difficile rispondere. Questo accade soprattutto quando esse
si riferiscono a qualcosa che può essere intuito nella sua globalità. Sant'Agostino,
a proposito del tempo, diceva che se doveva parlarne sapeva benissimo di cosa
si trattava, ma che non riusciva a definirlo. Tutti intuiscono cosa sia la
medicina. Ma per cercare di definirla occorre un percorso di grande
complessità. La sorpresa, lungo tale percorso, è il germinare continuo di
elementi costitutivi che, come chiavi, aprono a una comprensione più diretta
zone inesplorate (alcune intuibili altre meno) oltre che a contraddizioni
palesi, e anche il senso di quella tensione necessaria per ricercare la più
umana tra le medicine possibili.
A motivare questa mia riflessione non sono soltanto le dimostrazioni
quotidiane che la cronaca offre della fragilità concettuale ed etica che
caratterizzano l'odierna medicina, ma anche la lettura di un libro appena
uscito di Ivan Cavicchi ( Filosofia della pratica medica , Bollati
Boringhieri). Un libro, a parer mio, intelligente, profondo e, soprattutto,
ricchissimo di chiavi interpretative.
Prendiamone una: «Per i medici, la natura di un malato è la natura. Per
altri, la natura di un malato è la sua storia. Per altri ancora è il suo
linguaggio...». Diventa pertanto subito chiaro che esistono più possibilità
per definire la medicina a fini diversi, possibilità tutte essenziali.
Semplificando, da una parte la scienza della natura e dall'altra la scienza
dell'uomo. Ossia la medicina si occupa di modalità della natura, ma la
natura, nella sua sostanzialità, diventa anche qualcosa di bio-sociale, di
bio-culturale.
«La medicina non è complessa solo perché è un insieme di scienza e di arte,
di natura e di cultura, ma lo è perché, prima di tutto, in una sua parte
fondamentale, quella della scienza della natura, essa è già complessa». Una
conseguenza: «La conoscenza, anche scientifica, di un malato non può essere
data come stabile». «La sostanza è in pratica anche funzione dell'apparato
concettuale che la studia. Si accede alla natura di un malato attraverso una
realtà concettuale prima ancora che sostanziale. Ma se è così, perché non
definire la medicina come scienza dei concetti naturali?». D'altro canto «la
malattia è sempre un evento esistenziale, essa non è mai solo un accadimento
naturale».
Eppoi c'è l'arte del medico. E l'arte è ragionare. Poiché non è vero che
l'intuizione clinica sia priva di logica ma è vero anzi che in essa si
sommano logiche di tipo diverso in un'interazione che ne aumenta l'efficacia.
E' impossibile una ricognizione adeguata di questo libro che, come un
mosaico, offre al pensare mille tessere diverse, tutte concettualmente
identificate, e quindi reali. Ma è più facile riassumere la tesi globale:
«Propongo un'alleanza nuova tra filosofia e scienza per accrescere
l'efficacia della medicina stessa, per renderla migliore rispetto alle
multiformi necessità di chi sta male».
Adesso il pensiero non può non tornare alla cronaca. Le delusioni quotidiane
rispetto alle promesse non mantenute da parte della tecnocrazia produttiva,
bugie spesso ciniche e che avrebbero un devastante effetto autofago se non
fosse che la memoria dell'uomo è porosa all'oblio, questa danza d'ogni giorno
di scoperte amplificate, di un loro uso privo di sapienza, questo mischiare
sempre e comunque conoscenza e denaro, in sostanza questa agonia della
sapienza dell'uomo tecnologico, quanto tutto ciò si gioverebbe di questa
alleanza nuova!
Per chi cerca la verità nella scienza medica, ogni giorno è irto di
inimicizia, specie se propone uno sviluppo civile sostenibile sulla base
delle vere conoscenze scientifiche e non uno sviluppo economico basato sui
bisogni indotti. Siamo a un bivio: dobbiamo scegliere o l'uomo e la sua
scienza o il mercato e i suoi uomini. Nel frattempo, rischia sempre di più
una medicina che non rifletta sulla propria storia.
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