![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 FEBBRAIO 2003 |
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«La miglior ricerca scientifica è
caratterizzata dall'atteggiamento critico», dichiarava nel 1967 Karl Popper
in un'intervista dedicata all’influenza su di lui esercitata da Albert Einstein.
E aggiungeva che confrontandosi con l'opera di Einstein gli era divenuto chiaro
come la critica entro la scienza differisse dalla tradizionale critica
filosofica. Mentre quest'ultima è «un attacco alla pretesa che una data teoria
può essere dimostrata come vera», la critica scientifica è «un attacco a quanto
la teoria stessa ci dice, cioè al suo contenuto o alle sue conseguenze». Popper
l'aveva provato sulla sua pelle. In una lettera dell'11 settembre 1935 Einstein
aveva liquidato «in maniera concisa e decisiva» (come riconoscerà lo stesso
destinatario!) una sorta di esperimento mentale escogitato dal giovane Karl per
mettere in imbarazzo l'interpretazione del celebre principio di
indeterminazione (1927) data dal suo scopritore, Werner Heisenberg. Popper
contestava l'idea che si dovessero considerare oggettivamente indeterminate
grandezze fisiche «incompatibili» come, per esempio, la posizione e la velocità
di una particella, e riteneva ancora aperta la domanda fino a che punto «la
natura fosse decisa a nascondere ai nostri occhi certe grandezze fisiche».
Al di là dell'errore tecnico, la critica di Popper era consonante con
l'insoddisfazione dello stesso Einstein nei confronti di «una descrizione tanto
esile della Natura» qual era quella offerta dalla meccanica quantistica.
Insieme con Boris Podolsky e Nathan Rosen, proprio Einstein doveva in
quell'anno presentare un argomento finalizzato soprattutto contro la pretesa
che la meccanica quantistica fosse una teoria completa. Del resto, come osserva
il fisico Franco Selleri (in un contributo nel numero doppio di Nuova
civiltà delle macchine dedicato al «razionalismo critico» popperiano),
l'approccio alle tematiche quantistiche di Popper «ci ha regalato un punto di
partenza davvero alternativo che oggi più che mai varrebbe la pena di prendere
in considerazione».
Può, però, stupire che nel 1968 Popper avesse alquanto sbrigativamente
stroncato un interessante filone di ricerca, peraltro influente da più di un
trentennio, mirante a una nuova «logica», diversa da quella classica e capace
di render ragione della questione conoscitiva sollevata dalla meccanica
quantistica. Nemmeno allora mancarono i critici, tra i quali Joseph Maria Jauch,
fisico di fama internazionale e brillante divulgatore scomparso nel 1974, il
pubblico italiano conosce il suo Sulla realtà dei quanti (pubblicato per
Adelphi), una sorta di dialogo galileiano in cui vengono difese le nuove
concezioni che scaturiscono dalla meccanica quantistica contro le posizioni
«conservatrici», fossero anche quelle di un Einstein.
Popper, che non ci teneva affatto a passare alla storia come il Simplicio del
Dialogo di Galileo, questa volta preferì manzonianamente «troncare e sopire».
Jauch non gliela perdonò, e in una lettera gli rinfacciò l'ormai celebre slogan
per cui la critica sarebbe «lo spirito della scienza». Nel numero 414 di Le
Scienze (a breve in edicola), Maria Luisa Dalla Chiara e Roberto Giuntini
ricostruiscono in modo documentato ed esauriente l'intera vicenda, mostrando
come alla base della sottovalutazione popperiana di quella che oggi è ormai
nota come «logica quantistica» vi fosse un serio fraintendimento. E concludono:
«Da un punto di vista matematico Jauch aveva certamente ragione. Ma si era
forse macchiato di un errore psicologico». Non aver chiarito puntualmente al
collega filosofo i passi scorretti del suo ragionamento, rimandandolo invece
alla letteratura sull'argomento, tra cui spiccava un importante lavoro dello
stesso Jauch!