RASSEGNA STAMPA

30 GENNAIO 2003
editoriale
[Il Bello e il Buono di Platone

"La virtù è qualcosa di unico e la giustizia, la temperanza e la santità sono sue parti, oppure tutte queste cose che proprio ora ho menzionato sono nomi di quella unica cosa?". Questa importantissima domanda è formulata dal personaggio di Socrate nel "Protagora", uno dei dialoghi da cui è più utile incamminarsi per addentrarsi nella riflessione di Platone sulla condotta morale dell'uomo: un aspetto del pensiero platonico relativamente in ombra rispetto ad altri che hanno più potentemente rapito la fantasia dei filosofi posteriori e degli esegeti. La stretta interdipendenza fra la morale di Platone, la sua metafisica e la sua dottrina della conoscenza - e, al tempo stesso, le importantissime distinzioni che il filosofo stesso introduce - è stata evidenziata, in modi e forme differenti, dagli interventi degli insigni studiosi che ieri pomeriggio nella Cappella Ducale di Palazzo Farnese hanno inaugurato "Plato Ethicus", il convegno internazionale in quattro giornate sull'etica di Platone indetto nella nostra città dall'International Plato Society (Ips) e aperto ieri dal saluto dell'assessore provinciale alla cultura Vittorio Anelli ("Sono grato all'Ips - ha detto - per aver scelto Piacenza per un convegno di tale levatura scientifica: una scelta del resto giustificata dalla dimensione culturale della nostra città"). Questa prima giornata, che ha visto Livio Rossetti presiedere ai lavori, è stata aperta da Christopher Rowe dell'Università di Durham, che nel suo intervento - spaziando fra diversi scritti platonici, da "Fedone", "Repubblica" e "Gorgia" al meno noto "Liside" - ha sottolineato come l'idea che "ogni desiderio sia desiderio del Bene" conferisca una potente prospettiva unitaria al pensiero di Platone sull'uomo, rivendicando però la necessità di non perdere di vista, in questo amplissimo contesto, i "sottili dettagli" che sono maggiormente illuminanti per la comprensione della sua filosofia. Francisco Bravo, dell'Università di Caracas, ha offerto (in spagnolo) un'accurata ricerca filologica sul significato della parola greca "epistéme" (scienza) nella frase posta da Platone in bocca al suo Socrate "areté es epistéme" ("la virtù è scienza"), rilevando il fondamentale significato di "conoscenza di sé" che il vocabolo mantiene nel contesto. Bruno Centrone dell'Università di Pisa, in un intervento "tecnicamente" assai agguerrito, ha ribadito il carattere di "hòlon" (tutto) che il concetto di virtù assume nell'etica platonica. Questa tesi dell'"unità della virtù in Platone" è stata parzialmente criticata da Maurizio Migliori dell'Università di Macerata nel suo vulcanico intervento, che ha registrato il maggior numero di spettatori nel pomeriggio. Insistendo sulla natura "una e insieme molteplice" della realtà delle Idee in Platone e sulla funzione disciplinatrice che la "misura" esercita su questa realtà, Migliori ha disseminato - partendo dal presupposto che "ogni idea, nella sua semplicità, contiene altre idee ed è parte di altre idee" - una serie di spunti stimolanti: il ruolo privilegiato del piacere nell'etica platonica (la pratica delle virtù, per Platone, conduce a una vita più felice di quella dei vizi a esse contrari); l'affermazione non confutata di Protagora nel dialogo omonimo (secondo cui le virtù si implicano a vicenda, non si identificano), cui fanno riscontro in altri dialoghi passi espliciti su virtù "tra loro contrarie" e la celebre frase del "Politico" secondo cui l'uomo di Stato deve saper "legare con un filo divino" le virtù dei suoi concittadini perché "le virtù, lasciate a se stesse, degenerano in vizi per eccesso o per difetto"; e infine il nesso profondo fra Bene e Bellezza.
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