RASSEGNA STAMPA

26 GENNAIO 2003
PIETRO GRECO
[Quando la vita non aveva l'elica
Sono passati cinquant’anni da quando Max Perutz, caporeparto in quell’«officina dei Nobel» che si stava formando a Cambridge, in Inghilterra, mostrò a un giovane fisico-matematico, Francis Crick, e a un giovane biologo, James Watson, i dati strutturali raccolti da Rosalind Franklin mediante diffrazione dei raggi X di una macromolecola biologica, l’acido deossiribonucleico, il Dna, depositaria dei caratteri che gli organismi viventi si trasmettono, come aveva dimostrato un secolo prima padre Gregor Mendel, per via ereditaria.

Sono passati cinquant'anni esatti da una delle più grandi accelerazioni mai conosciute dalla biologia e dalla scienza tout court. Era infatti l’inizio di febbraio del 1953 quando Crick e Watson vennero a conoscenza del passo e del diametro della struttura a elica che il Dna assume nello spazio tridimensionale della cellula.

Di quella macromolecola si sapeva già molto. Che era la depositaria dei geni. Che era formata da uno scheletro zuccherino (un polimero di deossiribosio) e da quattro basi, due puriniche (adenina e guanina) e due pirimidiniche (citosina e timina), che si stagliano dallo scheletro in direzione perpendicolare. Che queste basi a loro volta si uniscono fra loro mediante legami a idrogeno. Però, non si sapeva come la molecola si organizzasse nello spazio. E soprattutto come assolvesse alla sua funzione genetica.

Rosalind Franklin aveva la prova che la forma assunta nello spazio del Dna era quella di un’elica. Ma era troppo prudente per avanzare ipotesi non sostenute da solide dimostrazioni. Crick e Watson non avevano siffatta prudenza. Avevano una forte ambizione. Sapevano che Linus Pauling e la stessa Franklin stavano per sciogliere l’arcano. E, soprattutto, erano abbastanza giovani da non essere troppo condizionati dai modelli e dai concetti imperanti nell’ambiente dei biochimici. Così, dopo aver preso visione dei dati cristallografici della loro non troppo amata collega, decisero di avanzare una proposta e di sottoporla alla rivista Nature.

Nell’articolo, uno dei più famosi articoli scientifici di tutti i tempi, che Nature pubblica nel mese di aprile del ‘53 col titolo «Una struttura dell’Acido nucleico desossiribosio», Watson e Crick sostengono che la struttura tridimensionale a elica del Dna è in realtà una «doppia elica», formata da due filamenti della molecola avvitati intorno a un medesimo asse virtuale e tenuti insieme dai legami a idrogeno specifici che l’adenina forma con la timina e la guanina con la citosina.

In quella doppia elica è contenuta la chiave molecolare e quindi il fondamento di quella particolare organizzazione della materia che chiamiamo vita. È dopo la scoperta di Watson e Crick, infatti, che la biologia molecolare diventa la scienza emergente, destinata in pochi lustri a scalzare la fisica dal ruolo centrale di scienza regina, nell’immaginario scientifico collettivo degli esperti e del grande pubblico.

Non è dunque affatto esagerato celebrare, come fa «Nature» nel suo ultimo numero, i cinquant’anni della nota di Watson e Crick. E tuttavia importanza non minore ha una seconda nota che gli stessi scienziati inviano a «Nature» qualche settimana dopo e che la rivista pubblica nel mese di giugno.

È in questa seconda nota infatti che si afferma: «È probabile che la sequenza precisa delle basi (del Dna) sia il codice che trasporta l’informazione genetica». È solo in questo momento che il Dna inizia a essere indicato come la molecola che detiene il «codice della vita». È da questo momento che la biologia molecolare non è solo lo studio delle basi molecolari della vita. Anzi, come sostiene il biologo e storico della biologia Michele Morange: «La biologia molecolare non è una disciplina strictu sensu, ma piuttosto un nuovo modo di percepire il vivente come contenitore e veicolo di informazione».

La seconda nota inviata dagli scienziati ha un’importanza, sul piano epistemologico, almeno pari a quella che ha la prima nota. Perché è con questa seconda nota che indicano nel Dna la molecola che detiene l’alfabeto e le note grammaticali per esprimere, in una lingua compiuta e ordinata, tutta l’enorme mole di informazioni contenuta e veicolata dai sistemi viventi.

Il 1953 è, dunque, l’anno in cui, per dirla con lo storico e filosofo della biologia Gilberto Corbellini, si comincia a comprendere la «grammatica del vivente». O meglio, una delle diverse grammatiche che utilizza il vivente. Perché se c’è una differenza tra i biologi molecolari del 1953 e i loro colleghi di oggi è proprio che oggi si sa che quella del Dna è la più importante, ma non l’unica grammatica del vivente. Ed è per questo che le due note di Watson e Crick, così come il sequenziamento completo del «codice della vita» ottenuto negli ultimi anni, rappresentano un passaggio importante, ma non il passaggio definitivo per comprendere come funziona la poliglotta società del vivente.

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