![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 GENNAIO 2003 |
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Sono
passati cinquant'anni esatti da una delle più grandi accelerazioni mai
conosciute dalla biologia e dalla scienza tout court. Era infatti
l’inizio di febbraio del 1953 quando Crick e Watson vennero a conoscenza del
passo e del diametro della struttura a elica che il Dna assume nello spazio
tridimensionale della cellula.
Di
quella macromolecola si sapeva già molto. Che era la depositaria dei geni. Che
era formata da uno scheletro zuccherino (un polimero di deossiribosio) e da
quattro basi, due puriniche (adenina e guanina) e due pirimidiniche (citosina e
timina), che si stagliano dallo scheletro in direzione perpendicolare. Che
queste basi a loro volta si uniscono fra loro mediante legami a idrogeno. Però,
non si sapeva come la molecola si organizzasse nello spazio. E soprattutto come
assolvesse alla sua funzione genetica.
Rosalind
Franklin aveva la prova che la forma assunta nello spazio del Dna era quella di
un’elica. Ma era troppo prudente per avanzare ipotesi non sostenute da solide
dimostrazioni. Crick e Watson non avevano siffatta prudenza. Avevano una forte
ambizione. Sapevano che Linus Pauling e la stessa Franklin stavano per
sciogliere l’arcano. E, soprattutto, erano abbastanza giovani da non essere
troppo condizionati dai modelli e dai concetti imperanti nell’ambiente dei
biochimici. Così, dopo aver preso visione dei dati cristallografici della loro
non troppo amata collega, decisero di avanzare una proposta e di sottoporla
alla rivista Nature.
Nell’articolo,
uno dei più famosi articoli scientifici di tutti i tempi, che Nature
pubblica nel mese di aprile del ‘53 col titolo «Una struttura dell’Acido
nucleico desossiribosio», Watson e Crick sostengono che la struttura
tridimensionale a elica del Dna è in realtà una «doppia elica», formata da due
filamenti della molecola avvitati intorno a un medesimo asse virtuale e tenuti
insieme dai legami a idrogeno specifici che l’adenina forma con la timina e la
guanina con la citosina.
In
quella doppia elica è contenuta la chiave molecolare e quindi il fondamento di
quella particolare organizzazione della materia che chiamiamo vita. È dopo la
scoperta di Watson e Crick, infatti, che la biologia molecolare diventa la
scienza emergente, destinata in pochi lustri a scalzare la fisica dal ruolo
centrale di scienza regina, nell’immaginario scientifico collettivo degli
esperti e del grande pubblico.
Non
è dunque affatto esagerato celebrare, come fa «Nature» nel suo ultimo numero, i
cinquant’anni della nota di Watson e Crick. E tuttavia importanza non minore ha
una seconda nota che gli stessi scienziati inviano a «Nature» qualche settimana
dopo e che la rivista pubblica nel mese di giugno.
È in
questa seconda nota infatti che si afferma: «È probabile che la sequenza
precisa delle basi (del Dna) sia il codice che trasporta l’informazione
genetica». È solo in questo momento che il Dna inizia a essere indicato come la
molecola che detiene il «codice della vita». È da questo momento che la
biologia molecolare non è solo lo studio delle basi molecolari della vita.
Anzi, come sostiene il biologo e storico della biologia Michele Morange: «La
biologia molecolare non è una disciplina strictu sensu, ma piuttosto un
nuovo modo di percepire il vivente come contenitore e veicolo di informazione».
La
seconda nota inviata dagli scienziati ha un’importanza, sul piano
epistemologico, almeno pari a quella che ha la prima nota. Perché è con questa
seconda nota che indicano nel Dna la molecola che detiene l’alfabeto e le note
grammaticali per esprimere, in una lingua compiuta e ordinata, tutta l’enorme
mole di informazioni contenuta e veicolata dai sistemi viventi.
Il
1953 è, dunque, l’anno in cui, per dirla con lo storico e filosofo della
biologia Gilberto Corbellini, si comincia a comprendere la «grammatica del
vivente». O meglio, una delle diverse grammatiche che utilizza il vivente.
Perché se c’è una differenza tra i biologi molecolari del 1953 e i loro
colleghi di oggi è proprio che oggi si sa che quella del Dna è la più
importante, ma non l’unica grammatica del vivente. Ed è per questo che le due
note di Watson e Crick, così come il sequenziamento completo del «codice della
vita» ottenuto negli ultimi anni, rappresentano un passaggio importante, ma non
il passaggio definitivo per comprendere come funziona la poliglotta società del
vivente.