![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 24 GENNAIO 2003 |
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Lo
sviluppo oltre l'Occidente
«Da sempre il Sud del mondo ha contribuito a far
crescere i valori universali. Ma ora il problema è come fare buon uso del
mercato e del progresso così da eliminare le principali fonti di illibertà:
l'ignoranza, la malattia, la mancanza di democrazia»
«Data la gravità e le conseguenze
dei contrasti tra le varie identità sociali esistenti nel mondo, sembra quasi
impossibile l'assenza di riflessione etica che affligge buona parte
dell'umanità. In realtà, l'identità può rappresentare qualcosa di complicato,
anche se potrebbe essere il risultato di una scelta». Così esordisce il
professor Amartya Sen, premio Nobel per l'economia nel 1998 e professore
emerito di Harvard, commentando l'argomento che affronterà giovedì prossimo a
Venezia.
Professor Sen, ma non è proprio il valore dell'identità a causare tanti
conflitti etnico-culturali odierni?
«Anche se l'identità sociale e il suo corollario di valori non possono essere
trascurati, è necessario prendere le distanze dall'eccesso opposto. Al di sopra
di tutto c'è la possibilità di determinare il proprio destino e la propria
identità in base ad una scelta razionale, anche se l'influenza esercitata dalla
comunità a cui apparteniamo non è affatto un dato definitivo. Alcuni dei miei
ricordi più dolorosi, per esempio, risalgono alla mia adolescenza, nell'India
degli anni Quaranta quando, in seguito alla partenza degli inglesi, nella
popolazione avvennero identificazioni degenerative e settarie con le comunità
indù, musulmane e sikh. Le carneficine che ne seguirono furono determinate
dalle nuove e belligeranti identità, senza alcun esame critico di quanto stava
accadendo. Ancora oggi, quanto accadde in India si sta verificando in diverse
parti del mondo».
Quindi i giudizi morali dovrebbero essere spiegati e valutati solo partendo dai
valori e dalle regole della comunità a cui la persona appartiene?
«In parte sì. Mi riferisco a quelle società che, difendendo particolari
tradizioni e costumi, penalizzano per esempio la condizione sociale delle
donne. In altri contesti, viene negata la possibilità di giudizi interculturali
sul comportamento e sulle istituzioni e talvolta viene messa in discussione
anche la comprensione e lo scambio tra culture diverse. Mohandas Gandhi ha
deciso liberamente di dare priorità all'indipendenza dell'India dal dominio
britannico rispetto alla sua identità di avvocato, formatosi all'osservanza e
all'applicazione della legge inglese. Così un'ebrea, nella Germania nazista,
avrebbe ardentemente desiderato di essere scambiata per una tedesca, pur di
sfuggire alla persecuzione. Ma ci sono anche dei limiti con cui decidiamo di
identificarci, e limiti più forti quando vogliamo convincere gli altri che
siamo diversi».
Ma alla radice del valore dell'identità c'è il valore della libertà, che è diventato
sempre più centrale nel dibattito politico e filosofico contemporaneo. Lei
mette sempre in relazione libertà ed eguaglianza. Però tutte le filosofie
politiche moderne, dall'utilitarismo all'anarco-capitalismo, dal
contrattualismo alla Rawls alla teoria di Dworkin, presuppongono una qualche
idea di uguaglianza...
«Tutte rispondono alla domanda "eguaglianza di che cosa". Libertari e
anarco-capitalisti si esprimono in termini di diritti, soprattutto di diritti
di proprietà. Rawls di beni principali; Dworkin di risorse, gli utilitaristi di
preferenze e gli economisti in genere di redditi. Per me, nessuna di queste
risposte è del tutto soddisfacente. Per questo propongo un approccio basato
sulle capacità, un approccio che consente di guardare alle possibilità reali
che gli individui hanno di ottenere ciò cui essi attribuiscono valore. Così si
evita che le libertà formali, che pure hanno un'importanza fondamentale, si
trasformino in qualcosa d'altro».
I No global spesso la attaccano in modo contraddittorio e acritico perché
rifiutano l'economia capitalistica e il mercato di cui lei ha sempre detto di
comprendere i valori. Perché?
«La globalizzazione non va interpretata come un fenomeno
dell'occidentalizzazione, perché da sempre i Paesi non occidentali hanno
contribuito all'arricchimento dei valori universali. Il problema non è
rinunciare alle conquiste della scienza e ai vantaggi forniti dalla tecnologia,
né agli incontestabili benefici che derivano dal vivere in società aperte
anziché chiuse. Il problema è come fare buon uso della liberalizzazione dei
mercati e dei risultati del progresso tecnico-scientifico in modo che, tutti i
Paesi, anche quelli del Terzo mondo, possano fruirne per raggiungere un
adeguato sviluppo. I miglioramenti delle condizioni di vita degli individui
possono andare di pari passo con la globalizzazione di una serie di diritti
fondamentali, tra cui la libertà d'espressione».
Anche senza distogliere lo sguardo dalle terribili privazioni e dalle enormi
disuguaglianze esistenti nel mondo, possiamo negare che anche i poveri stiano
facendo qualche passo in avanti?
«Lo sviluppo non consiste in una maggiore ricchezza di beni materiali, ma anche
e soprattutto in un processo di trasformazione sociale che elimini le fonti
principali di illibertà come l'ignoranza, la malattia, la mancanza di
democrazia, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse ambientali...».
Come si possono raggiungere questi obiettivi?
«La strada da percorrere è quella del rafforzamento delle istituzioni. Solo col
superamento dei confini nazionali si può estendere e consolidare la libertà
degli individui e quindi le loro libere scelte. Sono necessari anche programmi
alimentari, adeguati sistemi sanitari, una diffusa scolarizzazione. Tutto ciò
può incidere profondamente sulle capacità produttive delle popolazioni che, di
conseguenza, diverranno fattori di crescita economica».