![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 GENNAIO 2003 |
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Si chiama Moshed ben
Maimon, ma il nome viene poi latinizzato in Maimonide. E' un ebreo spagnolo,
vissuto fra il 1135 ed il 1204, che si dedica alla medicina ed alla filosofia. Viene
ricordato soprattutto per un'opera dal titolo curioso («Guida dei perplessi»),
in cui, ispirandosi all'insegnamento di Aristotele, cerca di mettere d'accordo
filosofia e religione, dissipando le perplessità suscitate da una convivenza
sempre difficile. Il titolo di un breve e penetrante scritto di Giovanni Giulietti
(«Dedicato ai perplessi») si ispira a quello di Maimonide, anche se i contenuti
sono ovviamente diversi. Sono una cinquantina di pagine, rivolte ai tanti che
faticano a trovare una soluzione a quello che si potrebbe definire il problema
«ultimo», ossia a quella «questione che può essere indicata alla buona così:
siamo davvero esseri spirituali, siamo davvero qualcosa di profondamente
diverso da tutto ciò che può essere spiegato con i processi evolutivi? E c'è
davvero un Dio creatore del mondo, intelligenza suprema e suprema bontà?».
Gli atei veramente tali ed i credenti saldissimi nelle loro certezze danno
risposte nette e contrapposte. Ma rappresentano una sia pure agguerrita
minoranza, mentre tutti gli altri, i più, restano, appunto, «perplessi»,
attanagliati dal dubbio. E' a loro che si rivolge l'Autore, invitandoli, prima
di tutto, a riflettere su quella caratteristica, l'autocoscienza, che rende
l'uomo tale, differenziandolo dai suoi parenti più stretti, gli animali:
«grazie all'autocoscienza, l'uomo sa e sa di sapere, e sa altresì di non sapere
e perciò si pone domande».
L'autocoscienza costituisce la base di quella che siamo soliti definire la
dimensione spirituale. E risulta poco convincente l'obiezione di chi intende
spiegarla con il processo evolutivo, di cui potrebbe costituire una sia pure
elevata manifestazione. Essa appare infatti «eterogenea rispetto allo sviluppo
naturale», ossia diversa non sul piano quantitativo, ma qualitativo. Non dunque
un «di più», ma qualcosa «d'altro», che poi permette all'uomo di costruire un
linguaggio ed un pensiero capaci di porsi di fronte alla realtà per cercare di
comprenderla in termini razionali.
Acquisita questa consapevolezza, siamo in grado di porre in modo più corretto
il problema dell'esistenza di Dio. Qui troviamo una contrapposizione radicale
fra chi la afferma e chi la nega, fra teisti ed atei. In realtà, poiché tutti
devono ammettere una causa, la contrapposizione vera è fra chi la individua
nell'atto creatore di un Dio e chi pensa ad un processo puramente naturale,
alla cui origine ci sarebbero solo «gli atomi, il vuoto (o ciò che la scienza
oggi può porre in loro vece) e il caso».
Chi sostiene la prima tesi, sottolinea la presenza nel mondo di un ordine che
rimanda ad un'Intelligenza superiore. Chi professa la seconda, pone in evidenza
i tanti mali e le tante assurdità che affliggono l'uomo. Chi ammette Dio, si
trova dunque in difficoltà di fronte al male, chi pensa ad un universo frutto
del caso, prova un eguale imbarazzo di fronte al bene. Resta il fatto «che il
mondo che conosciamo è un mondo strutturato. Persino le cose che ci affliggono
e ci disgustano sono strutturate». Ciò fa pensare che una delle due possibili
spiegazioni, quella materialistico-casualistica, sia contraddittoria.
Più logica, al limite, l'ipotesi di tipo manicheo, con due divinità, il dio del
bene ed il dio del male, in lotta fra loro. Essa pone però altri problemi
insolubili, perché il male «può solo negare, distruggere, uccidere: è
assolutamente incapace di produrre, di mettere al mondo qualcosa che prima non
c'era: neanche un granellino di sabbia». A questo punto, afferma l'Autore, si
conclude l'itinerario percorso affidandosi alla ragione. Solo «chi ha la
fortuna di possedere la fede», può procedere oltre. Ma questa, come si usa
dire, è un'altra storia, che non riguarda i «perplessi».
Questo lavoro offre diversi motivi di riflessione, sia per le tematiche in sé,
sia per il modo con cui vengono affrontate. Il testo si caratterizza infatti
per un'impostazione problematica e per un andamento sostanzialmente, anche se
non formalmente, dialogico, che coinvolge il lettore. L'argomentazione è
infatti condotta attraverso interrogativi e tentativi di risposta, che
evidenziano, anticipandole, le possibili obiezioni. Chi conosce l'Autore, non
si meraviglia, perché sa che per lui filosofia e dialogo sono sinonimi. In
questo suo scritto, si ritrova non solo la profondità delle sue lezioni, ma
anche l'attitudine a trasmettere con vivacità e con un linguaggio semplice e
diretto argomenti solitamente difficili ed astrusi. In apertura, Giulietti
afferma di aver scritto queste pagine come un regalo da lasciare ai suoi
simili, dato che si trova oramai vicino al «grande trasloco». Per il regalo,
non c'è che da ringraziarlo. Quanto al «trasloco», ci permettiamo di osservare
che lo scontato auspicio a procrastinarlo, che gli verrà dai suoi lettori, non
è del tutto disinteressato: vi avrà un suo peso la speranza di altri regali
come questo.