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Le sei emozioni fondamentali sono
innate. Uno studio smentisce la tesi secondo cui i sentimenti sarebbero il
risultato dell’apprendimento
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Soffre, ride e ha paura: alle radici dell’animale uomo
E’ un piccolo
libro, dall’aspetto grazioso. Il che può indurre a ritenerlo di genere
frivolo. E il titolo, Emozioni , si presterebbe. Invece il volumetto non
rientra nella serie «Come conquistare gli uomini» o «Tutto il sesso dall’A
alla Zeta». A scriverlo è un giovane ricercatore di filosofia del King’s
College di Londra, che sì, nel tempo libero fa il deejay - e questo potrebbe
far rinverdire i sospetti iniziali - ma in tono sia pure molto divulgativo,
vale a dire comprensibile proprio da tutti, spiega che cosa sono
«scientificamente» le emozioni. Dylan Evans lo fa riassumendo i risultati
di varie discipline, antropologia, neuroscienze, psicologia cognitiva in
primis . Più i misteriosi studi di «intelligenza artificiale». Se per buona
parte del ’900 s’è ritenuto che le emozioni o sentimenti avessero un’origine
culturale, dunque appresa, imparata da altri (La Rochefoucauld, nel ’600,
scriveva: «Certe persone non si sarebbero mai innamorate se non avessero mai
sentito parlare dell’amore»), ora, dice Evans, gli studiosi sono giunti alla
conclusione che ci sono sei emozioni «fondamentali», vale a dire innate,
scritte nella nostra biologia. Le proviamo per forza tutti e sono: gioia,
sofferenza, rabbia, paura, sorpresa, disgusto. Anche le espressioni facciali
corrispondenti ricorrono in tutte le persone e in tutti i popoli. Non
esclusi, pare, gli «imperscutabili» orientali: opportuni esperimenti fatti
con le sottili furbizie che la tecnologia sempre più consente avrebbero
smascherato gruppi di giapponesi, evidenziando appunto la «maschera»
dell’impassibilità che, in una frazione di secondo, si tirano sul volto per
riflesso condizionato dalla loro primissima educazione. Il motivo addotto per
questa nostra programmazione emotiva è desunto dalla teoria evoluzionistica
di Darwin: quelle sei emozioni nei nostri antenati erano utili (alcune ora lo
sono un po’ meno) per la sopravvivenza dei singoli e, dunque, della specie,
cosa che la scienza indica quale «preoccupazione» massima della natura. Altre
emozioni compaiono solo in certi popoli, dunque sono state catalogate come
«culturali», sviluppate e tramandate all’interno di quelle comunità.
Naturalmente tra queste non c’è l’amore. Insieme con imbarazzo, senso di
colpa, gelosia, orgoglio, l’innamoramento e la passione sono stati
classificati sotto la voce «emozioni cognitive superiori». Sarebbero emerse
nell’uomo in un secondo momento, quando più sviluppata era la corteccia, la
parte più «nobile» o più «umana» del cervello. Sono emozioni giovani: appena
60 milioni d’anni di età rispetto ai 500 milioni delle sei fondamentali. Ed è
interessante leggere quanto ancora si dibattano gli studiosi per individuare
l’«utilità» di senso di colpa o imbarazzo all’interno della teoria
darwiniana. Totale mistero sulle lacrime: sono proprie solo degli umani, ma
Darwin le bollò subito come «non utili». I suoi seguaci non ci credono e ci
si alambiccano ancora sopra.
Altro concetto fondamentale su cui insiste Dylan Evans è che i sentimenti non
impicciano, anzi coadiuvano la razionalità. E si arriva al recente concetto
divulgato da Goleman di «intelligenza emotiva». Meno interessanti, almeno per
chi scrive, le pagine finali sul tema: quando si riuscirà a dotare di
emozioni anche i computer? Più interessante apparirebbe il quesito opposto:
come noi uomini dell’efficientistica modernità riusciremo a conservare i
sentimenti e a non diventare simili ai (attuali) computer? Ma l’argomento non
pare allo studio.
Va infine segnalato un errore di traduzione che nasce da un pregiudizio e lo
rafforza. In inglese drug significa sia droga sia farmaco, tant’è che
drugstore vuol dire anche farmacia. Ora tradurre «la droga Prozac», le
«droghe antidepressive» al pari di «la droga Ecstasy» è scorretto sul piano
medico e linguistico, nonché offensivo verso quei malati che agli
psicofarmaci devono ricorrere, con ricetta medica obbligatoria. Del resto nel
libro stesso si spiega che tali «droghe» non fanno effetto subito, come
cocaina ed Ecstasy, ma dopo alcune settimane: appunto come qualsiasi vera
terapia medica.
Il libro: «Emozioni. La scienza dei sentimenti» di Dylan Evans, editore
Laterza, pagine 204, 14 ]] |