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L'intelligenza umana è davvero tutta programmabile?
E l'intelligenza artificiale può raggiungere la creatività dell'essere umano?
Uno studio di Francesco Lerda esplora il rapporto fra uomo e macchina
Com'è
stupido il computer
Fra neuroni e
algoritmi sembra ancora prevalere il parere di Pasternak: «Ciò che è
formulato, ordinato, non è mai sufficiente
per abbracciare l'intera vita»
Di Dario Antiseri
Fu nel corso del Congresso tenutosi nell’estate del 1956
presso il Dartmouth College, nel New Hampshire, che venne coniato il
termine di Intelligenza Artificiale. Sin dalla metà degli anni 50 diversi ricercatori
si resero conto del fatto che i computer (calcolatori elettronici,
elaboratori elettronici) non sono soltanto manipolatori di numeri ma
possono anche gestire simboli di natura generale, realizzando operazioni
non numeriche. Ed iniziarono allora vari tentativi per trasferire sulle
«macchine» la capacità di eseguire operazioni «intelligenti» – tentativi
che si incamminarono su due strade: 1) quella della manipolazione simbolica
basata sul presupposto che l’intelligenza consista nella manipolazione di
simboli secondo ben definite regole formali; 2) e quella dell’approccio
connessionista o neuronale o neurale, consistente nella costruzione di
dispositivi organizzati in modo da simulare, a livelli più o meno spinti,
la struttura e il comportamento del cervello umano, in particolare della
rete dei neuroni.
Ebbene, l’intera materia viene ora ripresa in considerazione da Francesco
Lerda, per molti anni professore di Teoria delle Macchine Calcolatrici
dell’Università di Torino – in un molto istruttivo volume dal titolo:
Intelligenza umana e intelligenza artificiale, edito da Rubbettino.
Inizialmente, ci informa Lerda, l’approccio connessionista parve molto
incoraggiante, tuttavia in seguito le ricerche sull’Intelligenza
Artificiale si sono sviluppate soprattutto nel contesto della manipolazione
simbolica. H.A. Simon, A. Newell, M. Minsky e D.R. Hofstadter, tra altri,
si sono fatti sostenitori della cosiddetta Ipotesi forte dell’intelligenza
artificiale (Ifia), stando alla quale tutta l’attività mentale umana
sarebbe programmabile su computer. Sennonché, non ignorando affatto i
risultati ottenuti e i successi conseguiti, Lerda invita alla cautela e
mette in guardia dalle soluzioni precipitose e affrettate: «Abbiamo
programmi di intelligenza artificiale anche molto complessi dal punto di
vista organizzativo, per quanto riguarda la capacità di memorizzazione e la
velocità di elaborazione, ma sempre estremamente elementari sotto il
profilo qualitativo».
Così, per esempio, «esistono diversi programmi per la dimostrazione
automatica di molti teoremi di matematica e di logica, ma nessuno che abbia
di per sé portato alla scoperta di un nuovo teorema». Ed ecco l’ipotesi di
fondo cui Lerda ci conduce: «È certamente vero che diverse attività mentali
umane, anche al di fuori dei calcoli numerici, sono di tipo algoritmico; ma
non esiste alcun serio argomento scientifico che renda sia pure soltanto
plausibile supporre che la stessa cosa valga per tutta l’attività della
mente umana».
Simile ipotesi l’autore la corrobora tramite una serie di riflessioni su
risultati matematici e logici, su teorie fisiche e psicologiche, sulla
creatività in letteratura, nella musica e nelle arti figurative. Ed è
proprio lo studio della natura e delle modalità di estrinsecazione della
creatività – scrive Lerda – «ad evidenziare in modo eclatante le tremende
difficoltà insite nei tentativi di precisare a fondo le caratteristiche
operative del pensiero produttivo». E ripete con Boris Pasternak che «ciò
che è formulato, ordinato, non è mai sufficiente per abbracciare l’intera
vita; la vita trabocca sempre oltre il bordo di qualsiasi tazza».
Con ciò Lerda non accetta neppure i «paradigmi» di Searle, Penrose e
Sperry, i quali pur sono critici nei confronti del programma dell’Ifia: «La
debolezza dei paradigmi di Searle, Penrose e Sperry sta nel fatto che da un
lato non si vuole rinunciare ai "processi mentali superiori"
quali la coscienza, le idee, i sentimenti, le immaginazioni ecc.; d’altro
canto non si fornisce alcuna pur vaga indicazione di come un ambiente
puramente fisico-chimico-biologico possa dar luogo a quei processi mentali
superiori».
Lerda si dichiara d’accordo con il logico russo Manin, per il quale
l’algoritmo non è in grado di giustif icare l’int elligenza più di quanto
la biologia sia in grado di giustificare la vita. E tuttavia, commenta
amaramente il nostro autore, «si continua a rifiutare di prendere in
considerazione una realtà "spirituale" distinta da quella
materiale, in particolare una mente distinta dal cervello». Ma è proprio la
prospettiva di una mente distinta dal cervello che Lerda fa sua e
acutamente difende. La stessa prospettiva consistente nel dualismo
interazionista di Popper ed Eccles, il quale ne L’io e il suo cervello
afferma che «l’intero mondo di eventi mentali ha una esistenza altrettanto
autonoma quanto il mondo materia-energia».
Francesco Lerda
Intelligenza umana
e intelligenza artificiale
Rubbettino
Pagine 90. Euro 7,00 |