![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 DICEMBRE 2002 |
|
«La
persecuzione non è sinonimo di totalitarismo»
S’intitola Giustizia politica
(librerilibri, pagg. 90, euro 12), ma non è un pamphlet su temi dell’attualità
italiana e internazionale. Si tratta invece di un breve e densissimo saggio del
filosofo-politologo tedesco Otto Kirchheimer che fuggì dalla Germania nazista
e approdò negli USA, alla Columbia University, per fare gruppo con Max
Horkheimer nell’Istituto per la Ricerca Sociale, lì trapiantato dall’originaria
Francoforte. Kirchheimer - che visse fino al 1965 - agli studiosi del suo campo
è noto per la vasta ricerca «Political Justice» pubblicata nel 1961. Lo scritto
che ora appare in italiano, per iniziativa, a cura e con introduzione di Roberto
Racinaro - filosofo del diritto e della politica, docente all’Università di
Salerno, di cui è stato Rettore – è del 1955 ed è quasi il piano preliminare di
quella ricerca. Pone questioni che oggi possono apparire profetiche. Giustizia
politica chiarisce spregiudicatamente - benché con qualche contingente cautela
- che l’uso persecutorio del sistema giudiziario non è caratteristico solo dei
regimi totalitari, come quello staliniano, ma può verificarsi anche negli stati
di diritto. Per esempio negli USA dove, proprio mentre Kirchheimer elaborava le
sue teorie, si svolgeva la «caccia alle streghe» condotta dal senatore
McCarthy.
«Nel discorso di Kirchheimer – chiarisce Roberto Racinaro – la giustizia
politica è sostanzialmente una cosa: il perseguimento di fini politici con
mezzi giudiziari. Stalin eliminava attraverso processi i suoi avversari non
perché dissentivano ideologicamente, ma perché potevano ostacolare la sua piena
gestione politica. Kirchheimmer ci fa capire come un simile atteggiamento possa
emergere nella lotta politica ovunque vacilli la democrazia».
Racinaro spiega che «Kirchheimer individua il suo tema mentre studia le
trasformazioni dei sistemi politici nell’Europa occidentale nella prima parte
del secolo. È come se volesse dirci che una possibile metamorfosi del sistema
partitico è la giustizia politica». Questa teoria come è applicabile alla
nostra attualità? «Oggi parti politiche avverse devono affrontare gli stessi
problemi con soluzioni simili, decise da tecnici e trattati internazionali, dal
movimento economico della globalizzazione. Viviamo in una crisi della sovranità
politica e i tradizionali antagonismi si svuotano di significato. Qui può
inserirsi la tentazione della giustizia politica. Che però non c’entra con le
vicende che hanno provocato, per esempio, le polemiche sulle ”toghe rosse”. In
Italia si è verificato nell’ultimo decennio del 900 qualcosa di molto più
complesso: la perdita del controllo e della responsabilità politica. I
governanti fanno solo quello che sono obbligati a fare, decidono sempre di
meno. Decidono di più i tecnici dell’economia, i magistrati, i giornali. Quelli
che in una democrazia dovrebbero essere “terzi” imparziali».