RASSEGNA STAMPA

19 NOVEMBRE 2002
DARIO ANTISERI
Coscienza morale come unica guida della storia umana

Una concezione della storia umana come un campo aperto dove gareggiano diverse e opposte forze spirituali; una idea di uomo libero per essenza ("poiché la libertà è l'essenza dell'uomo, e l'uomo la possiede nella sua qualità di uomo, non è da prendere letteralmente e materialmente l'espressione che bisogni all'uomo dare la libertà, che è ciò che non gli si può dare perché già l'ha in sé"); e, prima ancora, una scienza "liberata" dal dogmatismo posivista; e una idea di filosofia da cui è scomparsa la pretese di definitività di qualsiasi sistema filosofico: sono questi i presupposti del liberalismo di Benedetto Croce. Un liberalismo la cui etica "rifiuta il primato a leggi e casistiche e tabelle di doveri e di virtù" e pone al suo centro la coscienza morale.

È esattamente su siffatti fondamenti che Benedetto Croce basa la sua religione della libertà - una concezione, questa, che "pone il fine della vita stessa, e il dovere nell'accrescimento e nell'innalzamento di questa vita, e il metodo nella libera iniziativa e nell'inventività individuale". Certo, si potrà dire che il liberalismo di Croce è un liberalismo incompleto, giacché diversamente da Einaudi, Croce pensava che l'"etico liberalismo" non aveva legami di piena solidarietà con il sistema economico della libera concorrenza. E, in realtà, la libertà, ha bisogno di condizioni "materiali" per realizzarsi e ciò non è possibile qualunque sia il sistema economico, come per esempio quello comunista, in cui sia stata abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione, giacché "chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini". (F.A. von Hayek).

Tuttavia, sebbene incompleto, il liberalismo di Croce resta fondamentale per la costruzione, lo sviluppo e la difesa di una società aperta. "La ragion d'essere del liberalismo", la sua "ragione d'orgoglio" - scrive infatti Croce - consiste in quella regola di gioco che "vuole tolleranza, rispetto delle altrui opinioni, disposizione ad ascoltare e imparare dagli avversari e, in ogni caso, a ben conoscerli, e perciò a far sì che non debbano nascondersi nascondendo il loro pensiero e le loro intenzioni". Da qui l'opposizione di Croce a quell'autoritarismo imposto da presunti interpreti di una sapienza divina "e per fini ultramondani": ma anche all'autoritarismo delle visioni "socialistiche" che "pongono come ideale il paradiso da conquistare ("l'abolizione delle lotte di classe" e "passaggio dal regno della Necessità a quello della Libertà", secondo la metafora marxista del Paradiso)".

E da qui, mentre tanti intellettuali si inginocchiavano davanti a Mussolini, l'opposizione di Croce al fascismo. Il 3 gennaio del 1925, in un discorso alla Camera, Mussolini lancia la sua sfida all'opposizione. "Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa. Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere io sono il capo di questa associazione a delinquere". Per giungere poi a questa minacciosa conclusione: "Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo... Ma se io mettessi la centesima parte dell'energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora. Non ci sarà bisogno di questo perché il governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell'Aventino. L'Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, questa calma laboriosa. Gliela daremo con l'amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario. State certi che, nelle quarant'otto ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l'area".

A questo punto, Croce il quale prima aveva pensato che il fascismo avesse avuto il merito di aver sottoposto l'Italia ad una cura benefica (poiché, tra l'altro, "lo Stato senza autorità non è uno Stato") e sperava in un ritorno al regime liberale - ha chiaro che la cura si era trasformata nella malattia più grave; e la malattia aveva un nome preciso: Stato totalitario o Stato etico. E mentre tale concezione di Stato veniva approvata da Gentile, il quale sentenziava che "il massimo della libertà coincide col massimo della forza", Croce qualificava simile prospettiva come semplicemente "ripugnante". E al Manifesto degli intellettuali del fascismo scritto da Gentile egli contrappose il manifesto degli antifascisti: una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degli intellettuali fascisti, che apparve sul Mondo, il 1 maggio del 1925, giorno della Festa del lavoro.

Per Croce il Manifesto "fascistico" non è altro che "un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini". Si tratta di un "verboso Manifesto" in cui si intessono un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all'autorità e di demagogismo, di professata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamento alla Chiesa cattolica, di aborrimento della cultura e di concetti sterili verso una cultura priva delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e di cinismo". Servi del potere, questo erano per Croce gli intellettuali fascisti, i quali tradivano la loro missione contaminando politica e letteratura, politica e scienza. "Gli intellettuali hanno invece il dovere - precisava Croce - di attendere, con l'opera dell'indagine e della critica, e con le creazioni dell'arte, a innalzare parametri tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale, affinché, con effetti sempre più benefici, combattono le lotte necessarie". E in altro contesto: "Soprattutto mi offende che la bianca stola (per usare l'immagine di Fra Iacopone), con la quale ai miei occhi andava vestita la Filosofia, amor dei miei anni giovanili, sia diventata uno strofinaccio per la cucina del fascismo o di altra politica". Un ammonimento valido oggi come ieri.
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