![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 NOVEMBRE 2002 |
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Intervista a Semir Zeki, fondatore
della neuroestetica
Semir
Zeki, neurologo britannico, è un uomo affabile e dall'aspetto distinto, per
niente dissimile da quello delle decine di suoi colleghi che si sono riuniti a
discutere delle ultime ricerche sul cervello alla conferenza internazionale The Human Brain, che si è svolta a Roma
qualche tempo fa. Però, invece di
portare alla discussione qualche risultato di studi neurologici dal titolo
cifrato, lui parla di arte, amore, idealità... Non è certo il primo scienziato
che si sia occupato di cervello e creatività.
La sua caratteristica consiste nell'aver fondato un nuovo campo di
studi: la neuroestetica.
Professor Zeki, lei sostiene che quello
che definisce neuroestetica è l'insieme delle leggi neurologiche che regolano
l'attività artistica. Quali sono queste
leggi?
Per
quanto riguarda la visione, ci sono diverse aree cerebrali impegnate a fare
cose diverse. C'è n'è una specializzata
a vedere i colori, una il moto, una le forme, una le facce, e così via. L'artista è inconsapevolmente limitato da
queste leggi, enfatizza nelle sue opere quegli aspetti che il cervello
enfatizza. Per esempio, ci sono molte
più opere che ritraggono i volti che non le spalle. Questo accade perché c'è un'area del cervello che si attiva
guardando un volto, si ottiene molta conoscenza dai volti. La seconda legge riguarda invece ciò che
queste diverse zone cerebrali hanno in comune: si tratta di aree organizzate
per acquisire conoscenze sul mondo.
Il cervello degli artisti è
morfologicamente diverso da quello dei non artisti?
Su
questo aspetto solo una ricca aneddotica che ci fa pensare che sì, ci siano
delle differenze. Per esempio, l'area
specializzata nel colore sembra essere molto più grande in un certo tipo di
artisti, mentre quella adibita al movimento è più grande negli artisti
cinetici. Ma sono solo delle ipotesi.
Lei ha anche scritto che l'arte è un'estensione della corteccia visuale, e
che tutti gli altri significati che sono stati ad essa attribuiti sono
secondari.
Sì.
Prendiamo ad esempio la Pietà. Un giapponese che non ha nessuna conoscenza
della Bibbia ama ugualmente la Pietà, no?
Quello che è interessante è che io e lei possiamo comunicare su un'opera
d'arte senza pronunciare una sola parola.
Se voglio che lei apprezzi un'opera la porterò davanti all'opera e dirò
solo: guardala! Il motivo per cui sarò
capace di comunicare senza parlare è che i nostri cervelli, a parte dei
dettagli insignificanti, sono uguali.
Coloro che attribuiscono significati, in genere gli storici dell'arte,
si occupano di un particolare periodo o di un artista ed elaborano teorie
estetiche relative a quello che studiano.
Ma il cervello invece si occupa dell' universale. Io penso che se si è
ridotti a sublimare un'opera con una descrizione, vuol dire che l'opera ha fallito
nel comunicare visivamente.
E' possibile fare un parallelo tra
l'evoluzione dell'arte nei secoli e quella della struttura del cervello?
No,
non possiamo. Negli ultimi due o
trecento anni il cervello è cambiato molto poco. I prodotti del cervello invece
sono cambiati moltissimo; questo certo influenza la struttura cerebrale ma non
la modifica. Il modo in cui la
influenza, ecco questo è ancora un mistero.
Solo fino a 20 anni fa, se qualcuno avesse provato a chiedersi se
esisteva un feedback tra cultura e cervello, sarebbe stato scambiato per un
pazzo. L'idea stessa di accostarsi
scientificamente al mondo delle sensazioni soggettive era una pazzia. Ora invece possiamo farlo. Siamo solo all'inizio in questo campo e
quello che stiamo cercando sono i tratti comuni dell'organizzazione del cervello,
quelli che ci rendono uguali di fronte alla percezione dell'arte. Ci sono aree del cervello che l'arte attiva
in un modo che attraversa le differenze culturali ed etniche. Cerchiamo di scoprire quali sono.
Lei ha scritto anche che artisti come
Mondrian potrebbero essere definiti neurologi...