![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 NOVEMBRE 2002 |
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Edgar Morin fa sul serio quando sostiene
che la conoscenza risulterebbe cieca senza il gioco. Nel suo impianto teorico
d’inventore del pensiero della complessità la dimensione ludica è tutt’uno con
la consapevolezza del tragico presente nella vita. Ancora adesso, che ha
ottant’anni, la sua esistenza è uguale al suo pensiero: c’è sempre spazio per
il versante gaudente, solidamente insediato in un quotidiano di studi e
ricerche. Così non stupisce aver ritrovato Morin nei panni di garante culturale
di Ludica, la Libera Università delle Diversità Creative fondata nei giorni
scorsi in val d’Orcia. Né è stato insolito vederlo passare, con identico
piglio, da una degustazione di Brunello di Montalcino sotto il pergolato di
Enzo Foi, presidente dell’associazione, a un dialogo filosofico con Gianluca
Bocchi e Sebastiano Maffettone, fendendo a lenti passi cogitabondi le campagne
del Senese. La centralità del gioco nella vita di Morin è legata a un amore di
cui parla sempre volentieri, quello «per il Mediterraneo, l’olio d’oliva, le
melenzane, il riso con i fagioli bianchi, le polpette d’agnello, le pizze al
formaggio, i cibi e i sapori assorbiti dai miei avi in Spagna, in Toscana e a
Salonicco. Il cibo e il gioco mostrano come la concezione mediterranea della
vita sia vera arte, contrapposta all’egemonia del calcolo materiale e
mercantile, e del consumismo globalizzato», spiega Morin addentando con gusto
un pezzo di fragrante «finocchiona» toscana.
L’atmosfera è propizia, allora facciamo un gioco. Lei cita spesso la frase di
Euripide, secondo cui «la storia è l’inaspettato che arriva». Nel suo ultimo
libro, «I sette saperi necessari all’educazione del futuro», ha scritto che
«occorre sperare nell’insperato e operare per l’improbabile». Mi faccia capire
come fa a sperare per il meglio, mentre il mondo intero sembra avviato al
peggio.
«Immaginando una globalizzazione diversa. Senza veri o presunti scontri di
civiltà alla Huntington o alla Fallaci, ma con una politica della
civilizzazione che fonda le cose buone realizzate nel mondo occidentale - i
diritti democratici, la condizione delle donne - con i valori solidali e non
brutalmente economicisti elaborati da altre culture come quella del
Mediterraneo. Immaginiamo che si punti su energie diverse, eoliane o solari, e
su risorse energetiche come quella ”all’idrogeno” di cui scrive Jeremy Rifkin.
Badi bene, non è un gioco, si tratta di argomenti terribilmente seri. Bisogna
scommetterci, su queste cose. Io non amo l’espressione ”sviluppo sostenibile” e
preferisco parlare di politiche della civiltà in grado d’inserire nei propri
orizzonti praticabili questi obiettivi. Di abbandonare la fede nel progresso
meccanico della storia e cercare un progresso nella volontà, nella coscienza,
nell’intelligenza umana. Insisto a puntare sull’improbabile perché la rinuncia al
migliore dei mondi possibili non significa rinunciare a un mondo migliore.»
Molto bello a sentirsi, ma come evitare che sembri solo una frase da Baci
Perugina?
«Provi a pensare al 1940-41, sono anni che ho vissuto. Allora nessuno poteva
prevedere la sconfitta del nazismo, eppure c’è stata. L’Urss della burocrazia
al potere sembrava un elefante destinato a vivere chissà quanto, eppure è
caduta. Fino a pochi anni fa la novità sembrava solo il pensiero liberale. Era
un’ubriacatura generalizzata. Poi, negli anni Novanta, è cominciata a emergere
un’idea diversa, prima flebile e derisa, poi sempre più forte. Se ne sono fatti
portatori economisti come Amartya Sen, se n’è parlato a Porto Alegre e, più di
recente, nei seminari del Social Forum di Firenze. È l’idea di cui parlavo
prima, di politica della civilizzazione. È cominciata come minoritaria, come
tutte le idee allo stato nascente, ma sta crescendo. Si sta articolando e
precisando in vari ambiti, sempre più concreti. È già più che una tendenza, ed
è diffusa in una serie di movimenti oggi ancora marginali, ma destinati a
crescere. Anche la piccola Atene, contro l’impero persiano, in partenza era
data per perdente. Invece ha vinto. Grazie al cielo, perché di lì sono nate la
filosofia e la democrazia».
Se guardiamo al Medio Oriente è sempre più difficile sperare in un imprevisto
positivo.
«Me ne rendo conto. In tutto il mondo è in atto un circolo infernale, cioé la
riproduzione in grande del girone diabolico israelo-palestinese. Tutto ciò che
avviene in quel conflitto favorisce gli integralismi e gli oscurantismi, tutto
sembra portare a una catastrofe. Domina lo stato di divisione, c’è il rischio
di un nuovo Medio Evo, anche se tecnologizzato, con un predominio degli Usa
orientati a trascinare il mondo intero nella guerra e un’Europa sempre più
impotente. Solo una catastrofe sembra poterla svegliare. Del resto l’Europa è
nata dal caos, ma è nella crisi che ha vissuto i suoi sviluppi. Siamo sull’orlo
del baratro, come alla vigilia dello scoppio delle due guerre mondiali, ma
proprio da qui può nascere una metamorfosi feconda. Ci sono, sul tappeto, le
due possibilità, di distruzione e di salvezza. Paradossalmente, come diceva
Hölderlin, ”più cresce il pericolo, più aumenta la possibilità di salvezza”.
Certo, ora non sappiamo come andrà. Ma io punto sull’inatteso, che potrebbe
anche coincidere con il generalizzarsi di quella nuova coscienza preoccupata
della distruzioni dell’ambiente, non ancora forte da imporre a Johannesburg
decisioni operative ma abbastanza visibile da sfilare nelle strade e nelle
piazze, gridando che la vita è un gioco contro la morte. E che è troppo
importante per essere buttata via».