![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 NOVEMBRE 2002 |
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Oggi sarà
presentata la ricerca condotta dalla Cattolica sul comportamento dei
rianimatori in 20 centri milanesi di terapia intensiva Ecco esperienze e
riflessioni di un autorevole neurologo
Eutanasia sì, eutanasia no. Una parola che divide cattolici e laici, una pratica vietata nel nostro Paese (l´accusa è di omicidio), un argomento che infiamma le prime pagine dei giornali, come è successo ad aprile con la notizia della legalizzazione del trattamento su base volontaria in Olanda. Come è successo tre giorni fa a Milano dove si è rilevato che il 4% dei rianimatori pratica l´iniezione letale e il 16% giudica accettabile questo comportamento. Dati-shock, che hanno sollevato una ridda di commenti, raccolti dai ricercatori del Centro di bioetica della Cattolica al termine di un´indagine di due anni in venti centri di terapia intensiva sul comportamento dei rianimatori, chiamati ad assistere persone in condizioni critiche, ma non in coma vegetativo. Lo studio completo, che sarà pubblicato anche su una rivista di anestesiologia, sarà presentato oggi in largo Gemelli 1, da Adriano Pessina, direttore del Centro di bioetica, e Alberto Giannini, rianimatore degli Istituti clinici di perfezionamento, nel corso di un convegno della Società per la bioetica e i comitati etici dal titolo "La sospensione delle cure in terapia intensiva: la prassi dei medici rianimatori di Milano". Carlo Alberto Defanti, primario neurologo a Niguarda, non ha dubbi: "Sono favorevole all´eutanasia attiva volontaria, ossia la somministrazione di farmaci letali dietro richiesta volontaria al medico da parte del malato cosciente e lucido di porre fine alla sua vita. E´ un tema molto controverso, ma ogni persona è padrona della propria vita e questa decisione valorizza l´autonomia del soggetto cui viene consentita questa libertà estrema alla fine dei suoi giorni". Come avviene in Olanda, e da maggio anche in Belgio. "La moderna medicina tecnologica ha acquisito una grande potenza nel sostenere le funzioni vitali e questa potenza, quando non si associa, come spesso accade, ad altrettanta potenza nella cura della malattia, può condurre a un esito paradossale: non la guarigione, ma solo il prolungamento nel tempo delle sofferenze". Per l´esperto, deve inoltre essere riconosciuto valore morale e giuridico al "living will", la volontà espressa in anticipo dal paziente circa le possibili cure in caso di fase avanzata di malattia irreversibile. Fa discutere meno, invece, l´eutanasia passiva, la sospensione delle terapie necessarie per tenere in vita una persona. Secondo i dati della Cattolica, il 19,3% del campione (259 rianimatori) dice di non averla mai praticata, il 38,6% riconosce di averlo fatto almeno una volta, il 42% più spesso. "Oggi a differenza del passato - sottolinea Defanti - il momento della morte dipende sempre di più da decisioni mediche. Non mi riferisco all´intenzionale interruzione della vita da parte dei camici bianchi (eutanasia vera e propria), ma a decisioni di intraprendere o meno una determinata terapia oppure di sospenderne una già in corso. Uno studio condotto in Olanda sei anni fa ha dimostrato che decisioni di questo tipo vengono assunte in circa il 40% dei casi". Insomma, il modo di morire "naturale" di un tempo non c´è più.