![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 NOVEMBRE 2002 |
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Caro Carlo, tu sai che la
mia amicizia per te ha ben salde fondamenta perché: 1) tu sei un onest’uomo; 2)
hai sin dall’inizio e tenacemente e coraggiosamente combattuto il lurido regime
che ci ha disonorati; 3) hai sostenuto con dignità le torture e le miserie di
un lungo esilio; 4) hai un vivo ingegno. (Scusa l’ordine che do a queste cose,
che è, per me, ordine d’importanza).
Posso aggiungere: 5) la dolcezza sentimentale dei ricordi dei nostri frequenti
incontri in Parigi, in Bruxelles, presso Tolone, negli anni più per noi cupi
del fascismo trionfante?
Se dunque il mio spirito critico mi porta talora a discordare da te, debbo
accettare questa necessità a cui non trovo rimedio; ma non confondo l’una e
l’altra sfera delle relazioni con te, come usa la gente volgare, che fa
interferire l’una nell’altra.
Quanto alla mia appartenenza a un partito del quale sono diventato capo
dichiarato, stimo che ogni cittadino debba ascriversi a un partito, a quello
che meglio risponde o è più affine ai suoi ideali, da capo o da gregario,
perché ciò richiedono l’ordinata vita politica e morale, e la lealtà della
lotta. Essere superiore ai partiti? Ma ogni uomo che si rispetti è, nel fatto,
sempre superiore, perché non rinunzia al suo pensiero e alla sua coerenza
morale, e un partito non è una setta o una mafia e consente il dissenso e
l’opposizione, e anche in certi casi ammette il diritto e il dovere dell’uscita
dal Partito. Ai miei compagni liberali ebbi occasione di dire: non vi dolete se
io, sempre che ciò creda utile al nostro paese, propongo e sostengo persone di
diverso partito per ufficii nei quali penso che possano far meglio di altri.
Non potrei condurmi diversamente. Ed essi assentirono, e non ho mai avuto
obiezioni per questo mio fare. Tu sai come ho sostenuto e sostengo l’Omodeo, il
Tarchiani, il De Gasperi. Eppure l’amico Omodeo è stato ed è la mia croce con
la sua accesa immaginazione e la sua sospettosità circa gli uomini del partito
liberale e con le involontarie calunnie con cui li perseguita!
Speravo di avere con te, prima che tu lasciassi Napoli, una lunga conversazione
in cui ti avrei esposto quel che osservo circa la presente situazione politica.
Per quel che riguarda i generali (e gli ammiragli), è doveroso che siano ricercate
le responsabilità e severamente punite. Spero che il Casati ciò verrà facendo,
gradatamente ma fermamente, portando l’opera sino al suo compimento. In
Consiglio dei ministri avrai notato che la sola volta che si sono discussi
provvedimenti di questa sorta, io presi la parola per fare aggravare, come fu
fatto, un castigo, proposto dapprima più mite, su un generale. Ma credo che tu
esageri nel perseguire l’idea della «congiura dei generali», che sono, in
realtà, poveri diavoli d’impiegati, paurosi di perdere stipendii e vantaggi
connessi, incapaci di un concetto politico e dell’intelletto e dell’ardimento
che richiede. E credo che tu, battendo troppo su questo punto, smarrisci di
vista o consideri secondarii tutti gli altri gravissimi e pericolosissimi malanni
d’Italia, che non dipendono certo dal contegno dei generali. Ma questa lettera
non sostituisce la non fatta conversazione, che potrà essere fatta se e quando
capiterò a Roma.
Mia moglie e le mie figliuole ti sono grate delle tue gentili parole, e ti
salutano affettuosamente.
Abbimi sempre
tuo