RASSEGNA STAMPA

14 NOVEMBRE 2002
SIMONA SEGALINI
"Eutanasia, fuga inutile"

Curare i terminali a oltranza o dare la "buona morte"? Un falso problema

Cavanna: supporto psicologico, ecco la risposta

Mettere in campo tutte le risorse disponibili - farmacologiche, psicologiche, umane - per i malati terminali, gli inguaribili. Insomma, non lasciarli soli. "Perché, se un paziente, anche gravissimo, viene curato adeguatamente e riceve un opportuno sostegno psicologico - dichiara Luigi Capanna, responsabile del Reparto di Oncologia medica ed Ematologia dell'Ospedale di Piacenza - rarissimamente, vorrei dire mai, richiede l'eutanasia". Quella che arriva dal primario ospedaliero piacentino rappresenta anche, in sintesi, la risposta che perviene oggi da una vasta compagine di operatori piacentini interrogati su quella sottile linea di confine che scorre tra la vita e la morte e che si chiama "eutanasia". Una recente ricerca, condotta in ambito milanese, sembrerebbe attribuire ad una significativa fetta di medici pratiche di questo genere, anche se, proprio riguardo ai risultati di tale monitoraggio, il fronte degli operatori coinvolti ha già fatto sapere di non riconoscersi. "Quando i sintomi sono controllati - è ancora Cavanna a parlare - nessun malato ha mai richiesto di farla finita, questo almeno secondo la mia esperienza. Molte persone, invece, mi hanno chiesto di essere loro vicino nel momento più difficile, di non abbandonarli, di togliere il dolore, questo sì". Se un paziente dovesse esplicitamente fare richiesta di essere sottoposto ad eutanasia? "Vorrei capire più da vicino, perché l'eutanasia - ritiene Cavanna - è una risposta sbagliata ad una richiesta che non ha trovato altre soluzioni. Credo invece che la risposta più adeguata sia quella, preventiva, di fornire al malato, oltre ovviamente alle terapie farmacologiche necessarie, anche un supporto psicologico, in cui il volontariato può avere un ruolo fondamentale, e che davvero è in grado di cambiare la qualità di vita di quel malato, seppur gravissimo". Dalla Chiesa continua ad arrivare un fermo no all'eutanasia. "La Chiesa è contraria a livello di principio - ha spiegato don Luigi Bavagnoli, parroco del Preziosissimo Sangue - in quanto nessuno può mettere fine alla propria o alla altrui vita". Detto questo, il religioso ammette le difficoltà anche e soprattutto del mondo medico ("i medici dovrebbero essere aiutati a fornire valutazioni complessive") nella demarcazione della linea di confine tra lasciare che una vita si spenga naturalmente ed invece l'accanimento terapeutico ("certe pratiche sono una salvaguardia della vita oppure sperimentazioni che impediscono una fine dignitosa?", si interroga il religioso). L'eutanasia è "una soluzione di comodo, da vigliacchi, e pure economica, in certi casi", per Amanda Castello, fondatrice e presidente dell'Associazione Paulo Parra per la ricerca sulla terminalità. "Il malato che chiede di essere sottoposto ad eutanasia - ritiene la Castello - è una persona che è stata abbandonata a se stessa, in assenza di una adeguata terapia del dolore, in assenza anche di una presa in carico totale di quel malato, presa in carico che includa, oltre all'aspetto delle cure, anche gli elementi psicologici, emozionali, sentimentali, spirituali della persona". Quello che occorre sviluppare, sempre secondo la Castello, è una cultura che metta in atto risorse per un percorso di reale accompagnamento del malato terminale, affinché soprattutto in questa delicatissima fase gli sia garantita una qualità di vita. Sugli stessi temi insiste anche Vittorio Anelli, assessore della Provincia di Piacenza (Politiche sociali): "La riflessione - avverte - va diretta sulle cure palliative e sul mantenimento di una qualità di vita dignitosa". No all'eutanasia, si alla sedazione terminale, secondo il professor Renzo Ruggerini, fondatore e presidente dell'Unità cure palliative e assistenza domiciliare di Piacenza (Ucupad). "Se in Italia fosse approvata una legge a favore dell'eutanasia - ritiene il medico - sarebbe aberrante". "Fino ad oggi - prosegue Ruggerini - ho seguito 350 malati terminali. Da uno soltanto ho ascoltato una richiesta di farla finita". Ma, anche in quel caso, la strada abbracciata dal paziente è stata quella della sedazione terminale. "Che viene effettuata con farmaci a dosi controllate e che provoca nel paziente uno stato "crepuscolare", in accompagnamento di una fine che sarà naturale".
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