Il peso del pensiero
«Introduzione alla filosofia della mente» di Paternoster
Poniamo che qualcuno
vi ponga questa domanda: «quanto pesa un pensiero?». Attenzione, non è un modo
metaforico per sapere quanta importanza possa avere un determinato pensiero, la
domanda va presa alla lettera. Superato lo sconcerto iniziale, cerchiamo di capire:
la domanda è di quelle che si pongono la scienza e la filosofia della mente, e
la ripropone - in un testo introduttivo di rara chiarezza - Alfredo Paternoster
nel suo Introduzione
alla filosofia della mente, appena uscito da Laterza. In un
contesto com'è quello disegnato dalla contiguità con le scienze cognitive, se
la mente - per quanto astratta e complicata - deve essere trattata come le
altre entità fisiche, una tale domanda sarà pienamente sensata. Ma facciamo
qualche passo indietro, per chiederci come sia stato possibile formulare un
simile quesito. Paternoster fa partire la storia con l'idea cartesiana per cui
nel mondo esisterebbero due sostanze, la cosiddetta res extensa, quella di cui sono fatte tutte le
cose materiali, e la res cogitans, di cui sarebbe fatta soltanto la
nostra mente; che non sarebbe studiabile con i metodi che la scienza applica,
con successo, a tutto il resto. In questo modo, però, si infrange l'unità del
mondo, e si attribuisce alla nostra mente una posizione di privilegio del tutto
ingiustificata all'interno della natura. Da Cartesio in poi, filosofi e
scienziati cercano di ridurre le due sostanze a una sola, la res extensa ; ma allora dell'altra sostanza -
quella pensante - non sapremmo che farcene. Questo significa che quando
parliamo di mente in realtà parliamo di materia. La mente, in sostanza, non c'è (questa posizione estrema si chiama eliminativismo). Niente di male, si dirà, un tempo
si credeva che esistessero le streghe, e la scienza ci ha mostrato che era una
credenza falsa, oppure che fosse il sole a girare intorno alla terra, mentre è
vero il contrario. «Le menti - dice Paternoster che non è un eliminativista ma
è comunque un materialista - non sono nient'altro che il prodotto dell'attività
del cervello».
In realtà,
l'eliminativismo non è affatto una tendenza estrema all'interno della filosofia
della mente, al contrario, crediamo ne rappresenti l'esito necessario. Se
infatti la mente è ammessa nel nostro mondo solo come manifestazione esteriore
del cervello, alla fine non si vede a cosa realmente serva. Si pensi al
problema, apparentemente insolubile, che Paternoster presenta nelle pagine
esemplari dedicate al «paradosso della causazione mentale». Se si accetta che
nel mondo esista solo la res extensa, allora un pensiero potrà avere
potere causale - ossia essere all'origine di una azione reale, ad esempio
alzare un cartello con la scritta «no alla guerra» davanti a una cancellata
romana di via Veneto - solo se è esso stesso una entità materiale, perché solo
ad essa, infatti, compete la possibilità di causare fisicamente qualcosa. Però, in questo
modo, si ammette che il pensiero entri in questa catena causale non come
pensiero, ma come causa materiale, come res extensa appunto, non come res cogitans. Come a dire: un pensiero trova
spazio nella descrizione scientifica del mondo solo se rinuncia ad essere un pensiero; ti invitano al
pranzo solo per dirti che non è rimasto nulla da mangiare.
Il punto è: cosa
perdiamo in questa riduzione, che la filosofia della mente non solo non sembra
ostacolare, ma anzi attivamente sostenere? (anche se Paternoster non sarà
d'accordo, sembra molto difficile, logicamente difficile, salvare la mente in quanto mente finché si assume che nel mondo
esiste solo la res
extensa).
Crediamo che si perda molto, forse tutto. Perché in questo modo tutto quello
che rende la nostra vita degna d'essere vissuta, dalle speranze alle delusioni,
dai ragionamenti alle passioni, dalle paure alle fantasie, viene relegato dalla
psicologia sedicente scientifica al rango di mera apparenza. Appunto perché ciò
che conta non è quel che io provo e sento e penso, bensì i presunti sottostanti
meccanismi che permetterebbero di rendere conto in termini esclusivamente
causali (quelli propri della res extensa) del mio comportamento manifesto. Si
legga, ad esempio, il seguente «frammento di teoria psicologica» del dolore:
esso «può essere definito come ciò che è tipicamente causato da un danno
arrecato al corpo o agli organi interni, causa uno stato di sofferenza più o meno
intenso, e la credenza che c'è una lesione in qualche parte del corpo induce a
comportamenti volti ad individuare l'origine del dolore e a cercare di
alleviarlo in qualche modo». In che senso questa è una descrizione scientifica del modo umano di vivere l'esperienza del dolore? Qui parliamo, appunto, di
meccanismi causali, ma non del senso del dolore, di come lo si viva e
senta, di come lo si tema e di come si cerchi, vanamente, di farsene una
ragione. Ora, in che senso è scientifica, e se volete materialistica, una
scienza, una psicologia che programmaticamente considera tutto ciò come
irrilevante?
Se essere
materialisti, e si può dire non ci sia filosofo della mente che oggi non si
dica tale, significa trasformare la psicologia - ad esempio - in una specie di
meccanica del cervello, allora tanto peggio per questo materialismo. In effetti, la sfida a
cui chiama il libro di Paternoster è quella, politica prima ancora che
filosofica (che tristi tempi, però, quelli in cui la filosofia si dimentica
d'essere, prima di tutto, politica) della natura umana. La posta in gioco filosofica - e,
appunto per questo politica - è allora: cosa rende umano un corpo animale che, come sappiamo,
è geneticamente quasi identico al corpo di uno scimpanzé? cosa significa
studiare scientificamente, e materialisticamente, quell'umano? E da ultimo, con una domanda
aristotelica: qual è la virtù di quell'umano? Da questo punto di
vista - osserva meravigliato e anche divertito Paternoster - siamo tornati a
Cartesio, al suo tanto esecrato dualismo, che forse ci voleva dire, in fondo,
che studiare la mente nello stesso modo in cui si studia il cervello rischia di
farci cadere nel più grande errore che possa compiere uno scienziato (e a
maggior ragione un filosofo): non adattare gli strumenti teorici all'oggetto
studiato, ma questo a quelli. Quando hai solo un martello, tutto somiglia a un
chiodo. Non so voi, ma io non so che farmene, nella mia mente (e se possibile anche nel cervello),
di un chiodo. |