![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 12 NOVEMBRE 2002 |
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Indagine in 20 ospedali di Milano sull'eutanasia attiva e passiva:
l'80% dei medici ammette di aver "staccato la spina"
È una decisione
dolorosa, maturata lentamente. Prendere una siringa, riempirla di un farmaco
letale e inocularlo in un paziente senza più speranza, che ha solo qualche
altro scampolo di vita di fronte a sé. Il codice deontologico dei camici
bianchi lo proibisce. Ma quasi 4 medici italiani su 100 violano il divieto.
Eutanasia attiva, la chiamano. E sono molto più numerosi i colleghi che
ammettono di aver praticato quella definita impropriamente passiva: accelerare
la morte di un loro malato sospendendo le cure, staccando la spina del
respiratore. Lo fa l'80% del campione. Sorprendenti i risultati di un'indagine
svolta nei venti centri di terapia intensiva milanesi sul comportamento dei
rianimatori, chiamati ad assistere persone in condizioni estremamente critiche,
ma non in coma vegetativo persistente. È la prima del genere nel nostro Paese,
una delle più approfondite a livello europeo. Verrà pubblicata su riviste
internazionali di anestesiologia. Secondo i ricercatori del Centro di bioetica
dell'università Cattolica di Milano, che l'hanno portata avanti in due anni di
scrupoloso lavoro, i dati che ne scaturiscono possono essere allargati al resto
d'Italia.
Lo studio è
stato coordinato dal professor Adriano Pessina, responsabile del Centro, e
verrà presentato venerdì in un convegno del Sibce (Società per la bioetica e i
comitati etici) da Alberto Giannini, rianimatore degli Istituti clinici di
perfezionamento a Milano. "Complessivamente si può concludere che i medici
hanno un buon comportamento anche se dovrebbero essere più informati - rilevano
i ricercatori -. L'eutanasia, in ogni sua forma, non è ammessa dal codice
deontologico, ma loro scelgono in scienza e coscienza, quando la vita del
paziente volge al termine e mai sulla base di valutazioni economiche, ad
esempio la necessità di liberare un posto in un reparto. Spesso non consultano
neppure i familiari ritenendo, credo a ragione, che non sempre si possa essere
certi di avere a che fare con persone al di sopra di interessi personali".
Il progetto della ricerca è nato dall'esigenza di dare una definizione numerica
a un problema che è sempre più spesso spunto di riflessioni bioetiche. A 259
rianimatori, operatori di prima linea, che curano persone la cui sopravvivenza
è affidata alle macchine, è stato sottoposto un particolareggiato questionario,
oltre 100 domande, molto tecnico. Ha risposto l'87%.
Il 3,6% dei
medici ha dichiarato di aver somministrato volontariamente farmaci letali
(eutanasia attiva), contro il 96,4% che nega di averlo mai fatto. Ma alla
domanda se giudicano accettabile questa iniziativa, sono stati il 15,8% ad aver
risposto di sì. Gli esperti di statistica fanno notare la stranezza di una
forbice così larga tra il primo e il secondo gruppo. Nella realtà, presumono,
quelli che somministrano con veleno la dolce morte (e non lo confessano neppure
attraverso un questionario anonimo) sono molti di più, almeno il 10%. A
esprimersi positivamente sull'eutanasia procurata con dosi letali sono
soprattutto i giovani. La maggioranza dei favorevoli si professano "non
credenti", oppure credenti non praticanti.
Il 19,3% del
campione nega di aver mai attuato la sospensione delle cure (ad esempio
staccare il respiratore, interrompere l'erogazione dell'ossigeno). Il 38,6%
riconosce di averlo fatto almeno in un'occasione, il 42% "più
spesso". In nessun caso questo "atto medico" viene riportato
sulla cartella clinica per il timore di essere denunciati dai parenti e finire
in tribunale. L'eutanasia passiva è attuata anche in assenza del consenso del
paziente, che poteva aver fatto intendere al medico le sue volontà prima che le
sue condizioni si aggravassero e perdesse la coscienza. Il 21,3% afferma di
aver tenuto conto di questa sorta di tacito testamento biologico "qualche
volta", appena il 9,2% "spesso o sempre". Quasi il 50% di coloro
che hanno staccato la spina ha preferito non coinvolgere nella decisione i
familiari, neppure quelli più stretti.
Una nota deludente riguarda infine il basso livello di informazione dei medici. In pochi conoscono le linee guida europee sulla sospensione delle cure e l'accanimento terapeutico.