![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 NOVEMBRE 2002 |
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Honneth, erede della Scuola di Francoforte, cerca invano un´etica
della solidarietà, liquida Kant, Marx e Sartre e non trova via d´uscita
La condizione umana è intrinsecamente conflittuale; ogni individuo è portatore di esigenze e valori che negano le esigenze e i valori del suo prossimo. Il modo più elementare di gestire il conflitto consiste nell'uso della forza; ma tale uso è dispendioso, quindi gli esseri umani spesso si sottomettono, o almeno dichiarano di sottomettersi, alle leggi di uno stato civile per esserne protetti, salvo poi cercare costantemente di esentarsene a livello personale. Sono questioni antiche e insieme tragicamente attuali. Nella filosofia sociale contemporanea vengono di solito affrontate in una lugubre prospettiva che si richiama a Machiavelli e a Hobbes e riceve dignità formale dalle teorie dei giochi e dell'azione o scelta "razionale": in essa l'elementare, infantile esercizio del potere e l'altrettanto infantile demandarlo a una struttura superindividuale con funzioni difensive sono non un esito fra tanti ma il nostro ineluttabile destino. "La sottomissione contrattualmente regolata di tutti i soggetti a una potenza dominatrice e sovrana è l'unico possibile esito razionale della contrapposizione strategica degli interessi". È inutile farsi illusioni: homo homini lupus, senza offesa per i lupi. Axel Honneth, definito sulla copertina del suo saggio “Lotta per il riconoscimento. Proposte per un'etica del conflitto” (Il Saggiatore, pp. 250, e 19,50) "l'erede della Scuola di Francoforte" e l'inauguratore di una sua "terza fase" (dopo quella di Adorno e Horkheimer e quella di Habermas), è alla ricerca di un'alternativa alla visione hobbesiana. Trova preziosi spunti nello Hegel del periodo di Jena (prima della Fenomenologia dello spirito), in particolare nell'idea che il riconoscimento intersoggettivo sia alla base dell'individualità umana e che dunque questa individualità venga violata non tanto se sono sopraffatti i suoi interessi quanto piuttosto se non le si fa attenzione. "L'individuo socialmente ignorato non cerca a sua volta di danneggiare il possesso altrui perché, per esempio, vuole soddisfare i propri bisogni materiali, ma per essere nuovamente preso in considerazione dall'altro". È un tema popolare, di questi tempi, soprattutto in ambito femminista (un ambito che Honneth trascura perché "avrebbe oltrepassato il quadro argomentativo da lui (chissà perché) prefissato" e anche, più onestamente, "lo stato attuale delle sue conoscenze"). Ma che sia popolare, di per sé, non è un problema; anzi, suggerisce che si tratti di un argomento importante, sul quale è bene spendere ogni briciolo di creatività. È la creatività, purtroppo, a far difetto a Honneth, in buona parte perché gli manca il coraggio intellettuale da cui essa dipende. Nonostante affermi di voler "sviluppare i fondamenti di una teoria sociale normativa", non ha l'audacia necessaria per situarsi in una dimensione autenticamente normativa, ossia per elaborare un'utopica "idea della ragione" cui il nostro comportamento dovrebbe conformarsi. Pesantemente condizionato dal naturalismo "post-metafisico" di matrice anglosassone, si guarda intorno per trovare "una psicologia sociale impostata empiricamente" che fornisca credibilità alle sue tesi. Inizialmente, sembra sia riuscito nel suo intento: "in nessun'altra teoria l'idea che i soggetti umani devono la loro identità all'esperienza di un riconoscimento intersoggettivo è stata sviluppata così coerentemente a partire da premesse concettuali naturalistiche come nella psicologia sociale di George Herbert Mead". Ma è un'impressione troppo ottimistica; più avanti si capisce che non a caso questa frase era stata prudentemente formulata in termini negativi. Nessuno ha fatto meglio di Mead, ma Mead stesso non ha fatto granché: come già Hegel, ha "mancato l'obiettivo che si era posto di determinare un orizzonte astratto di valori etici aperto ai più diversi fini di vita, senza perdere di vista la forza solidarizzante della formazione dell'identità collettiva". Anche il suo progetto è dunque un "fallimento". E per strada si incontrano altri cadaveri, liquidati più sommariamente: in un capitolo di 17 pagine si conclude che né Marx né Sorel né Sartre sono stati "in grado di contribuire allo sviluppo sistematico della concezione fondata da Hegel e approfondita da Mead". Si salva solo un rudimentale schizzo di tre fasi nello sviluppo della personalità, comune sia a Hegel sia a Mead: l'investimento affettivo in ambito familiare, il riconoscimento giuridico fondato sul diritto e la stima sociale fondata sulla solidarietà. In un mondo che ha perso le sicurezze dell'etnocentrismo, questi "modelli" sono abbastanza vaghi da essere difficilmente contraddetti e hanno echi abbastanza edificanti da evocare l'assenso generale. Oppure, come con maggior benevolenza si esprime l'autore, "sono sufficientemente astratti o formali, nella loro determinazione, da non destare il sospetto di incarnare ideali di vita particolari e la loro esposizione è sufficientemente ricca dal punto di vista dei contenuti". Arrivare in fondo a un libro così per sentirsi dire che "le forme di riconoscimento dell'amore, del diritto e della solidarietà costituiscono dei dispositivi di sicurezza intersoggettivi che garantiscono le condizioni della libertà interna ed esterna" è deludente. Eppure, con tutta la sua mediocrità, in un certo senso il libro di Honneth è davvero erede della tradizione francofortese e rappresenta davvero (recita sempre la copertina) un ritorno alla sua prima fase "dialettica". Era tipico di quella fase dimostrare che era tutto sbagliato e non c'era via d'uscita, così come lo era sentirsi molto furbi per averlo capito. Honneth deve sentirsi immensamente furbo mentre decreta il fallimento di Kant, Hegel, Sartre e via dicendo e mentre conclude il suo lavoro dichiarando che le questioni che contano saranno decise non dalla teoria ma dal "futuro delle lotte sociali". Tutti hanno sbagliato e lui ha detto esattamente quel che poteva dire. Non una parola di più: quella parola (di proposta, di immaginazione, di speranza) che gli intellettuali dovrebbero dire, per avventata o sbagliata che sia, se non vogliono ridursi a inutili, imbarazzanti epicicli.