RASSEGNA STAMPA

7 NOVEMBRE 2002
editoriale
Benedetto Croce di fronte al fascismo

"Benedetto Croce a cinquant'anni dalla scomparsa: un'idea che si è fatta storia". Anche Cremona ricorderà sabato il filosofo della libertà, morto il 20 novembre 1952. Rimane intanto aperta nei giorni feriali in Biblioteca, fino al 23 novembre, la mostra di opere crociane e studi critici. Due i momenti previsti per dopodomani nel programma a cura del Comitato promotore delle celebrazioni (composto da Adafa, Circolo culturale 'Benedetto Croce' e Unitre) con il patrocinio del Comune: al mattino alle 11 tre brevi lezioni al Cittanova destinate agli allievi delle quinte classi superiori della città. Coordinati dal professor Ferruccio Monterosso, i docenti Gianemilio Vercesi, Luisa Tinelli e Angelo Rescaglio illustreranno la figura e l'opera di Croce sotto il profilo filosofico, etico-politico e critico-letterario. Concluderà il professor Gianfranco Taglietti. Nel pomeriggio alle 17, nel salone dei Quadri del Palazzo Comunale, dopo il saluto del sindaco Bodini e l'introduzione del professor Rescaglio (presidente del Comitato) ci sarà l'intervento dell'on. Enzo Bettiza, giornalista, scrittore e già parlamentare nazionale ed europeo. Bettiza iniziò la sua attività giornalistica a La Stampa di Torino dove oggi è di nuovo presente (dopo essere stato cofondatore e condirettore de Il Giornale di Montanelli) come editorialista e commentatore politico e culturale. Tra i suoi saggi recenti spiccano Corone e maschere (una trentina di ritratti fra i quali quello di Croce) e, appena uscito per Mondadori, Viaggio nell'ignoto, di Gianpiero Goffi. Riprendendo il titolo di un saggio che egli dedicò ad Hegel, ci si può chiedere quanto rimanga "vivo" e quanto sia "morto" della vastissima opera di Benedetto Croce a cinquant'anni dalla scomparsa del pensatore, che fu filosofo e storico (un tutt'uno nella sua concezione), critico letterario, studioso della politica e, per periodi limitati, politico egli stesso. Uno dei motivi per i quali Croce - pur nelle diverse valutazioni dei contenuti del suo incessante ripensare filosofico - viene oggi da più parti ricordato ed onorato consiste nel valore della sua testimonianza di libertà durante il fascismo e poi nella difesa della civiltà liberale e cristiana minacciata dal nazismo e dal comunismo. L'avversione di Croce al fascismo non fu immediata quanto quella di altri, per la verità pochi, insigni liberali. Di tale suo atteggiamento, di benevola attesa, si potrebbero ricercare radici filosofiche. Anche Croce, dopotutto, come l'amico-nemico Giovanni Gentile, si collocava in una linea di continuità con la tradizione hegeliana e spaventiana dello Stato etico. Studiosi come Ferruccio Focher o, più di recente, Giuseppe Bedeschi si sono interrogati sulla pienezza e autenticità del liberalismo politico del 'primo' Croce. Ed egli stesso ebbe a confessare che il suo liberalismo era, allora, soprattutto di natura sentimentale, radicato nelle tradizioni del Risorgimento che aveva respirato in famiglia, quella del cugino Silvio Spaventa, che lo aveva accolto dopo la morte dei genitori nel terremoto di Casamicciola del 1883. Ma le ragioni del suo appoggio al fascismo, tra il 1922 e il 1925, non furono di natura filosofica o ideologica. Vi giocarono, piuttosto, un accentuato realismo politico, la preoccupazione per l'instabilità dei governi di fronte ad un'Italia scossa, nel primo dopoguerra, dalle offese ai reduci e dalle violenze degli opposti estremismi; i timori diffusi, e non infondati, dei tentativi di importare anche in Italia la rivoluzione bolscevica che aveva da poco trionfato in Russia. Croce, come gran parte della classe politica di allora e come lo stesso Vittorio Emanuele III, credettero che il movimento fascista avrebbe potuto essere più o meno rapidamente assorbito nell'alveo costituzionale e che, anzi, il fascismo "col consenso e gli applausi della nazione" avrebbe restaurato un più forte e severo Stato liberale. Neppure l'assassinio di Giacomo Matteotti fu sufficiente a distogliere la maggioranza dei senatori (Croce compreso) dal rinnovare il voto favorevole al governo Mussolini, nè, per la verità, in quei mesi convulsi del 1924, appariva ancora chiaro quale fosse la responsabilità del presidente del Consiglio nel delitto perpetrato dalla banda di Amerigo Dumini. Eppure, proprio quegli anni "dell'ambiguo e positivo atteggiamento verso il fascismo" - osserva Giuseppe Galasso nel ricchissimo volume Croce e lo spirito del suo tempo (ora riedito da Laterza) - "furono anche gli anni di un deciso riorientamento della concezione liberale di Croce". E' del 1924 l'uscita degli Elementi di politica. Ed è dell'anno successivo, dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 che sanciva l'instaurazione del regime e la definitiva disillusione dei moderati, il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Croce in risposta a quello degli intellettuali fascisti di Gentile. Si trattò di una rivendicazione dei valori liberali e ora anche democratici dell'Italia risorgimentale e post-risorgimentale, rispetto alla quale il fascismo era ormai avvertito come un momento di grave rottura, non di continuità e tantomeno di compimento. Al contrario di quanto sostenevano personalità indubbiamente tra le maggiori della filosofia e della storiografia, da Gentile a Gioacchino Volpe. Ancora Croce darà alle stampe nel 1927 la sua Storia d'Italia dal 1871 al 1915, che incominciava da Roma capitale e significamente si arrestava all'ingresso dell'Italia nella grande guerra. "I legami di questa storia con la situazione presente - annoterà nei suoi Taccuini - mi hanno portato a meditare e fantasticare dolorosamente sul presente e sull'avvenire". Seguiranno, nel 1932, la celebre Storia d'Europa nel secolo decimonono e, nel 1938, la Storia come pensiero e come azione, un punto di svolta nella riflessione crociana. Certo l'opposizione di Croce al fascismo fu eminentemente etico-culturale e raramente politica in senso stretto, e si esplicò soprattutto attraverso la voce libera della rivista La Critica, le cui pubblicazioni poterono continuare, tollerate, fino al 1944, esercitando grandissima influenza nella cerchia intellettuale italiana ed europea e preparando nuove generazioni di studiosi, non tutti in seguito fedeli all'antico maestro. Croce divenne da allora per molti italiani un punto di riferimento, al quale va riconosciuta l'onestà e la serietà intellettuale di avere saputo 'correggere', di fronte alla libertà in pericolo, anche il proprio 'sistema' filosofico.
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