![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 3 NOVEMBRE 2002 |
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La svolta mentalistica e le altre anime
di una disciplina in grande fermento
Il
IX Congresso della Società di Filosofia del linguaggio che ha di recente
radunato a Noto (10-12 ottobre) i principali studiosi del settore oltre a
un'insolita folla di giovani ricercatori aveva come tema «Scienze cognitive e
Scienze dei linguaggio». Già nel titolo
è contenuta la principale caratteristica che ha in un certo senso rivoluzionato
negli ultimi trent'anni gli studi sul linguaggio, e cioè l'incontro con le
neuroscienze, la psicologia sprimentale, la psichiatria cognitiva e altre
recenti teorie scientifiche sul funzionamento della mente. Queste nuove prospettive hanno
indiscutibilmente segnato un punto di svolta per i problemi che linguisti e
filosofi affrontano da quasi un secolo. senza trovare risposte soddisfacenti e
hanno dato nuova vita alla filosofia analitica che, dopo, aver, dominato nella
prima metà del Novecento la cosiddetta "svolta linguistica in filosofia, sembrava , ormai avviata verso
un ripiegamento tutto interno al proprio programma di ricerca. Nel corso del convegno è emersa una varietà
di risultati e contributi spesso singolarmente di notevolissimo interesse e importanza
e che tuttavia, agli occhi di un non addetto ai lavori, non riesce a dare
l'idea di che cosa sia davvero cambiato nella nostra concezione dei linguaggio
con la cosiddetta svolta mentalistica".
Emerge
invece abbastanza chiaramente una diversità di fondo tra le diverse anime delle
scienze del linguaggio, che non è facile esprimere se non prendendo a prestito
una metafora di Hume. Alcuni filosofi
amano studiare il linguaggio «nel loro studiolo», partendo da proposizioni e
analizzandone le varie componenti.
Nella loro semplicità, le proposizioni danno parecchio filo da torcere,
e. non da oggi. C'è il «terribile
problema del significato» di cui ha parlato Parisi, quello dai riferimento
(Leonardi), il «rappresentazionalismo senza rappresentazioni»
(Paternoster), la. questione dello statuto. ontologico, dei termini
funzionali (Voltolini) o quello della semantica dei nomi in relazione in
relazione ai disturbi neurocerebrali che colpiscono il lessico (Marconi).
C'è
invece chi come a suo tempo Wittgenstein,. nello studiolo si sente
imprigionato come una mosca in una bottiglia o che, come Hume, viene assalito
dalla malinconia o dal mal di testa.
Una volta uscito, mentre «gioca a tric trac» o conversa con gli amici
all'osteria, o, se si preferisce, in un caffè di stile viennese, i problemi
dello studiolo in qualche modo svaniscono e il linguaggio appare «in carne ed
ossa»: un intrico di suoni, corpi, azioni, sentimenti, violazioni, anomalie e
così via. Così Pennisi, e l'interessante gruppo di giovani studiosi, che sta
crescendo nel dipartimento di Scienze cognitive dell'Università di Messina, si
occupano di psicopatologia del linguaggio, traendo dalle devianze (in fenomeni
come la schizofrenia, l'autismo, o l'ansia) interessanti indicazioni teoriche
sull'origine del rapporto mente-linguaggio. Cimatti, nell'interroggrsi sui
cosiddetti stati intesi concepisce la mente come mente sociale, pubblica e su
questa base stabilisce un confronto con la mente di altri animali. Patrizia
Violi ha parlato di'embodiment, dei
vari modi in cui è possibile, "riportare" il linguaggio nel
corpo. Ferretti guarda i processi di. comprensione in una
prospettiva evoluzionistica. Velardi
collega memoria e semantica. Simone
prospetta una serie di paradossi delle teorie del linguaggio.
Infine,
c'è chi sta un po' nello studialo e un po' al bar, chi non sa bene dove
preferisce stare, chi: osserva questo andirivieni e si inter roga sulle sue
conseguenze teoriche ed epistemologiche (Di Francesco o denuncia la fine del legame tra teoria del
significato e teoria della giustificazione su cui per molto tempo si sono retti i rapporti tra filosofia del linguaggio
e teoria della conoscenza (Nicla Vassallo).
Naturalmente quella dello studioso e del bar è una metafora che va presa per quel che è: un modo per distinguere diversi temperamenti filosofici, diversi approcci a quel complessissimo fenomeno che è il linguaggio. Certo, non è affatto indifferente individuare nel linguaggio un semplice oggetto di studio o una via di accesso all'attività mentale o ancora identificarlo con la mente stessa. In ognuno di questi casi, l'apporto delle scienze cognitive sembra essere diverso. Può servire a confermare o confutare le teorie già esistenti e consolidate, costituire la base di nuovi ambiti di ricerca o risultare completamente superfluo. Cosi, se la filosofia del linguaggio di oggi sembra avere aumentato le sue potenzialità, ha anche moltiplicato, le sue anime e, forse, perso l'identità - e i confini - del suo oggetto.