RASSEGNA STAMPA

3 NOVEMBRE 2002
editoriale
Giovanni Gentile l'ultimo moderno

La fortuna ideologica del mondo moderno non si sgretolò insieme con il freddo muro di Berlino, ma sfiorì negli anni torridi del Novecento, quando l'autorità di Hegel fu investita dagli studi tracotanti, che, tra il 1933 e il 1943, due rivoluzionari surreali, Alexandre Kojève e Georges Bataille, pubblicarono per eclissare l'ottimismo storicistico e per dimostrare l'irresistibile inclinazione crepuscolare della filosofia hegeliana.

Sic transit gloria mundi. L'epica battaglia, che, a Stalingrado, vide la sinistra opporsi alla destra hegeliana, si combattè dopo che i due geniali eversori del "moderno", Kojève e Bataille, avevano confutato le due discordanti ragioni di Hegel, immergendole nel non senso, vale a dire nel brodo coribantico delle parole messe fuori da Nietzsche.

L'attendibilità del vertice speculativo moderno, peraltro, era già stata intaccata dalle ruvide obiezioni mosse a Hegel da Adolf Trendelenburg, un hegeliano, che a Berlino aveva inaspettatamente ritrovato il filo aristotelico del buon senso.

In realtà il "moderno" incontrò la più antica aporia, il fatto che una fondazione di una filosofia scientifica, capace di escludere la trascendenza della causa prima, è da sempre impedita dall'impossibilità di arrestare l'astrazione che nega la realtà del divenire. L'incontrollabilità dell'astrazione, alla fine, obbliga ad astrarre anche dal movimento visibile e a predicare una totalità eterna e massiccia. Di qui lo scacco dei panteismi antichi, forzati ad incontrare quella paradossale ontologia che gli Eleati diffondevano esponendo il paradosso di Achille alla vana rincorsa della tartaruga. E di qui il perpetuo affanno degli a-teismi dell'età moderna. Per sottrarsi al gorgo inesorabile, che soggiace alla filosofia eleatica, principiante dalla considerazione del conflitto tra l'universo reale e l'universo del pregiudizio panteistico, il pensiero moderno ha tentato, con Hegel, di escogitare un trucco, cioè d'immaginare la nascita del movimento dal perfetto vuoto che è estraneo alla totalità. A quel punto Kierkegaard, scaltrito dalle lezioni di Trendelenburg, non ebbe difficoltà a confezionare un'esposizione umoristica della logica hegeliana. Così è stata formulata la domanda impertinente, che ha rivelato la struttura paradossale del sistema idealistico: "Con cosa allora io comincio, perché possa fare astrazione da tutto? Ahimé, ecco che qui forse un hegeliano commosso cadrà sul mio petto e balbetterà giubilante: comincia col nulla! Ed è difatti quel che dice il sistema, di cominciare col nulla".

Soren Kierkegaard, violando le colonne d'Ercole del pregiudizio illuministico e traducendo le obiezioni aristoteliche formulate da Trendelenburg nella scrittura corrosiva e scintillante dei suoi Diari, ha scoperto il volto insensato e solennemente umoristico della logica hegeliana, logica che nulla vuol presupporre, e perciò è costretta a rifugiarsi in un'oscura e tortuosa definizione dell'inizio: "Ancora nulla è, e qualcosa deve venire. Il cominciamento non è il puro nulla, ma un nulla da cui deve uscire qualcosa".

Nella prospettiva illuminata dall'ironia di Kierkegaard è finalmente possibile comprendere il motivo della riguardosa attenzione riservata dalle scuole cattoliche all'opera di Giovanni Gentile. Nel fondatore dell'attualismo, infatti, i pensatori cattolici del primo Novecento, più che il ministro amico, che aveva introdotto l'insegnamento della religione nelle scuole superiori italiane, apprezzavano l'autore di una rottura con l'illuminismo e di una radicale riforma della filosofia di Hegel. Riforma, che, pur essendo associata a profondi errori, prometteva felici sviluppi, come padre Gemelli, commemorando Gentile, riconobbe apertamente nel 1944.

Ora la riforma gentiliana dell'idealismo, a ben vedere, non è altro che la sottomissione del "moderno" alla critica di Trendelenburg e del suo divulgatore italiano, Francesco Acri. Sottomissione che, nel pensiero di Gentile, è illuminata da un'accesa ammirazione per i riformatori italiani, e in special modo per Vico, Rosmini e Gioberti.

La lettura dei critici della filosofia hegeliana, in qualche modo, avevano persuaso Gentile a compiere un primo passo verso la restaurazione della metafisica. In concreto, Gentile elaborò una filosofia spiritualistica e di nome cristiana - l'attualismo - curiosamente compatibile con quella dottrina aristotelica, che contemplava quale causa finale il divino immanente. "Una religione", scriveva Gentile nel 1926, "dell'umanità di Dio e della redenzione divina dell'uomo per mezzo dello spirito come attività superatrice e negatrice della natura e non concepibile come derivata dalla natura".

Non si vede come sia possibile negare che nella paradossale definizione di Gentile si specchia l'esito aristotelico e in ultima analisi la tendenza revisionistica della migliore modernità. Gentile, al pari di Aristotele, non superò la premessa immobilizzante e incapacitante posta dall'immanentismo degli Eleati, ma aggirò il problema dell'ordine della totalità ad un fine (ordine senza cui il mondo cadrebbe sotto il dominio delirante della tartaruga) con la proposta di un dualismo dell'immanenza, dove lo spirito è separato ed opposto alla natura ma (non derivato dalla natura, recita il testo) e tuttavia non trascendente.

Con ciò Gentile pensava di aver superato "le difficoltà che ad una concezione spiritualistica della vita sono via via sorte in seno alla riflessione filosofica".

La tesi sull'affinità di attualismo e aristotelismo, si rafforza peraltro quando è riconosciuto che in entrambi i sistemi, il principio d'immanenza è sostenuto dal disconoscimento della nozione platonica di partecipazione. Gentile, come ha dimostrato il giovane ricercatore romano, Paolo Rizza, giudicava lo spiritualismo platonico alla stessa stregua del materialismo, in quanto riteneva che i due indirizzi fondamentali della filosofia greca convergessero nel presupporre una realtà al pensiero.

Si comprende così il significato del tentativo compiuto da Gentile per ricostruire la tradizione filosofica sopra le rovine di Trendelenburg e dei pensatori cristiani (primo fra tutti Kierkegaard), che avevano usato Trendelenburg per contestare l'immanentismo.

Gentile, avendo intuito che l'accordo tra fede e ragione costituiva l'inevitabile risultato della contraddittoria avventura moderna, elaborò un audace schema, contemplante l'adattamento dell'immanentismo hegeliano all'idea della redenzione divina. Purtroppo non si risolse alla necessaria rimozione dei pregiudizi antimetafisici (antiplatonici) imposti dalla modernità e di conseguenza nascose il nodo del problema dietro il giro di parole, che predica la trascendenza del dio immanente.

Il pensiero di Gentile superò Hegel, ma non potè andare oltre i limiti di una soluzione compromissoria - la sua filosofia spiritualistica - che arretrava all'immanentismo di Aristotele, rinunciando, per partito preso, a quell'innesto platonico sull'aristotelismo, a quell'autentica fondazione scientifica del teismo, che costituiva l'ingente contributo del Medioevo cristiano allo sviluppo della filosofia. Questo non diminuisce tuttavia il valore del generoso tentativo compiuto da Gentile, tentativo al quale ultimamente si può guardare come ad una albeggiante promessa di riscatto dalle sempre ricorrenti suggestioni della barbarie pensante.
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