![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 NOVEMBRE 2002 |
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Bencivenga a Trento ha esposto la sua teoria libertaria
Ermanno
Bencivenga insegna filosofia della scienza a Bologna. E' stato direttore del
Centro studi in Italia dell'università californiana di Irvine, dove tuttora
ricopre una cattedra di filosofia. Ha collaborato negli anni scorsi con
l'università di Trento, agevolando i contatti accademici e studenteschi con gli
Stati Uniti. Grande firma del quotidiano La Stampa di Torino, autore del
best-seller "I passi falsi della scienza" (Garzanti), guarda alla
filosofia come a uno strumento di liberazione. Su invito del Rettorato
dell'università e del Comune di Trento, ha incontrato l'altro giorno un
pubblico numeroso e attento, esponendo la sua tesi come aveva già fatto al
Festival di Mantova nel 2001 con Piero Dorfles e alcuni mesi fa.
La pratica
divulgativa rende molto accessibile il pensiero di Bencivenga, il cui progetto
intellettuale non trascura le forme della poesia e della prosa filosofica. I
suoi campi di ricerca sono la logica, la storia della filosofia, la filosofia
del linguaggio, tre momenti di un percorso individuale coerente. I suoi
postulati sono scarni ed essenziali. Se gli scienziati umanamente sbagliano,
sostiene Bencivenga, errano anche i filosofi che spesso negano all'uomo la
prospettiva della liberazione. Chi si interroga all'infinito dà al dubbio il
valore di limite permanente del pensiero. Il dubbio per il dubbio non ha forza
creativa, preclude la felicità. Sbagliando si impara, il dubbio è un metodo, se
diventa eredità finisce per impaludare la ragione. Da qualche tempo Bencivenga
insiste sulla critica alla società del divertimento e sull'importanza di un
manifesto per un mondo senza lavoro. Il lavoro di oggi è cultura
dell'organizzazione spesso finalizzata alla produzione insostenibile, orientata
al mercato dell'inutile, al dominio del tempo dei consumatori e al drenaggio di
ogni risorsa "libera" e disponibile. In un mondo con questi valori,
con queste regole, l'ora della liberazione si allontana. La filosofia può fare
da argine contro questa tendenza: non ha segreti, è giocosa e provocatoria.
Come la scienza, può anche fare utili passi falsi.
Cos'è la
felicità, professore? Un traguardo sicuro, un diritto irrinnunciabile?
Il mio punto
di vista è kantiano. Secondo Kant le scelte dell'uomo non devono essere
motivate in prima battuta dalla felicità ma dal diritto a una vita più degna e
più giusta, più razionale. Si può anche raggiungere la felicità, non in senso
esilarante ma come tranquilla e serena accettazione della propria condizione di
vita. La felicità non è mai un traguardo garantito, si fonda sul dialogo e sul
confronto. E' possibile dialogare con chiunque, quali che siano i suoi
paraventi, i suoi pregiudizi. Il dialogo costa, ma una volta dissipate le
incomprensioni l'orizzonte comunicativo si allarga.
Su felicità e
liberazione, che cosa le hanno insegnato gli Usa?
Vorrei dire
due cose. Anzitutto, la ricerca della felicità è da intendere nello spirito
della dichiarazione di indipendenza del 1776, e non nel senso corrente di oggi.
Le parole di Jefferson erano espressione degli ideali e del pensiero formulato
in quegli stessi anni da Kant. In secondo luogo, e parlo per me, gli anni
americani sono stati una forma di liberazione, non perché ero in America ma
perché mi trovavo in un altro ambiente di vita e di lavoro. Ciò vale anche per
il percorso inverso, ad esempio la lunga permanenza di Gore Vidal in Italia.
Vivere un'esperienza bilingue e biculturale ci aiuta a conoscere i limiti
dell'una e dell'altra parte. I punti di vista hanno sempre dei limiti, dobbiamo
sempre mettere in conto i punti ciechi della conoscenza.
Che cosa ha
imparato negli Usa come filosofo?
Ammiro e
apprezzo l'America come stato mentale, come idea della ragione che crede in un
mondo libero e democratico. Questa America si scontra spesso con una realtà
tutt'altro che liberatoria. E' questo il problema con cui dobbiamo fare i conti
di continuo.
Europa e
Stati Uniti vivono una certa conflittualità. Che ne pensa?
Credo che l'Europa stia seguendo il modello economico e politico americano troppo pedissequamente. L'America stessa ha bisogno di diversità. Prendiamo ad esempio la fuga dei nostri migliori cervelli: si trovano bene in America perché sono stati formati altrove. Il modello americano da solo non è in grado di generare tutto il talento di cui ha bisogno. L'Europa segua la sua strada..