![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 31 OTTOBRE 2002 |
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Ci sono
delle notizie che rischiano di scivolare nei mezzi di comunicazione suscitando
poca attenzione; coperte dal rumore degli altri fatti di cronaca. Una di queste
notizie è il permesso accordato, da parte del comitato etico del Piemonte, alla
sperimentazione della pillola abortiva denominata RU 486. Mi unisco alla ferma
presa di posizione del cardinale Severino Poletto, Arcivescovo di Torino, per
richiamare l'attenzione su una decisione che credo sia onesto definire
inquietante.
Non mi
soffermo a denunciare la tragica gravità dell'aborto nei confronti della quale
la Chiesa non si stanca di alzare la sua voce. Desidero piuttosto condividere
la mia amarezza e la grande preoccupazione di fronte alla superficialità etica
con cui sono affrontate e descritte simili decisioni.
Il tutto
rischia di venir ridotto ad un ulteriore passo della scienza che permette di
risolvere la "procedura" dell'aborto in modo più semplificato e meno
fastidioso per la donna. Credo che qualunque persona, intellettualmente e
moralmente onesta, non può non riconoscere che l'aborto è una questione grave
dentro la società.
Al di là dei
diversi orientamenti religiosi ed etici, ogni coscienza umana deve avvertire
che la vita, nel suo sorgere, va accostata con assoluto rispetto affrontando
ogni volta e con grande serietà tutte le problematiche implicate.
Qualunque
sia la valutazione finale, il problema dell'aborto non può essere mai
banalizzato considerandolo solo sul piano delle tecniche che possono procurarlo
nel modo più comodo e pratico. Fa tristezza sentire addirittura voci esultanti
che inneggiano alla vittoria per la nuova pillola introdotta in
sperimentazione. Queste atteggiamenti banali ed incoscienti sono gravidi di
conseguenze per il futuro della vita civile e sociale. Non si pongono
minimamente il problema di quali effetti produciamo nelle delicate coscienze
dei nostri adolescenti che si stanno aprendo e formando alla vita. Quanto
influiamo nel deteriorare in loro il senso della sacralità della vita, della
grandezza della sessualità come possibilità data agli uomini di essere sorgenti
di altre vite?
E nelle
coscienze delle donne che abortiscono quali sono le conseguenze, spesso
rimosse, ma per questo non meno gravi?
Mi permetto
di citare qui l'editoriale del quotidiano "Avvenire" di ieri. Il
giornalista ricorda che, con il nuovo metodo, sono due le pillole usate e che
sono necessari tre giorni perché l'embrione, prima sia fatto morire
e,
successivamente espulso.
Poi
commenta: "Tre giorni in tutto. Che non sono pochi, per vivere un'agonia.
Per quanto non si voglia pensare, è inevitabile la coscienza dello spegnersi
lento di quel figlio imbarcatosi come un clandestino, scoperto e respinto fuori
di sé; e la sua lenta fine e forse ancora più dolorosa del bisturi, del taglio
lento e brutale. Tre giorni, un tempo infinito per una separazione cui tante
donne consentono con però in un angolo, una parte di anima che tace, ma non
potrà dimenticare". Queste nuove frontiere della scienza e della tecnica
medica non possono lasciare indifferenti; lasciando che prevalga un
atteggiamento colpevole di reticenza.
Mi auguro che ci sia, da parte di chi avverte la gravità delle questioni in gioco, una reazione responsabile che apra un dibattito schietto che faccia vedere tutti i risvolti di queste nuove avventure della nostra medicina. Che ci riveli quanto, ad esempio, sono decisivi, su tutto, brutali e potenti interessi economici che sono in grado anche di pilotare l'informazione e l'opinione pubblica. Ma il dolore, oggi zittito, griderà domani.