RASSEGNA STAMPA

29 OTTOBRE 2002
BRUNO ACCARINO
Il disincanto che costruisce il mondo

Raccolti e pubblicati tutti i saggi che Max Weber dedicò alla "Sociologia della religione". Oltre all'"Etica protestante e lo spirito del capitalismo", i quattro volumi editi da Comunità presentano anche gli studi sul giudaismo antico, il taoismo, il confucianesimo, l'induismo e il buddismo. Un'opera in cui il sociologo tedesco cercò di sviluppare alcune categorie strutturali partendo da problematiche etiche

Potrà sorprendere, ma la celebre tesi di Max Weber sul nesso tra etica protestante e spirito capitalistico non è l'unica provocazione della sua Sociologia della religione, ora ripubblicata dalle Edizioni Comunità (a cura di P. Rossi, 4 voll., € 100). Quella tesi fu sottoposta del resto ad un fuoco di fila di critiche serrate, alle quali Weber replicò con le Antikritiken, scritti che sarebbe riduttivo recepire come meramente integrativi del testo principale e che, con il titolo di Repliche alle critiche, sono tradotti in appendice al primo volume della nuova edizione italiana. Elaborata a partire dai primi anni del secolo scorso e poi da1 1911, e composta in gran parte di saggi apparsi tra il 1915 e il 1919, la Sociologia della religione presenta una struttura apparentemente semplice: comprende due grandi sezioni, "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo" e "L'etica economica delle religioni universali", accomunate da un'indiretta neutralizzazione degli assunti materialistici. Lo studio dell'etica economica delle religioni è infatti, per qualche aspetto, l'esito più clamoroso dell'"altra" storia dell'economia politica pre-marxiana: quella che arriva alla determinazione di alcune categorie strutturali partendo da problematiche etiche. Ma la seconda sezione, divisa in tre parti (confucianesimo e taoismo, induismo e buddismo e infine giudaismo antico), presenta anche alcune digressioni o parti introduttive che danno luce all'intero percorso. Siamo di fronte ad uno sforzo immenso, e allora quasi pionieristico se si eccettua la letteratura orientalistica specializzata, di architettura concettuale non eurocentrica. Una seconda provocazione balza agli occhi: è data dalle pagine che tematizzano il popolo ebraico come popolo-paria (popolo-ospite) e che analizzano la confederazione israelitica, e che si candidano naturalmente a muovere passioni e dissensi interpretativi non inferiori a quelli suscitati dalla sezione più nota. Ripercorriamo intanto i lineamenti della tesi che da quasi un secolo alimenta una letteratura fluviale. La questione di fondo era posta nei termini di un paradosso: com'è possibile che in un orizzonte religioso predestinazionistico come quello protestante, che contempla la totale svalutazione delle opere e dei meriti e che interpreta la grazia e la salvezza come decreti imperscrutabili di Dio, si annidino condizioni favorevoli allo sviluppo dello spirito capitalistico? Dove può insinuarsi quell'inquietudine iperattivistica che fa incontrare protestantesimo (calvinista, assai più che luterano) e capitalismo?

La risposta di Weber si articolò riandando a quella solitudine protestante del fedele e a quel senso di inadeguatezza etica di chi sa di vivere in un mondo peccaminoso e nel segno di una creaturalità corrotta. Questo dramma di una salvezza mai certa e di una diretta comunicazione con Dio si rovescia in un imperativo etico-economico: padroneggiare il mondo per essere al servizio di Dio. L'attivismo frenetico del puritanesimo è agli antipodi dell'immobilità dell'autocontrollo confuciano, innamorato del portamento e del contegno esteriori: il confuciano abbellisce le proprie parole, il puritano persegue il costume della secchezza, dell'affidabilità e dell'attendibilità delle parole. Tutto il resto è vanità, estetismo, apertura di un fronte in concorrenza con la gloria di Dio. Il tragico abita in occidente: il rifiuto del mondo ("vaso di peccati") si converte in strategia di potere.

La chiave di volta è nel disincantamento religioso del mondo, il quale non equivale affatto a irreligiosità, a empietà o a crisi definitiva della trascendenza. Al contrario: il disincantamento è pienamente compatibile con una fede religiosa ricca di pathos e non coincide con il superamento della superstizione o addirittura con il "rischiaramento" illuministico. Come rammenta Weber, i processi contro le streghe fiorirono anche nella nuova Inghilterra, dunque in piena modernità. Il mondo disincantato non ha i contorni di una palude prosciugata e bonificata dalla religione, ma è in aperto conflitto con una condizione politeistica, nella quale si incontra qualcosa che l'onnipotenza del dio occidentale non potrà più concedere: la possibilità di negoziare con la divinità. Il disincantamento corrisponde perciò non ad un incremento di potere, ma ad una perdita, in ambito monoteistico, di margini di negoziazione. L'uomo disincantato costruisce il mondo, perché non ha più un cosmo, ma non può condizionare la divinità.

Documento di una Bildung d'altri tempi, dove conoscenze enciclopediche si sommano ad una dimestichezza con settori disciplinari (dall'esegesi biblica al diritto canonico) che si può presumere fosse, in una certa ratio studiorum, curricolare e non eccezionale, il testo di Weber ha troppe ambizioni per non esibire qualche incertezza nell'uso delle fonti o anche, talvolta, un approccio di seconda mano a materiali storici e teologici. Qualche glossatore a tempo perso glielo ha rimproverato. Eppure è il testo cui fu demandato il compito, qualche decennio fa, di fungere da punto di leva per l'emancipazione degli studi weberiani dalla american way of thinking e per il cosiddetto "congedo" da Economia e società e dai saggi di teoria della scienza: cioè dai due gruppi di scritti, talvolta di dubbia affidabilità testuale e filologica, che hanno trainato la ricezione di Weber in tutto il mondo occidentale e dai quali generazioni di lettori e di interpreti, soprattutto di lingua inglese, hanno ricavato la loro immagine di Weber.

Con la Sociologia della religione in versione integrale cede il cordone sanitario pudicamente perbenistico nei confronti di un Nietzsche e di un Simmel e viene restituita tutta la gamma dei disinibiti indebitamenti di Weber. Cadono però anche altri steccati: quelli che impedivano di pensare insieme gli albori della teoria sociologica della razionalità e le Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann o le vicende della cerchia letteraria di Stefan George, e più ancora quelli che facevano smarrire le tracce di quel protagonista del pensiero weberiano che è Goethe. La specificità di Weber consiste però nel non muoversi mai lungo l'alternativa ragione/irragione, ma nel leggere come forme di razionalizzazione, o di accordo pattizio con il mondo, anche lineamenti di etica religiosa che in altri contesti di indagine sarebbero stati classificati come irrazionali. Il fatto è che qui viene presentato il quadro di una ragione che, come ha scritto Habermas, si scinde in una pluralità di sfere di valore e distrugge la propria universalità.

In verità ciò che maggiormente impressiona è la purezza, si direbbe la radicalità a cui perviene l'idea weberiana di mondo. Apparentemente nulla di nuovo, a fronte di tante, ricchissime tradizioni cosmologiche di matrice filosofica. Ma Weber riesce a delineare l'idea di mondo ricostruendo le forme della razionalità sociale, e questo equivale all'esplorazione di un territorio almeno parzialmente sconosciuto. Razionalismo occidentale significa: stare asceticamente nel mondo e cimentarsi con la sua insensatezza.

Come tutti i pensatori impegnati in imprese di frontiera, per esempio come il Marx delle Forme economiche precapitalistiche, Weber non disdegna talvolta di "ricominciare da capo", pur non nutrendo particolari interessi di antropologia elementare e pur rifiutando le vie di fuga offerte da una filosofia onnicomprensiva della storia. L'intersecarsi di prospettive di storia della civiltà e di articolazioni puntuali di scienza sociale, o addirittura di teoria e di cronaca politica, è ciò che fa l'unicità di alcuni scritti weberiani. Non sorprende allora che uno dei passaggi concettuali più densi sia quello dedicato all'esaurimento del ciclo dell'esistenza contadina. Non si tratta di ripercorrere per l'ennesima volta il disfacimento delle piccole comunità agrarie o la dissoluzione di vincoli patriarcali spazzati via dalla modernità: si tratta di afferrare la transizione anche brusca da una condizione di "sazietà", che non produce interrogazioni sul senso, ad una condizione insatura, che mette all'ordine del giorno la necessità di costruzioni razionali dotate di senso. Al contadino - che muore sazio di vita, com'è detto con citazione biblica - si prospetta un compimento terreno, cioè una perfectio, all'individuo immerso nella modernità "solo" la perfettibilità all'infinito. È tantissimo dal punto di vista di una coscienza illuministica, ma non dall'osservatorio di un'epoca che ha relativizzato quella coscienza. Il contadino non è in cerca di dimensioni trascendenti rispetto al suo arco di vita: come il signore feudale e l'eroe guerriero, le due figure a lui assimilate, egli non conosce la complessità perché non conosce la contingenza. Infatti non conosce neanche la contingenza inesplicabile della morte, che per l'individuo moderno è invece un insopportabile abisso di senso.

In ciò che a grandi linee si può classificare come il "moderno", alla perfezione o compiutezza di un ciclo vitale si sostituisce una tensione all'autoperfezionamento che fa scattare una consapevolezza con cui anche altri paradigmi filosofici avevano fatto seriamente i conti: quella della finitezza e della brevità della vita, incapace di tener testa al moltiplicarsi dei valori culturali e dei fini che si affacciano lungo il percorso della perfettibilità illimitata. Quando la cultura si è dilatata, rendendo troppo esigua la frazione che di questo patrimonio si riesce ad abbracciare nel corso di una vita individuale, la morte diventa violenza assoluta: e non già perché spenga la vita, ma perché interrompe senza ragione - se mai a qualcosa si deve assegnare la titolarità della contingenza, dell'accidentalità e del capriccio, bisogna assegnarla alla morte - un processo di costruzione del senso.

La vita contadina interviene a segnare uno spartiacque anche sul terreno della scienza e della storia, quando nel conoscere razionale si abbandona il ciclo naturale. Ed anche qui compare il contadino a fungere da parametro: egli portava a compimento "il ciclo del proprio essere" perché non era posto di fronte a quella mancanza di senso che è propria della cultura e dei beni culturali. Tale mancanza di senso nasce proprio dal carattere insaturo e infinito, e perciò non ciclico, dell'appropriazione e della creazione di contenuti culturali. Il contadino non è mai "stanco di vivere". Lo è invece l'individuo moderno. Il ciclo, anzitutto quello delle stagioni, è naturale, ma innaturale è il tempo artificiale, che è il tempo della freccia e di un perfezionamento che non conosce mai compimento. Se l'abbandono del tempo ciclico comporta l'irruzione di una domanda di senso, con la de-naturalizzazione si avviano quei processi di intellettualizzazione che generano interrogazioni e conflitti di senso.

L'universo del destino, della grazia, della fortuna, della disgrazia o della felicità imprevedute e immeritate, inesplicabili e fulminee, accompagna Weber anche laddove, ed è il caso di alcune zone della religiosità orientale, esso non sembra presente. In realtà accompagna la sua vita interiore e certamente, come sa chiunque abbia accostato i suoi scritti politici, la sua biografia intellettuale. Non è andando a caccia di scoops e rovistando nella sua vita sessuale e nel tormentato rapporto con la proto-femminista Marianne Weber (della quale si legge sempre con profitto la biografia del marito, pubblicata dal Mulino) che si potranno avere lumi su quest'uomo solo e rissoso, malato di nervi e vitalissimo. Lui, che era e si definiva religiös unmusikalisch, sprovvisto di antenne per la religione, ebbe e custodì il senso del mistero e dell'insondabile, e di tanto in tanto lo fece balenare perfino in occasionali interventi di militanza politica. In una delle più emozionanti lezioni non solo di filosofia, ma anche di intelligenza civile che il ventesimo secolo ci abbia proposto, Weber riservò un disprezzo profondo e insanabile al razionalismo etico oltranzista e mediocre: è quello che pretende di ricorrere al pallottoliere dei meriti e dei demeriti perfino nella relazione erotica, o quello dei pateracchi giustificativi e autogiustificativi dei detentori del potere, che battezzano la rapina, il privilegio e la predazione come esiti sapientemente orchestrati e santificati da Dio, il quale ha naturalmente pensato bene di eleggerli rappresentanti terreni dei suoi disegni. Si assiste quasi ad una rilettura laica - da parte del cosiddetto "Marx della borghesia", economista non privo di accenti xenofobi sulla forza-lavoro immigrata in Germania e nazionalista convinto - del mysterium iniquitatis e dei modi in cui viene addolcito e smussato. Forse Dio non sta sempre e comunque dalla parte dei battaglioni più forti, ma di sicuro nulla, secondo Weber, autorizza a pensare che stia, a proposito di guerre giuste, dalla parte dei battaglioni sedicenti più "giusti".

Ci si riferisce spesso al potere carismatico come al debordare del razionale nel suo contrario, ma tutto il processo di formazione della leadership politica è, in Weber, patologico: non conosce vie normali o metodi razionali, perché deve sempre confrontarsi polemicamente con la nascita della moderna burocrazia. La "virtù" del burocrate è pre-politica e in quanto tale anti-politica: è il freddo atteggiamento "senza riguardo alla persona", come si dice ancora una volta con citazione biblica. L'orizzonte della burocrazia è quello degli ostacoli frammessi al dispiegarsi della politica. Siamo ben al di là della cautela di chi paventa i guasti dei re che diventano filosofi e dei filosofi che diventano re. Non che essere obnubilato dall'esperienza dell'amministrazione prussiana, Weber ha incontrato le tappe di costituzione della burocrazia - dei suoi tratti antropologici, si direbbe - in luoghi disparati. Dalle ricerche sulle religioni orientali derivano anzi metafore frequenti nel suo lessico politico: i "letterati" in quanto dilettanti, estranei alla tensione e alla passionalità della politica.

Recentemente mi è accaduto di riflettere, per un numero monografico della rivista spagnola Res publica (n. 8, 2001) dedicato a Leo Strauss, sul problema dell'educazione in Weber. La conclusione che ne ho tratto è che, a fronte del grandioso progetto di una liberal education, l'individuo weberiano sia "ineducabile" per ragioni non lontane da quelle per cui le esperienze eccezionali, infondate come la grazia, difficilmente possono essere codificate o routinizzate: egli vive in un mondo in cui la razionalità è per così dire minoritaria e insulare, ed in cui sono assenti le condizioni "normali" dello scambio educativo. La logica della paideia è ancorata ad una tramissione di valori senza sbalzi eccessivi e mai disordinata, mentre la prospettiva weberiana della democrazia di massa è strutturata sull'inclusione, non sulla costruzione della "vita buona" o di una comunità politica razionale in senso classico. Weber non riusciva a pensare la cittadinanza della paideia nel razionalismo occidentale perché in esso, a differenza che nelle forme della religiosità orientale, non c'è mai, in linea di principio, adaequatio tra l'individuo e il mondo. Se secondo il gentiluomo confuciano il mondo dev'essere solo accettato, ma non plasmato, la modernità occidentale ha pensato invece, per necessità o per arroganza, che ciò fosse possibile.
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