![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 OTTOBRE 2002 |
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Il filosofo americano che aveva annunciato la fine della storia ci
ripensa. Grazie alle biotecnologie
Dieci anni dopo il libro scandalo, lo studioso rivede le sue tesi
e nell'"Uomo oltre l'uomo" lancia l'allarme sui pericoli delle
conquiste scientifiche
"Se
Cesare e Napoleone avessero avuto la possibilità di ingoiare una pastiglia di
Prozac ogni tanto, avrebbero ancora sentito il bisogno di conquistare gran
parte dell'Europa? Se ci fosse stata questa possibilità, cosa ne sarebbe stato
della storia?". Francis Fukuyama, cinquant'anni, docente di economia
politica internazionale alla Johns Hopkins University di Washington, non ha
perso il gusto della provocazione. A dieci anni dalla pubblicazione del libro
che scandalizzò gli accademici di mezzo mondo, La fine della storia , presenta
un nuovo saggio, L'uomo oltre l'uomo , in cui analizza le implicazioni e le conseguenze
politiche delle biotecnologie. Era un giovane e sconosciuto funzionario
nell'amministrazione di Bush senior quando alla fine del 1989 sentì dire da
Gorbaciov che il nuovo obiettivo del socialismo era il mercato. Ebbe la
folgorazione: se l'economia di mercato e di conseguenza i principi liberali si
affermano in tutto il mondo, allora è davvero la fine dell'evoluzione storica
almeno così come l'abbiamo conosciuta negli ultimi due secoli. E con il
concetto di storia andava in crisi l'idea di progresso. Fukuyama scrisse un
articolo per una rivista specialistica che fu ripreso dai maggiori giornali.
Apriti cielo: sul brillante docente americano di origine giapponese piovvero
strali da tutto il mondo, ma alla Buchmesse di Francoforte il suo libro, ancora
non scritto, fu il più venduto. Apparve nel 1992. Da allora Fukuyama, che oggi
è membro della consulta bioetica nell'amministrazione di Bush junior, entrò a
far parte di quel ristretto gruppo internazionale di intellettuali che fanno
opinione.
Incontriamo
Fukuyama nella sede bolognese della Johns Hopkins University, dove ha appena
tenuto una conferenza sul futuro dell'Occidente. Ma l'argomento della
conversazione con questo studioso e divulgatore che ha una straordinaria
capacità di passare da Aldous Huxley al Prozac, da Friedrich Nietzsche alle
cellule staminali, è il suo libro sulle biotecnologie.
Nell'introduzione
lei sostiene che questo saggio prosegue e completa il suo primo lavoro. In che
senso?
"Ne La
fine della storia analizzavo il fallimento della politica come utopia,
dell'illusione, culminata nel disastro del comunismo, di costruire una società
ideale senza proprietà privata dove la famiglia fosse subordinata allo Stato.
La più valida tra le obiezioni alla mia tesi è che non c'è fine della storia se
non finisce il progresso scientifico. Oggi il nuovo secolo è posto di fronte
alle sfide della biotecnologia, con la possibilità di controllare e modificare
la natura umana".
Lei davvero
ritiene i problemi della biotecnologia più importanti del conflitto fra
civiltà, per usare l'espressione di Samuel Huntington?
"Tutto
dipende se guardiamo le cose nel breve o nel lungo periodo. Mi auguro che nel
corso di una generazione i problemi posti dal terrorismo internazionale possano
essere superati, mentre le problematiche delle biotecnologie riguarderanno
soprattutto le generazioni future".
Il suo
saggio si apre e si conclude con un auspicio: il ritorno al concetto di diritto
naturale su cui tra l'altro si basa la dichiarazione di Indipendenza degli Stati
Uniti del 1776.
"Noi
oggi parliamo molto di diritti umani ma ne abbiamo dimenticato l'origine: il
diritto naturale, la base della dottrina su cui si basa la democrazia
americana. Il credo religioso, le convinzioni politiche, l'appartenenza a un
gruppo etnico sono caratteristiche secondarie rispetto al concetto di natura
umana, che ci rende tutti uguali. Sappiamo che già oggi in parte, ma
soprattutto in un prossimo futuro, la tecnologia ha la possibilità di
trasformare la stessa natura umana. E' per questo che auspico il ritorno a
un'espressione quasi dimenticata".
Uno dei temi
affrontati dal suo saggio è l'eugenetica, una parola che evoca lo spettro dei
programmi nazisti per migliorare la razza ariana. Un pericolo che si ripropone?
"No, lo
escludo. Nella Germania di Hitler ma anche, in misura minore, negli Stati
Uniti, in Svezia e Gran Bretagna, l'eugenetica si sviluppò nella prima metà del
Novecento sotto forma di programmi statali. La storia ci ha vaccinato.
L'eugenetica del futuro sarà individuale, per esempio i genitori con mezzi
economici potranno scegliere come saranno i loro bambini. Secondo alcuni
studiosi ciò non costituisce un problema perché nessun padre, nessuna madre può
volere il male dei figli. In realtà, i problemi esistono, eccome. E diventeranno
sempre più grandi con lo sviluppo della tecnologia. Già oggi abbiamo sotto gli
occhi un esempio dei problemi politici e sociali cui andremo incontro: le
tecniche ecografiche consentono di scegliere il sesso del nascituro e in alcuni
Paesi asiatici, dove avere figli maschi è considerato più prestigioso, già si
vedono gli allarmanti risultati. Negli anni Novanta in Corea sono nati 122
maschi ogni 100 femmine, in Cina il rapporto attuale è di 117 a 100. Un
fenomeno che avrà sicuramente conseguenze sulla stabilità sociale".
Tra gli
effetti positivi delle biotecnologie c'è il prolungamento della vita, ma ciò,
secondo il suo saggio, presenta anche un costo sociale.
"Tutte
le società, così come le abbiamo conosciute sinora, possono essere
rappresentate come una piramide. Ma il lato più alto si sta allargando
vertiginosamente sino a diventare un parallelepipedo: il naturale
avvicendamento viene molto rallentato e già oggi assistiamo a tre o quattro
generazioni che si contendono lo stesso lavoro. Con il progresso delle
biotecnologie questo tipo di conflitti è destinato ad aumentare".
Possiamo
leggere in questa affermazione una pregiudiziale antitecnologica?
"Assolutamente
no. Le biotecnologie sono un fatto molto positivo, ci aiutano a curare malattie
ereditarie, a migliorare la qualità della vita. Si pensi anche a tutto il
settore agricolo e al contributo che possono dare allo sviluppo dei Paesi più
poveri. A questo proposito credo che l'opposizione degli europei verso gli Ogm
(organismi geneticamente modificati) sia eccessiva. In America gli Ogm si usano
da decenni senza conseguenze per la salute".
Nel capitolo
sulla neurofarmacologia, lei si chiede se farmaci come il Prozac, contro la
depressione, o il Ritalin, usato per sedare gli iperattivi, non somiglino al
"soma" di cui parla Aldous Huxley nel Mondo nuovo .
"L'atteggiamento
verso questi farmaci in grado di influenzare i nostri comportamenti e la nostra
stessa personalità è indicativo di ciò che faremo con le tecnologie genetiche
quando saranno sviluppate. Negli Stati Uniti il Ritalin, che non cura nessuna
patologia ma soltanto l'iperattivismo, viene usato per sedare ragazzi in età
scolare che semplicemente avrebbero bisogno di essere seguiti meglio dai
genitori e dagli insegnanti. E' un esempio per dire che molti farmaci vengono
somministrati non a scopo terapeutico ma come scorciatoia di cammini troppo
difficili. Mi chiedo poi a quali conseguenze porterà l'abuso del Prozac, la
pillola che agisce sulla produzione di serotonina e aiuta a migliorare l'autostima.
Credevamo che una maggiore stima in noi stessi fosse anche frutto di un lento
processo della personalità, di obiettivi raggiunti attraverso sacrifici".
A sorpresa,
lei infine sostiene che la bioetica è ormai una disciplina insufficiente a
governare tutta questa materia. Perché?
"Le commissioni di bioetica avevano una funzione vent'anni fa, quando la biotecnologia muoveva i primi passi. Adesso gli esperti di bioetica vengono usati dalla comunità scientifica come schermo per le loro scelte, non hanno alcuna autonomia. Per questo è necessario l'intervento della politica".