RASSEGNA STAMPA

19 OTTOBRE 2002
GIORGIO COSMACINI
Norme morali per la buona terapia

Anche se eutanasia ( eu-thánatos ) è parola greca che significa «buona morte», essa è stata coniata in età ellenistica ed è improprio usarla per legittimare l’applicazione di argomenti platonici o aristotelici alla discussione odierna sulla liceità, per chi vive il tempo del morire in modo troppo doloroso, di porre termine alla propria vita o di farsi aiutare da un medico a farla finita. Le argomentazioni di Platone non sono univoche: Filolao, nel Fedone , ritiene il suicidio assolutamente illecito, perché «noi uomini siamo come in una specie di carcere, e quindi non possiamo liberarcene da noi medesimi e tanto meno svignarcela»; ma Socrate, nella Repubblica , sostiene che «nessuno può concedersi il lusso di restare malato e di curarsi per tutta la vita».
D’altra parte, se Socrate si uccide per religiosa obbedienza all’autorità dello Stato ateniese, Aristotele, nell’ Etica Nicomachea , ribalta la posizione socratica affermando che «chi si uccide commette ingiustizia contro la città». E poi, passando dal campo filosofico a quello medico, il Giuramento d’Ippocrate (contemporaneo di Socrate), testo classico di riferimento etico-giuridico per i medici d’ogni tempo, nel quale «la pratica dell’eutanasia è condannata come violazione dell’integrità dell’arte medica», è un testo risalente al IV secolo a. C. che «sembra non abbia avuto un’eco di particolare rilievo nel mondo antico». È quanto scrive Massimo Reichlin, docente di bioetica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, nella riflessione sugli «aspetti storici» da lui presi in considerazione nel libro L’etica e la buona morte (Edizioni di Comunità, Torino 2002, pagine VII-XII, 3-258, 19,00).
Ricordiamo che il dettato ippocratico, più che un esplicito divieto verso forme di eutanasia attiva, era una norma morale contro la procedura giuridica del suicidio per avvelenamento assistito dal medico – per l’appunto la cicuta di Socrate - o contro la libera scelta di morte da parte dell’uomo stoico tramite un veleno propinatogli dall’esperto di farmaci ( pharmakòs è la parola greca che significa «avvelenatore»).
Dalla riflessione storica, che percorre le tradizioni ebraica, cristiana e arriva fino al pensiero di Montaigne, Hume e Kant, l’autore passa alla revisione critica del dibattito che oggi divide i sostenitori dell’etica tradizionale dell’assoluta sacralità della vita, i quali condannano l’eutanasia come violatrice della finalità sacra insita nel processo o progetto vitale, e gli oppositori di tale impostazione, i quali sostengono invece il diritto di morire o, meglio, di anticipare la morte quando la vita viene a coincidere, o quasi a identificarsi, con un male impossibile da sopportare.
Il punto cruciale di tale dibattito, com’è noto, non è l’eutanasia genericamente considerata, comprensiva di situazioni di vita e di morte molto diverse fra loro, ma è la cosiddetta «eutanasia volontaria attiva», cioè la richiesta volontaria rivolta al medico, da parte del malato cosciente e lucido, di porre fine a una vita divenuta insopportabile.
Ma la «buona morte» non può essere vista come un farmaco liberatore: Reichlin scrive che «tale forma di assistenza non può qualificarsi come terapia medica». Bisogna, aggiunge, concentrarsi sul «principio di rispetto della persona», con «liceità di decidere delle terapie mediche in rapporto all’impatto che esse hanno sulla capacità del singolo di vivere come agente morale, dotato di coscienza e libertà». «Il carattere sacro», chiosa Reichlin, «non attiene alla vita in quanto tale, ma piuttosto alla persona».
Se la persona è il fine , il rispetto di essa «non esclude la liceità di intendere la morte del paziente come mezzo », è la conclusione kantiana dell’autore. In fondo nelle terapie palliative, in fase terminale, «indurre la sedazione completa e la conseguente morte del paziente costituisce ormai l’unico mezzo possibile per alleviarne le sofferenze, ovvero l’unico mezzo per proteggere la dignità della persona morente».
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Bioetica