![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 OTTOBRE 2002 |
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Dice Platone
nel Simposio che per salvarsi dalla morte ed essere felice, l'uomo deve
perpetuare se stesso, e che può farlo solo se egli "genera nel
bello": sia nell'unione sessuale, che però ci fa continuare a vivere
soltanto nella prole, sia nell'eterna bellezza, che unisce alla verità eterna e
dove si genera l'immortalità vera dell'uomo. Il bello è lo strumento, il mezzo
che unendo l'uomo alla verità divina lo salva dalla morte. Quando Hegel
intende il bello come manifestazione sensibile dell'Idea, vede in esso la via,
dunque ancora una volta il mezzo, che conduce alla verità divina e rende
felici. Ma il nostro è il tempo della morte della verità immutabile e di Dio;
dunque anche del bello che è loro unito. Una verità e un Dio eterni annientano
l'innovazione del mondo. Anche una bellezza eterna annienta il variare delle
forme. La critica di Leopardi all'Idea platonica e dunque all'Idea del bello
mette in piena luce il carattere annientante del vero e del bello. Non si potrà
dunque più parlare della bellezza? Si dovrà affidare alla tecnica il compito di
salvare dalla morte e dal dolore?
Rimane
comunque ancora qualcuno che di fronte a certe immagini del mondo si convince
che manifestino il significato ultimo di ciò che in esse si mostra. Il paio di
scarpe del quadro di van Gogh: ci si può convincere che in questa immagine non
solo appaia qualcosa che non appare quando ci mettiamo le scarpe, ma appaia
anche il significato ultimo che compete alle scarpe di un uomo che lavora duramente
- le scarpe che alla fine della giornata mostrano, abbandonate, la fatica del
vivere. In rapporto a questa fatica, il quadro dice l'ultima parola.
Si è spesso
pensato che non si possa aggiungere o togliere alcunché all'opera d'arte. Ma
questa intoccabilità, che vien fatta coincidere con la bellezza, è appunto la
convinzione che l'opera d'arte abbia toccato il senso più profondo di ciò che
essa mostra, e quindi accenni al senso ultimo del mondo, cioè non solo sveli il
segreto di un paio di scarpe, ma accenni al senso ultimo del lavoro e delle
speranze e delusioni dell'uomo. La parola "bellezza" nomina dunque
questo rinvio alla verità ultima del mondo.
Ma non
abbiamo detto che il nostro è il tempo della morte della verità? Sì. Ma con la
morte della verità eterna e divina della tradizione resta in vita la verità
terribile del mondo, dove tutto muore e, infranto, è abbandonato. Per l'uomo
del nostro tempo, se crede in quel rinvio della bella immagine, il significato
ultimo delle scarpe di van Gogh sta appunto in questa verità terribile.
Ma,
soprattutto, non stiamo dicendo che la bellezza è la manifestazione sensibile
della verità (come invece si pensa da Platone a Hegel), ma che qualcuno, a
volte, può aver fede nella capacità dell'immagine di un paio di scarpe di
rinviare alla verità ultima del mondo.
Senza fede
non c'è bellezza, ma non c'è bellezza nemmeno se la fede non è rinvio al senso
ultimo, cioè alla verità dell'immagine. Quando si fa avanti la verità terribile
del nostro tempo, la bellezza può essere rimedio contro la morte solo se
l'immagine che guarda la morte e il nulla non è morta, ma è potente, ossia
rinvia con potenza all'assoluta impotenza dell'essere.
Certo,
l'uomo religioso può credere che le scarpe di van Gogh evochino il senso ultimo
del mondo perché nel loro umile abbandono fanno apparire la relazione tra la
fatica dell'esser uomo e l'imminenza del Dio salvifico. Ma l'uomo del nostro
tempo può credere che la Pietà di Michelangelo, dove il riferimento a quel Dio
è esplicito, rinvii invece a quel senso ultimo che non è dato dalla fede
cristiana, ma è l'irrimediabile dolore e morte degli uomini, che nemmeno il
compianto della madre di un Dio può riuscire a vincere.
Il bello vive in entrambi i casi; ma in lotta col sacro, perché il sacro vuol servirsi del bello e il bello del sacro. L'uomo religioso canta affinché sia resa lode a Dio. Ma già Bach loda Dio affinché il canto si levi. Nell'uomo religioso l'arte è soltanto un mezzo affinché la religione viva. E Bach può essere profondamente religioso, ma in lui la fede cristiana è il mezzo (sia pure insostituibile) affinché il canto viva: affinché viva quell'altra forma di fede in cui la bellezza consiste.