RASSEGNA STAMPA

16 OTTOBRE 2002
EMANUELE SEVERINO
L'idea di bellezza in lotta con il sacro

Dice Platone nel Simposio che per salvarsi dalla morte ed essere felice, l'uomo deve perpetuare se stesso, e che può farlo solo se egli "genera nel bello": sia nell'unione sessuale, che però ci fa continuare a vivere soltanto nella prole, sia nell'eterna bellezza, che unisce alla verità eterna e dove si genera l'immortalità vera dell'uomo. Il bello è lo strumento, il mezzo che unendo l'uomo alla verità divina lo salva dalla morte. Quando Hegel intende il bello come manifestazione sensibile dell'Idea, vede in esso la via, dunque ancora una volta il mezzo, che conduce alla verità divina e rende felici. Ma il nostro è il tempo della morte della verità immutabile e di Dio; dunque anche del bello che è loro unito. Una verità e un Dio eterni annientano l'innovazione del mondo. Anche una bellezza eterna annienta il variare delle forme. La critica di Leopardi all'Idea platonica e dunque all'Idea del bello mette in piena luce il carattere annientante del vero e del bello. Non si potrà dunque più parlare della bellezza? Si dovrà affidare alla tecnica il compito di salvare dalla morte e dal dolore?

Rimane comunque ancora qualcuno che di fronte a certe immagini del mondo si convince che manifestino il significato ultimo di ciò che in esse si mostra. Il paio di scarpe del quadro di van Gogh: ci si può convincere che in questa immagine non solo appaia qualcosa che non appare quando ci mettiamo le scarpe, ma appaia anche il significato ultimo che compete alle scarpe di un uomo che lavora duramente - le scarpe che alla fine della giornata mostrano, abbandonate, la fatica del vivere. In rapporto a questa fatica, il quadro dice l'ultima parola.

Si è spesso pensato che non si possa aggiungere o togliere alcunché all'opera d'arte. Ma questa intoccabilità, che vien fatta coincidere con la bellezza, è appunto la convinzione che l'opera d'arte abbia toccato il senso più profondo di ciò che essa mostra, e quindi accenni al senso ultimo del mondo, cioè non solo sveli il segreto di un paio di scarpe, ma accenni al senso ultimo del lavoro e delle speranze e delusioni dell'uomo. La parola "bellezza" nomina dunque questo rinvio alla verità ultima del mondo.

Ma non abbiamo detto che il nostro è il tempo della morte della verità? Sì. Ma con la morte della verità eterna e divina della tradizione resta in vita la verità terribile del mondo, dove tutto muore e, infranto, è abbandonato. Per l'uomo del nostro tempo, se crede in quel rinvio della bella immagine, il significato ultimo delle scarpe di van Gogh sta appunto in questa verità terribile.

Ma, soprattutto, non stiamo dicendo che la bellezza è la manifestazione sensibile della verità (come invece si pensa da Platone a Hegel), ma che qualcuno, a volte, può aver fede nella capacità dell'immagine di un paio di scarpe di rinviare alla verità ultima del mondo.

Senza fede non c'è bellezza, ma non c'è bellezza nemmeno se la fede non è rinvio al senso ultimo, cioè alla verità dell'immagine. Quando si fa avanti la verità terribile del nostro tempo, la bellezza può essere rimedio contro la morte solo se l'immagine che guarda la morte e il nulla non è morta, ma è potente, ossia rinvia con potenza all'assoluta impotenza dell'essere.

Certo, l'uomo religioso può credere che le scarpe di van Gogh evochino il senso ultimo del mondo perché nel loro umile abbandono fanno apparire la relazione tra la fatica dell'esser uomo e l'imminenza del Dio salvifico. Ma l'uomo del nostro tempo può credere che la Pietà di Michelangelo, dove il riferimento a quel Dio è esplicito, rinvii invece a quel senso ultimo che non è dato dalla fede cristiana, ma è l'irrimediabile dolore e morte degli uomini, che nemmeno il compianto della madre di un Dio può riuscire a vincere.

Il bello vive in entrambi i casi; ma in lotta col sacro, perché il sacro vuol servirsi del bello e il bello del sacro. L'uomo religioso canta affinché sia resa lode a Dio. Ma già Bach loda Dio affinché il canto si levi. Nell'uomo religioso l'arte è soltanto un mezzo affinché la religione viva. E Bach può essere profondamente religioso, ma in lui la fede cristiana è il mezzo (sia pure insostituibile) affinché il canto viva: affinché viva quell'altra forma di fede in cui la bellezza consiste.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti