RASSEGNA STAMPA

30 SETTEMBRE 2002
PAOLA EMILIA CICERONE
Troppi pericoli minacciano la vita

Niles Eldredge, paleontologo e biologo evoluzionista, spiega perché   preoccuparsi per la biodiversità.  E perché Bush ha torto

L'evoluzione si può spiegare anche con un sacchetto di caramelle: spargendole su un tavolino come fa Niles Eldredge, per farci capire - facendo una fila con quelle rosse, e infilandocene qua e là una gialla - come alcune specie viventi rimangano invariate per milioni di anni, mentre in altre compaiono delle mutazioni originate da vari fattori, come ad esempio i mutamenti climatici.  E' la teoria che l'ha reso famoso, e che oggi Eldredge ripropone nel suo ultimo saggio «Le trame dell'evoluzione» (Raffaello Cortina 2002, pagg. 288 1 24): uno sforzo per creare - individuando le connessioni tra l'evoluzione biologica e le altre tappe che hanno segnato lo sviluppo del nostro pianeta - un linguaggio comune che possa aiutare scienziati di diversa formazione a comprendere fenomeni inevitabilmente complessi: «Ho passato la vita a veder litigare paleontologi e genetisti», spiega lo scienziato, in Italia per un cielo di conferenze. «E' comprensibile: loro ragionano in termini di giorni, noi di milioni di anni.  Ma se vogliamo davvero capire come si è evoluta la vita sul nostro pianeta, dobbiamo imparare a capirci».

La sua opera è una critica al modello riduzionista come quello proposto da Richard Dawkins ne «Il gene egoista»?

Il punto di vista di genetisti e sociobiologi non è necessariamente sbagliato, però è parziale.  Oggi si, sta diffondendo la tendenza a semplificare, utilizzando per i sistemi più complessi le rigide leggi che regolano organismi elementari, e dimenticando che l'Universo è una struttura fortemente gerarchica, in cui esistono diversi livelli di organizzazione, tutti collegati tra loro

Una descrizione che fa pensare alla vecchia «ipotesi Gaia» di James Lovelock e Lynn Margulis , che vedeva la terra come un unico sistema fisiologico

Non condivido un punto di vista così radicale, ma se usiamo il termine Gaia per ricordare che tutti gli ecosistemi sono interconnessi, e che è possibile costruire dei modelli matematici in grado di studiarli - insomma che ci troviamo all'interno di un complesso sistema energetico globale di cui la vita fa parte - non posso non essere d'accordo.  Il problema è che oggi nessuno studioso, per quanto brillante, è in grado di seguire in prima persona i progressi delle diverse discipline per compiere questo tipo di sintesi.

Qualche progresso in questa direzione però si sta facendo...

I convegni servono a poco, tutti finiscono per ripetere le stesse cose.  Però la National Science Foundation ha organizzato una struttura interdisciplinare presso l'Università di Santa Barbara, il National Center for Ecological Analysis and Synthesis (NCEAS), con l'obiettivo di organizzare gruppi di studio che si riuniscono periodicamente per identificare problemi comuni e proporre soluzioni: il nome è terribile, ma l'idea è buona.

Da qualche tempo lei si sta occupando in particolare di

biodiversità e di ambiente.

Per decenni ho studiato i trilobiti, ma ultimamente mi sembrava di «reinventare la ruota», ho sentito l'esigenza di occuparmi di problemi di respiro più ampio.  La Hall of Biodiversity ad esempio, serve a far sì che la gente dica: non pensavo che la vita fosse così bella, e che corresse pericoli così gravi.  Cosa posso fare?

Proviamo a dare qualche risposta a questo interrogativo.

Risolvere i problemi più urgenti, come la scarsa disponibilità di acqua potabile, l'inquinamento di fiumi e oceani che sta depauperando riserve preziose, soprattutto l'esplosione demografica: 10mila anni fa, quando cominciò a diffondersi l'agricoltura, la terra era popolata da sei milioni di individui, oggi siamo sei miliardi.  Quanti abitanti possono sopravvivere sulla terra? E' curioso che le stime moderne diano una risposta non troppo diversa da quella fornita alla fine del Settecento dallo scopritore dei batteri, Anton van Leuwenhoeck: 13 miliardi di persone.  Naturalmente dipende cosa si intende per «sopravvivere»: se pensiamo al tenore di vita di un americano medio, anche i sei miliardi di abitanti attuali sono troppi.

Qualche segnale positivo però c'è....

In alcuni paesi, tra cui l'Italia, la crescita si è fermata - e l'invecchiamento della popolazione pone altri tipi di problemi - ma anche in India le nascite stanno diminuendo ad una velocità che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impossibile. E che probabilmente è dovuta al miglioramento delle condizioni di vita e alla diffusione dell'istruzione, soprattutto tra le donne.

Eppure i conflitti tra Nord e Sud del mondo si fanno sempre più aspri.

Molto dipende da una globalizzazione che sta distruggendo culture e lingue: molti popoli si vedono deprivati della propria cultura, e al tempo stesso aspirano ai simboli del benessere di cui noi disponiamo. Le tensioni sono inevitabili.  Non voglio in alcun modo giustificare il terrorismo, ma è indubbio che sono proprio queste tensioni a fornirgli consenso.

Lei non condivide dunque l'attuale politica degli Stati Uniti?

Come potrei?  E' una politica pessima: d'altronde, siamo governati dalle compagnie petrolifere.  Il petrolio è al centro di tutto, della politica ambientale come del conflitto in Medio Oriente, che non è altro che l'ennesimo tentativo di sfruttare la guerra per fini economici».

La morte di  Stephen Jay Gould ha segnato la fine di un sodalizio trentennale: ha modificato in qualche modo i suoi progetti di lavoro?

So con certezza che la sua morte ha chiuso un capitolo della mia vita.  Provo una grande tristezza, e rimpiango la creatività che nasceva dai nostri scontri: tutti e due preferivamo litigare sui pochi argomenti di disaccordo piuttosto che darci ragione a vicenda.  Ho forse conosciuto persone più intelligenti di lui, ma nessuno che unisse -la sua intelligenza alla sua capacità di lavoro.
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