![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 SETTEMBRE 2002 |
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I MILLE VOLTI DI UN CONCETTO TRA FILOSOFIA E PSICOANALISI, DA
PLATONE A LACAN: LA PASSIONE SI OPPONE ALLA RAGIONE O È AL CONTRARIO IL
FONDAMENTO DELLA NOSTRA LIBERTÀ?
Nella letteratura, nella musica, nelle arti, le emozioni hanno pieno diritto di cittadinanza: in queste attività vi è l´implicita consapevolezza che esse, pur venendo alla luce da un magma irrazionale, agiscono cognitivamente, incrementano cioè il nostro patrimonio d´esperienza. Nella filosofia invece, da Platone in poi, tra la razionalità e le passioni esiste un acerrimo disaccordo. Almeno dagli Stoici fino a Kant, il Logos si rende immune dall´altro da sé, dall´insidiosa ingovernabilità di desideri e passioni, affetti ed emozioni. Proprio perché affronta a viso aperto la complessità di questo nodo problematico, il libro di Camille Dumoulié, Il desiderio (trad. di Sergio Arecco, Einaudi, pp. 340, e 18, costituisce una delle analisi più preziose e appassionanti sulla storia del concetto di desiderio, condotta sul crinale che separa e unisce filosofia e psicoanalisi, inoltrandosi in questo terreno impervio, "in questo campo abbandonato - scriveva Lacan -, questo campo screditato, questo campo escluso dalla filosofia, perché non padroneggiabile, non accessibile alla sua dialettica". La prima filosofia del desiderio è stata quella di Platone: da un lato nel Simposio l´identità del filosofo viene individuata nella componente erotica che si esprime nell´anelito al bello, seppur dissociato dall´integrità dell´esperienza sensibile; dall´altro, soprattutto nella Repubblica, viene istituita una netta opposizione tra la ragione e la sfera del desiderio, aprendo così la strada alla secolare condanna filosofica del desiderio. Eros scaturisce dalla mancanza, dal rimpianto, dalla nostalgia di un´unità perduta e irreperibile: pertanto il desiderio si manifesterà sempre come eccesso, sovrabbondanza, flusso disordinato, ipercomprensione narcisista. Già in Aristotele è possibile avvertire i primi segni di una "promozione ontologica" del desiderio sotto l´egida del principio di ragione, inteso non più come mancanza ma come piacere del passaggio da potenza ad atto, seppur orientato a quella temperanza che lo rende legittimo, un appetito ragionevole depurato della sensualità, come accade nell´amicizia. Dopo secoli di demonizzazione del desiderio, di esonero dalle perversioni della concupiscenza e dalle abiezioni della carne, il desiderio viene sottratto al dualismo di anima e corpo ed elevato al rango di potenza affermativa da Spinosa, che lo intende finalmente come conatus vitale, perseveranza di ogni cosa nel proprio essere, fedeltà alla propria natura, condizione affettiva che persegue il proprio bene, incremento di potenza avvertito con gioia, esuberanza esistenziale: "Il desiderio è l´essenza stessa dell´uomo - si legge del III libro dell´Etica -, nella misura in cui è concepita come determinata, da una qualunque affezione di se stessa, a fare qualcosa". Tuttavia, anche per Spinoza, la passione è una rappresentazione inadeguata del desiderio perché ci abbandona ad un´esperienza di passività che va riscattata mediante un´idea chiara e distinta, capace di riaffermare il carattere attivo e positivo dei nostri desideri, fino a raggiungere la beatitudine dell´amore intellettuale di Dio. Sarà poi Nietzsche ad assumere compiutamente nel proprio pensiero, affrancato dal paradigma razionalista, la forza affermatrice del desiderio, come fondamento di una volontà di potenza che non è più mera autoconservazione della vita bensì suo costante incremento ottenuto attraverso l´utilizzo di energia affettiva. Se Apollo ci protegge dalla violenza degli affetti, Dioniso è l´emblema di questa volontà affermativa dell´esistenza: "Ci siamo fusi con quella sconfinata, originaria gioia di vivere e, in dionisiache estasi, abbiamo il presentimento dell´indistruttibilità e dell´eternità di questa gioia di vivere". Dopo secoli di ascetismo metafisico fondato sulla denigrazione della vita e sul fraintendimento del corpo, Nietzsche intende restituire il desiderio alla pienezza dell´esperienza, all´esuberante innocenza del corpo, ai piaceri dell´apparenza, alle lusinghe della seduzione, a quella ritrovata sensualità che è all´origine della trasvalutazione di tutti i valori finora egemoni, i quali hanno generato il nichilismo della vita declinante. Dopo Nietzsche, l´abbandono di retromondi metafisici è l´orizzonte entro il quale si muove il pensiero contemporaneo, da Freud che individua una inestinguibile pulsione di morte all´interno della libido, a Lacan che tematizza una "mancanza ad essere" come istanza ultima di un desiderio alimentato inconsciamente dal discorso dell´Altro; da Sartre, che identifica la verità del desiderio con quella della libertà, a Deleuze che delinea una geografia del desiderio disseminato in zone d´intensità, concepisce sovversive macchine desideranti e critica la psicanalisi che persiste platonicamente nel fondare il proprio discorso sulla mancanza, mentre invece "il desiderio non manca di nulla": se Freud aveva colpevolizzato Edipo, possiamo ritrovare l´eroe tragico a Colono, innocente e fiero della propria forza di trasgressione. Al termine di un´ampia e originale ricognizione di tematiche quali l´amore narcisistico, quello oblativo, l´ambivalenza dei sentimenti, la perversione e la sublimazione, dopo aver accuratamente analizzato le svariate riflessioni sul desiderio (da Bataille a Girard), l´autrice conclude il libro con un´immagine suggestiva, richiamando dapprima l´attenzione sul carattere atopico, senza fissa dimora, inoggettivabile, del desiderio e poi rievocando la conclusione di Teorema, il film di Pasolini in cui il protagonista corre tra la sabbia di un deserto battuto dal vento, così come fa Marlene Dietrich al termine di Marocco: l´esilio, la privazione d´identità, sembra essere la verità del desiderio, che ci rende inafferrabili e ci consegna al deserto dell´inappartenenza.