![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 24 SETTEMBRE 2002 |
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Per il
costituzionalismo liberale, il Parlamento è innanzitutto l'entità titolare del
potere legislativo, la sede in cui rappresentanze liberamente elette discutono
ed elaborano le leggi cui gli altri poteri - esecutivo e giudiziario - dovranno
attenersi. Per la dottrina democratica, è, prima di ogni altra cosa, il luogo
della sovranità popolare, l'espressione di un potere legittimato dal basso e,
in quanto tale, sovraordinato a tutti gli altri. Nelle “democrazie
liberali" dell'età contemporanea, dovrebbe essere le due cose insieme, e
varie altre ancora: ha infatti funzioni di indirizzo politico o di controllo (a
seconda che il governo dipenda o meno dalla sua fiducia), oltre che di tribuna
nazionale, di sede primaria del dibattito pubblico.
Da qualche tempo ci si chiede con sempre maggiore insistenza, e con qualche
preoccupazione, se i parlamenti democratici nazionali siano oggi ancora nelle
condizioni di svolgere tutti questi compiti e di conservare il ruolo centrale
assunto nella storia dell'Occidente a partire dall'età delle grandi rivoluzioni
(prima di allora, a parte il caso inglese, per “Parlamento" si potevano
intendere cose molto diverse - dall'adunanza popolare all'assemblea di
notabili, dal tribunale amministrativo al consiglio del principe - nessuna
delle quali dotata di poteri specialmente incisivi).
Per cominciare, i dibattiti sui grandi temi politici e sociali hanno oggi come
sede principale i mass media, soprattutto la televisione, più che le assemblee
rappresentative. Le funzioni di controllo sull'attività dell'esecutivo e della
pubblica amministrazione sono spesso svolte dalle varie magistrature e, in
misura crescente, dalle authorities indipendenti. Nei sistemi maggioritari,
l'investitura popolare, diretta o indiretta, dell'esecutivo sposta decisamente
su quest'ultimo la facoltà di stabilire scelte e priorità del momento. La
stessa funzione legislativa, cuore dell'attività di qualsiasi parlamento, è
oggi insidiata dall'iniziativa dei governi (che propongono direttamente o
promuovono la maggior parte dei provvedimenti in discussione e spesso ottengono
ampie deleghe): e questo avviene (si pensi al caso della nostra legge
finanziaria) anche per la materia fiscale, primo e principale terreno di
affermazione delle assemblee rappresentative nei confronti del monarca
assoluto. Per tacere poi della riduzione dell'area di intervento dei parlamenti
nazionali, a vantaggio di istanze infranazionali (le regioni e gli enti locali)
e sovranazionali (una Unione europea in cui il Parlamento non riesce ad essere
protagonista). Resta, è vero, la funzione, essenziale e indiscutibile, di
rappresentanza del popolo sovrano. Ma, a guardar bene, anche questo ruolo
rischia, non da oggi, di essere intaccato dal filtro di poteri intermedi di
fatto: i partiti, che scelgono i rappresentanti e ne controllano strettamente
le scelte, in teoria libere e insindacabili.
Soprattutto sotto quest'ultimo profilo, la questione si è posta recentemente
qui in Italia: quando è parso che un'assemblea legislativa (nella fattispecie,
il Senato della Repubblica) agisse come una falange compatta agli ordini
dell'esecutivo, al fine di condurre in porto un provvedimento di precipuo
interesse del capo del governo. In realtà il problema è assai antico.
Paradossalmente, nasce con l'affermazione di quel regime “parlamentare" -
quello che subordina la vita del governo alla fiducia, appunto, del Parlamento
- che era stato inventato proprio per garantire il primato delle assemblee
rappresentative.
Per spiegare il paradosso, bisogna ricordare che l'originaria teoria della
separazione fra i poteri - quella formulata da Montesquieu nell'Esprit des
lois - prevedeva una netta distinzione fra legislativo ed esecutivo:
quest'ultimo incarnato dal re e dunque sottratto ad ogni logica di
rappresentanza. I padri costituenti degli Stati Uniti risolsero il problema
sostituendo alla figura del re quella del presidente, anch'esso eletto dal
popolo, ma con una legittimazione propria e indipendente da quella del
Congresso. Laddove invece il titolare dell'esecutivo era il re - figura poco
compatibile con il principio di sovranità popolare e costitutivamente sospetta
(non dimentichiamo che l'età del liberalismo e della democrazia si era aperta
con la decapitazione fisica di due sovrani, Carlo I d'Inghilterra nel 1649 e
Luigi XVI di Francia nel 1793) - l'unico modo per garantire la prevalenza della
volontà dei cittadini consisteva nel far dipendere la vita del governo non
dall'assenso del monarca (come nel cosiddetto sistema “costituzionale
puro"), ma dal rapporto fiduciario con le assemblee elettive: sistema che
si affermò gradualmente in Gran Bretagna sin dal Settecento e che sarebbe stato
poi adottato, vuoi per dettato costituzionale vuoi per prassi, dalle
liberaldemocrazie europee. Anche da quelle repubblicane come la Francia, dove
l'adozione del modello americano del presidente-monarca era sconsigliata dalla
traumatica esperienza dei due bonapartismi.
Una volta legate indissolubilmente le sorti dell'esecutivo a quelle del
legislativo, veniva meno però l'originaria separazione fra i due poteri, che
rischiavano continuamente di confondersi o di prevaricare l'uno sull'altro,
dando luogo di volta in volta a forme di governo d'assemblea o alla “dittatura
parlamentare" del capo dell'esecutivo. Non è certo una anomalia di questi
giorni - è anzi da tempo la regola in Gran Bretagna - il caso di una
maggioranza che diventa quasi un'estensione del governo, lasciando alla sola
opposizione le funzioni di controllo e di contrasto. Come non è una novità,
tanto meno per l'Italia repubblicana, il dominio dei partiti sui parlamentari,
teoricamente depositari come singoli della sovranità popolare, in realtà
soggetti al condizionamento di chi domani avrà il potere di farli rieleggere (e
dunque vincolati, in linea di fatto se non di diritto, a una sorta di mandato
imperativo, anche in regime di maggioritario).
Si tratta, come si è visto, di problemi antichi. Il che ci potrebbe indurre a
temperare il pessimismo sul destino delle istituzioni parlamentari, che sono
state capaci, bene o male, di sopravvivere a questi problemi e ai tanti
devastanti attacchi, non solo teorici, cui sono state sottoposte nel corso
degli ultimi due secoli. I parlamenti vivranno, si spera, fino a quando
qualcuno non avrà inventato strumenti più efficienti e altrettanto legittimi
sul piano democratico. Ma intanto è dovere di tutti riflettere sulla loro
storia passata, sul loro attuale funzionamento e sui modi per migliorarlo.
Siamo sicuri, ad esempio, che il collaudatissimo modello presidenziale
americano, da molti giudicato inesportabile, non sia ancora il più adatto a
valorizzare il ruolo del Parlamento, proprio perché lo solleva dai compiti di
governo e ne salvaguarda le specifiche funzioni?