RASSEGNA STAMPA

24 SETTEMBRE 2002
TONINO BUCCI
Lo Stato secondo armonia

L'estetica della politica per Remo Bodei

La prima opinione associata al termine "estetica" è che si tratti di una disciplina autonoma, applicata alla sfera delle belle cose: opere d'arte, sculture, dipinti, poesie, testi letterari. Eppure, la bellezza molto ha a che fare con l'armonia e la proporzione tra le parti e l'intero - nonostante molte estetiche contemporanee insistano di più sul valore della dissonanza e della disarmonia. Non a caso, infatti, è questo ideale di misura che accomuna l'arte alla scienza, il bello musicale - ad esempio - allo studio matematico dei rapporti e delle proporzioni fra grandezze quantitative. E' l'incontro tra due modi d'intendere la realtà apparentemente opposti e antitetici - l'arte essendo centrata sulle facoltà soggettive del gusto, la scienza, al contrario, sullo studio dei fenomeni oggettivi - eppure uniti dal primato dell'ordine sul caos, della forma sull'informe, della misura sullo smisurato. Ciò che lo scienziato rintraccia nella natura (l'unificazione del molteplice in un ordine misurato), l'artista lo produce. Proprio a partire da questa analogia tra il conoscere e il fare, la filosofia romantica tedesca ha individuato il principio divino e ordinatore del mondo nel terreno comune all'arte e alla razionalità.

Tuttavia, non è questo l'unico caso in cui l'estetica travalica i confini di disciplina settoriale. La nozione di bello, oltre a fornire un paradigma per la ricerca scientifica (la sussunzione dei fenomeni naturali all'ordine delle leggi), è stata assunta anche come ideale regolativo per la costruzione, l'edificazione di una società giusta. "La concordia, virtù "architettonica" per eccellenza - ha scritto recentemente Remo Bodei, professore di Storia della filosofia all'Università di Pisa e studioso dell'idealismo classico tedesco - permette alla collettività di durare, di stare, di essere appunto "stato", evitandole di venir dilaniata dai conflitti esterni e dalla guerra civile. Che la politica debba essere basata sull'armonia (termine che, nel greco antico, indicava originariamente l'incastro perfetto delle parti in legno che componevano l'intera nave), è una convinzione antica". Per certi versi sinonimo di bellezza, la "concordia" è lo stato secondo armonia, la partecipazione dei cittadini a una collettività cui tutti sono legati da un comune interesse. Su questa ipotesi Remo Bodei ha svolto il suo intervento al Festival di filosofia di Modena, sabato sera, nella tavola rotonda con Carlo Galli e Giuseppe Bedeschi sul tema "Quale armonia? Le condizioni di una società ben ordinata". Se si svolge fino in fondo il ragionamento sul bello come "bene" comune e pubblico, si riscoprono le categorie centrali del pensiero platonico. Nell'amore per la bellezza delle cose e per i corpi fisici delle persone desiderate è l'esperienza che mette l'uomo in contatto con l'ordine delle forme - che l'intelletto coglie poi limpidamente in seconda battuta. Se, da un lato, Platone giudica severamente l'arte - altro non sarebbe che una ricerca ad imitare il mondo sensibile, a sua volta copia caduca delle forme ideali -, dall'altro, l'amore per la bellezza esprime la tendenza positiva a realizzare uno Stato ordinato razionalmente sulla base dell'interesse collettivo.

"Qualora non voglia precipitare nella barbarie - afferma Bodei - l'ideale di una società giusta o bene ordinata è irrinunciabile, almeno come idea regolativa. Se la storia non va di per sé da nessuna parte e se il mercato non può essere autosufficiente, la politica deve ritrovare il suo spazio e la sua capacità di risolvere i problemi". La questione ha trovato la sua massima espansione proprio nel Novecento, nella quale si è dispiegata non senza conflitti tragici. L'ideale regolativo dell'armonia, i tentativi di costruire società comuniste secondo criteri di giustizia e sulla base degli interessi delle classi subalterne, ha dovuto affrontare il problema della violenza nella storia, dell'intervento plasmatore dall'alto per realizzare quell'ideale. Dopo il crollo del socialismo reale si è ricaduti in due atteggiamenti, opposti ma complementari. O si è rinunciato al progetto di costruire una società razionalmente ordinata - delegando alla spontaneità del mercato ogni idea di equilibrio - oppure si è proiettato in un futuro indefinito l'utopia del "regno della libertà" e della "società senza classi". Non si può allora non ripartire dalla domanda che pone Bodei - un'ipotesi di ricerca, più che una conclusione: "E' ancora possibile pensare a una società bene ordinata che non rinvii al futuro remoto la propria realizzazione e non si lasci irretire dal sogno regressivo di una comunità etnicamente o religiosamente compatta? E, soprattutto, è possibile frenare la tendenza verso una società che miri a produrre uomini e donne d'allevamento? Se non avessimo almeno questa speranza, meglio sarebbe allora lasciare che le cose vadano alla deriva".
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