![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 SETTEMBRE 2002 |
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Può essere la bellezza una condizione che riduce
uomini e donne a uno stato di minorità? Attorno a questa domandIl a ruota la
relazione di Alfonso M. Iacono per la seconda edizione di «Festivalfilosofia»
Lo stato di minorità, che Immanuel Kant aveva definito come incapacità di
usare l'intelletto senza la guida di un altro, non è soltanto una condizione da
cui, una volta conosciuta, si desidera necessariamente uscire. Al contrario,
essa può essere l'oggetto di un desiderio, quel desiderio che rende così forti
le catene che ci tengono prigionieri di noi stessi e degli altri. Si può
essere, per esempio, prigionieri della propria bellezza? Può, cioè, essere la
bellezza una condizione che riduce un essere umano allo stato di minorità ? Nel
breve racconto Occhiali - pubblicato
nel 1896, e tradotto e riproposto al pubblico italiano da Donatella Izzo,
autrice di una bella introduzione (Liberlibri, Macerata) - Henry James narra di
una giovane donna, Flora Saunt, la quale si trova costretta a scegliere tra
l'uso degli occhiali per vincere una malattia che rischia di portarla alla
cecità - ma così facendo è costretta a deturpare il suo viso con quell'attrezzo
correttivo - oppure la perdita della vista pur di mantenere intatta la bellezza
del suo viso e di potersi offrire così all'ammirazione degli uomini e alla
possibilità di fare un buon matrimonio.
Flora Saunt deve dunque scegliere tra la possibilità di vedere il mondo, se
stessa, gli altri, le cose, e la condizione di essere guardata, osservata e
ammirata dallo sguardo altrui; deve decidersi tra l'essere essa stessa un punto
di vista, un osservatore, un soggetto, oppure soggiacere al punto di vista
degli altri, essere come gli altri la vedono, diventare semplice oggetto dello
sguardo altrui.
A far da contraltare alla giovane Flora c'è Mrs. Meldrun. «Era - scrive Henry
James - la più cordiale, la più acuta, la più brutta delle donne, la meno
pronta a cercar scuse, la meno morbosa nella sua disgrazia. La esibiva bene in
vista, a gran voce e con piglio franco, la faceva sventolare nella brezza come
se fosse stata la bandiera del suo paese». Mrs. Meldrun, questo doppio negativo
di Flora Saunt, viene dunque presentata come la quintessenza della bruttezza
visibile, esibita e vitale.
Tale bruttezza, che Mrs. Meldrun mostrava in modo così disinvolto e
inconsapevole, era determinato particolarmente dal fatto di portare un assai
vistoso paio di occhiali. Tale insieme «consisteva principalmente in un gran
faccione rosso, indescrivibilmente irregolare, dal quale vi squadrava per il
tramite di ausili alla vista bordati d'oro, cerchi ottici d'un diametro tale e
così di frequente fuori posto che qualcuno l'aveva vividamente descritta
dicendo che schiacciava il naso contro il vetro degli occhiali. Lei era
straordinariamente miope, e qualunque effetto avessero sugli altri oggetti,
essi ingrandivano immensamente gli occhi gentili che vi stavano dietro». Henry
James descrive qui Mrs. Meldrun dal punto di vista del suo essere guardata
dagli altri. Immediatamente, egli roverscia il punto di vista e lo colloca là
dove è Mrs. Meldrun a guardare e a vedere: «Attrezzi benedetti erano, nella
loro orrenda, onesta forza - mostravano alla buona signora il mondo intero,
salvo la sua propria bizzarria. Quest'ultimo elemento era intensificato da
sfrenate audacie nel vestire, cariche temerarie di colore e irriducibili
resistenze di taglio, mirabili scontri nei quali l'arte dell'abbigliamento
pareva rischiare la vita. Aveva il passo d'un granatiere e la voce d'un
angelo».
Gli occhiali, dunque, permettevano alla signora di vedere il mondo, ma non le permettevano di vedere se stessa
così come la vedevano gli altri.
La sua bizzarria nel vestire, che essa non percepiva, è indice di come si
mostrasse alla vista altrui e, di conseguenza, alle convenzioni e alle credenze
condivise degli altri in fatto di bellezza e di moda. Ma Mrs. Meldrun non tiene
conto di come gli altri la vedono. Tutto il contrario di Flora Saunt, il cui
problema è esattamente quello di essere guardata e ammirata dagli altri. La sua
stessa identità di donna è dominata dalla bellezza del suo viso,
oggetto-feticcio dello sguardo altrui.
Il narratore del racconto, un pittore che aveva ritratto Flora, dopo una lunga
assenza torna in Inghilterra e una sera va a teatro, una sua passione. Dopo il
secondo atto si guarda attorno in platea e fra i palchi. «C'era una certa
proporzione di donne graziose, ma mi resi conto d'un tratto che una di queste
era di gran lunga più graziosa delle altre. Questa signora, sola in uno dei
ricattacoli più piccoli del prim'ordine di palchi e già meta di una cinquantina
d'occhialetti incuriositi, che ella sosteneva con ammirevole serenità - questa
squisita figura isolata, posta nel settore più lontano rispetto alla mia
poltrona, era una persona, lo sentivi immediatamente, tale da trattenere su di
sé la curiosità».
Puntato il binocolo sul volto della donna, il pittore riconosce stupefatto
Flora Saunt. Avendola trovata senza gli occhiali e ancora più bella, egli si
convince che Flora è guarita dalla malattia agli occhi. «Fu allora che mi resi
conto che la mia visione di lei coi suoi grandi occhiali era stata crudelmente
definitiva. Poiché la sua bellezza era tutto in lei, quell'armamentario l'aveva
estinta, e nella misura in cui avevo pensato a lei da allora l'avevo pensata
sepolta nella tomba che il suo severo specialista le aveva costruito. Insieme
al senso che fosse scampata ad essa giunse un vivo desiderio di tornare da lei;
e se non lasciai immediatamente il mio posto per fare il giro del teatro e
precipitarmi al suo palco fu perché fui immobilizzato là ancora per qualche
istante dalla pura e semplice incapacità di smettere di guardarla».
Finalmente si muove e raggiunge Flora nel suo palco. Le bacia la mano, ma la
vede trasalire. «Durante i pochi istanti che seguirono accaddero diverse cose
straordinarie, la prima delle quali fu che, ora che ero loro vicino, gli occhi
pieni di bellezza che ero salito a contemplare non esibivano affatto quella
luce di consapevolezza che avevo appena avuto il piacere di veder dardeggiare
attraverso la sala: esibivano al contrario, per la mia vergogna, una strana,
dolce vacuità, un'espressione alla quale non riuscii ad attribuire un
significato finché, senza indugio, non mi sentii sul braccio, diretta ad esso
come a cancellare istantaneamente l'effetto del suo trasalire, la stretta di
quella mano che mi aveva impulsivamente strappato».
Flora lo aveva scambiato per un'altra persona e lo tastava per vedere chi
fosse. Il pittore non riesce a proferire parola. «Quale era la parola giusta per celebrare la scoperta improvvisa, e
proprio nel momento in cui si era incoraggiati a credere a cose migliori, che
una vecchia e cara amica era divenuta cieca». In questo racconto di Henry James
si ritrovano molti elementi per una riflessione sull'intreccio che può venire a
istituirsi tra lo sguardo, la relazione, la conoscenza. Vediamo di in che
senso.
Si era detto che Mrs. Meldrun e Flora Saunt sono l'una il doppio negativo
dell'altra: Mrs. Meldrun usa gli occhiali per vedere e guardare il mondo; è
brutta e non si cura di ciò; è indipendente dallo sguardo e dal giudizio altrui
(è autonoma rispetto al punto di vista degli altri); non vede se stessa; è
soggetto osservatore e non oggetto osservato (nel suo rapporto con Flora, è
simile al pittore-narratore, ma, nello stesso tempo, opposta); la sua relazione
è unidirezionale: dal soggetto all'oggetto.
Flora Saunt, invece, si rifiuta di usare gli occhiali che deturpano la sua
bellezza (e che potrebbero guarirla dalla cecità); è bella ed è prigioniera di
tale bellezza; è dipendente dallo sguardo e dal giudizio altrui (è subalterna
al punto di vista degli altri; non vede se stessa ; è oggetto osservato e non
soggetto osservatore; la sua relazione è unidirezionale: dall'oggetto al
soggetto.
Mrs. Merldrun e Flora Saunt, l'una il doppio dell'altra, l'una il contrario
dell'altra, hanno in comune una mancanza: entrambe, per quanto opposte e
complementari l'una all'altra, non
vedono se stesse. Il veder se stessi implica un guardare nello specchio e
scogere se stessi come un altro. Il vedere se stessi comporta un guardare con
altri occhi. Vedere se stessi significa riconoscersi nello stesso momento in
cui si avverte l'alterità. Narciso non si era riconosciuto nello stagno. John
Locke ha osservato nel Saggio
sull'intelligenza umana che «l'intelligenza, come l'occhio, ci fa vedere e
percepire tutte le altre cose, ma non si accorge di se stessa. E si richedono
molta arte e molte cure per metterla ad una certa distanza, e farla suo proprio
oggetto». Nei Principi di scienza nuova, Giovan
BattistaVico, a sua volta, propone l'analogia fra l'occhio, la mente e la
storia. I filosofi, osserva Vico, trascurarono di studiare il mondo degli
uomini, un mondo che poteva essere studiato proprio perché era stato fatto da
loro stessi. La ragione di tale trascuratezza dei filosofi dipendeva dal fatto
che la mente «di usare troppo sforzo e fatiga per intender se medesima, come
l'occhio corporale che vede tutti gli obietti fuori di sé ed ha dello specchio
bisogno per vedere se stesso».
Ma questo bisogno che ha l'occhio dello specchio contrasta con il desiderio di
non vedersi o di vedere come vedono gli altri. Flora Saunt sceglie di diventare
cieca. Sceglie cioè di essere vista piuttosto che di vedere. Ella è prigioniera
della sua bellezza, che la vincola al suo essere oggetto per gli altri,
feticcio in vetrina, merce da matrimonio. Ma l'essere prigionieri della
bellezza diviene dunque uno stato di minorità. E la cecità di Flora Saunt è una
condizione definitiva, irreversibile, peggiore di quella dei prigionieri della
caverna di Platone, i quali, anche se vedono ombre, possiedono ancora la vista
e forse, forse, potranno un giorno liberarsi dalle catene, girarsi e uscire. In
Matrix e in The Truman Show, i protagonisti ci riescono.
Anche Kant usa l'immagine della cecità, quando, nella Critica del giudizio, in un paragrafo che sarà poi oggetto di
importanti riflessioni da parte di Hannah Arendt, parla del senso comune
nell'ambito della questione del gusto. Kant indica tre principi: pensare da sé;
pensare mettendosi al posto degli altri; pensare in modo da essere sempre
d'accordo con se stessi. Ma vediamo quel che dice Kant a proposito di queste
tre massime: «La prima è la massima del modo di pensare libero dai pregiudizi,
la seconda del modo di pensare largo, la
terza del modo di pensare conseguente».
Ora, la prima massima è quella dell'autonomia.
Una ragione che non è passiva e dunque non eteronoma. Una ragione libera dai
pregiudizi, dei quali il più grande è la superstizione. «La liberazione dalla
superstizione - scriveva Kant - si chiama illuminismo, perché, sebbene questo
nome convenga anche alla liberazione dai pregiudizi in generale, la
superstizione merita d'esser chiamata il pregiudizio per eccellenza (in sensu eminenti), considerata la cecità in cui ci trascina [corsivo mio