RASSEGNA STAMPA

19 SETTEMBRE 2002
MAURIZIO CECCHETTI
È il pensiero, bellezza...

Da domani a Modena filosofi e teologi discutono della dimensione estetica nel mondo contemporaneo. Dopo l'11 settembre tramonta il narcisismo e il culto delle apparenze

Bodei: "Non più spettatori, ma attori del nuovo sublime"

La bellezza? Come viene intesa oggi, è una sorta di oppio dei popoli. È rassicurante, tende a scivolare sulla nostra pelle come una guaina protettiva, un abito da indossare per non pensare alla tragicità del mondo. Un antidoto all'11 settembre? In parte, certo è il portato di una società dove consenso e immagine, estetica e politica sono sempre più interdipendenti.

"Oggi - spiega il filosofo Remo Bodei - viviamo l'esperienza della sinistra bellezza della distruzione e del sacrificio. E il sublime ha a che fare col tragico perché è una manifestazione che la nostra ragione non sa spiegarsi. Kant, a proposito della rivoluzione, aveva messo in luce come il sublime materializzi il carattere distruttivo della libertà".

Anche Hegel nella "Fenomenologia" descrive il potere perverso e "morficante" della libertà assoluta proprio prendendo come esempio il terrore e Robespierre. Questa percezione del sublime è poco rassicurante, poco adatta al senso attuale dell'insicurezza...

"Dobbiamo prendere atto che il rapporto fra immagine drammatica e bellezza è sempre conflittuale. L'11 settembre è un evento spettacolare, di una grandiosità negativa, e noi ne partecipiamo, ma a distanza di sicurezza. L'11 settembre segna l'irruzione dell'estetica del sublime nel politico come indice della dismisura del potere umano".

Lucrezio dice che guardando il naufragio dell'altro proviamo piacere non per la morte dell'altro, ma per lo scampato pericolo: per questa volta non è toccata a noi. È stata questa la reazione di molti non americani di fronte alla tragedia di New York?

"Certo la percezione nostra e degli americani è stata diversa: loro hanno ancora la ferita aperta prodotta da un evento che ha violato la loro certezza di inviol abilità. La nostra è stata una visione a distanza, abbiamo vissuto l'evento mediaticamente. Forse qualcuno ha reagito come Hitler e altri nel 1914: si inginocchiarono perché finalmente la storia aveva offerto loro un evento grandioso da cui ricominciare".

Non crede che l'11 settembre abbia sepolto oltre alle migliaia di vite umane anche una cultura, quella postmoderna, tutta superficie e lustrini?

"È stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso che si stava riempendo da qualche anno, da quando iniziò l'abbandono della dimensione narcisistica dei soggetti e il tramonto della leggerezza ben descritta da Calvino negli anni Ottanta. Oggi non ci sono più oasi beate dove rifugiarsi, e Lucrezio attesta che tutto va bene finché non si avverte il senso del pericolo come eventualità concreta".

Ma il sublime che viviamo oggi non è lo stesso degli antichi, il nostro è sorto dal rapporto con la natura come ambiente meraviglioso e ostile al tempo stesso...

"Il sublime moderno nasce dal tentativo umano di esorcizzare la melancholia che ci prende quando ci scopriamo in balìa della natura. Emerge allora l'eroismo dell'uomo romantico che si sente debole davanti alla natura, ma non si piega. Recentemente, però, da parte di alcuni teorici americani, si fa largo un'idea del sublime come riscoperta della forza della natura e come convinzione che sia inutile sfidarne il potere. Ciò contrasta con una idea ecologista che invece contrappone la fragilità della natura alla volontà distruttiva dell'uomo di oggi spalleggiato dalla tecnica. Non sublime di oggi la natura riguadagna dunque la sua maestà dolorosa, ma la tecnologia si rivela un bene disponibile non soltanto ai paesi ricchi, ma anche a quelli poveri che possono usarlo, come si è visto a New York, contro l'Occidente. È questa l'altra faccia del voyeurismo tragico che prevale di fronte a questi eventi".

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