![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 SETTEMBRE 2002 |
|
La differenza essenziale consiste nell'accettazione dei cambiamenti e della competizione come «motore» della civiltà
Tra
le molteplici accuse, antiche e recenti, rivolte al pensiero liberale vi è
quella di quanti sostengono che liberalismo e conservatorismo siano
sostanzialmente due concezioni equivalenti.
Com'è possibile subito avvertire, si tratta di una questione delicata e
della massima importanza - un problema che non lasciò indifferente colui che è
forse il più grande pensatore liberale dei nostri tempi, Friedrich A. von
Hayek, la cui classica opera La società
libera si conclude con un capitolo significativamente intitolato: Perché non sono un conservatore.
E'
tutta l'epistemologia contemporanea ad aver reso chiaro che la scienza avanza
tramite una severa lotta tra idee; la scienza progredisce per congetture e
confutazioni, è un processo dove si apprende dagli errori commessi, individuati
ed eliminati. Ma va subito precisato
che se la ricerca scientifica è competizione tra idee, la democrazia è
competizione tra proposte e progetti politici e l'economia libera è
competizione di merci e servizi posti sul mercato. La competizione
è
il grande principio che anima la ricerca scientifica, la democrazia e
l'economia di mercato: la competizione è l'Occidente, la civiltà. La competizione è la più alta forma di
collaborazione,
Competizione. Com-petizione da cum-petere,
che vuol dire cercare insieme la soluzione migliore in modo
agonistico. E chi aborre la
competizione, deve avere chiaro il suo rapido ritorno nella vita della tribù o
all'interno della caverna. La
competizione, infatti, è il terrore di tutti i conservatori - conservatori di
destra, di centro e di sinistra. Ha
scritto von Hayek che «uno dei tratti fondamentali dell'atteggiamento
conservatore è il timore del cambiamento».
Ostile ai cambiamenti, il conservatore avverte d'istinto che sono le
nuove idee a provocare siffatti cambiamenti, e di conseguenza le avversa.
«Diversamente dal liberalismo, caratterizzato dalla fondamentale credenza nel
potere a lungo termine delle idee, il conservatorismo è vincolato dal bagaglio
di idee ereditate in un dato momento».
E
siccome il conservatore non crede veramente nel potere della discussione, la
sua ultima risorsa, ad avviso di Hayek, consiste, generalmente, nella
rivendicazione di una superiore saggezza basata su una qualità superiore che
egli si arroga da sé. E le cose non si
fermano qui. La sfiducia del
conservatore nei confronti del nuovo e dell'ignoto, nei confronti di idee che
fanno evolvere la nostra civiltà e che non rispettano nessun confine, è all'origine
della sua ostilità verso l'internazionalismo e della sua propensione a un
nazionalismo esasperato. E, d'altro
canto, non dovrà apparire strano che l'antinternazionalismo del conservatore
vada tranquillamente d'accordo con l'imperialismo: «Quanto più una persona non
ama il nuovo e pensa che i propri metodi siano superiori, tanto più tende a
credere di avere la missione di "civilizzare" gli altri, non con quei
rapporti volontari e liberi preferiti dal liberale, ma procurando loro la
benedizione di un governo efficiente».
Concorrenza. Quanto detto è sufficiente a spiegare le ragioni per cui
il liberale, secondo Hayek, non è un conservatore. Il conservatore si aggrappa all'esistente e teme il nuovo; il
liberale, pur non considerando tutti gli sviluppi un progresso, vede però nel
progresso della scienza una fondamentale finalità degli sforzi umani e si
aspetta dalla scienza una soluzione graduale di tanti problemi che ci
affliggono. Il conservatore si affida
alla vigilanza di autorità non vincolate da norme rigide al fine di bloccare le
novità; il liberale difende invece «la concorrenza come un procedimento per
scoprire fatti che, senza ricorrere a essa, nessuno conoscerebbe, o almeno non
utilizzerebbe», e sa che le società che contano sulla concorrenza hanno
raggiunto i loro scopi meglio di altre.
Diversamente
dal conservatore che si affida a uomini che reputa superiori, il liberale è
consapevole non solo della nostra fallibilità ma anche della nostra ignoranza -
essendo le nostre fallibili conoscenze disperse tra milioni e milioni di
uomini, soprattutto quelle particolari di tempo e di luogo -, per cui andrà
avanti meglio di un'altra una società in cui gli individui saranno lasciati
liberi di usare le loro conoscenze. Il
conservatore non teme di allearsi con il socialista contro le proposte
liberali; il liberale non è conservatore, ma avversa anche il costruttivismo di
quei socialisti e il razionalismo di origine illuministica di quei
"liberali" per i quali la genesi e tutti i mutamenti di tutte le istituzioni
e di intere società sarebbero dovuti a piani e a progetti internazionali.
Tolleranza. Il conservatore assume atteggiamenti antidemocratici; il
liberale, invece, si è schierato e si schiera a difesa della tolleranza. E qui una precisazione di grande rilievo: la
tolleranza non equivale, per il liberale, ad assenza di fede religiosa. Scrive Hayek: «A differenza del razionalismo
della Rivoluzione francese, il vero liberalismo non ha niente contro la
religione, e io non posso che deplorare l'anticlericalismo militante ed
essenzialmente illiberale che ha animato tanta parte del liberalismo
continentale del XIX secolo. Quel che
in ciò distingue il liberale dal conservatore è che, per quanto profondi siano
i suoi convincimenti spirituali, egli non si riterrà mai autorizzato a imporli
ad altri e, per lui, lo spirituale e il temporale sono sfere diverse da non
confondere».
La grande distinzione, dunque, è quella offertaci dalla demarcazione costituita dall'abbracciare o meno la logica della competizione. E contrari alla competizione sono, appunto, tutti i conservatori: di destra e di sinistra.