![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 SETTEMBRE 2002 |
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In questa fase ci sono due novità.
Primo, le grandi società cercano di costituirsi in monopolio, crescendo a
scapito dell'innovazione. Poi, per rimediare truccano i bilanci
Sono necessari interventi concreti. Del
resto questa è una costante del capitalismo:
appena caccia lo Stato dalla porta crea
subito ampie finestre affinché rientri
In
un recente articolo, Alain Minc ci espone le sue riflessioni sul
funzionamento e sul futuro del capitalismo.
L'attuale disorientamento dei mercati finanziari, e più ancora di chi ci
ha rimesso le penne, non è una caratteristica nuova del sistema. Non stiamo vivendo - ci dice in sostanza
l'autore - gli ultimi soprassalti del capitalismo, bensì i prodromi del suo
ennesimo, nuovo inizio. Non so quali
sorprese ci riserverà il mondo in questo secolo, ma non ho mai gradito le
profezie delle varie Cassandre. Vada
dunque per l'ipotesi, probabile, della semplice mutazione.
Può
darsi però che non abbiamo ancora toccato il fondo delle aberrazioni del
sistema, «tant'è vero che, in determinate epoche, si è costretti ripercorrere
tutto il circuito delle follie per far ritorno alla ragione». Tutto sommato, ciò che Benjamin Constant
scriveva con riferimento ai regimi politici sembra applicarsi, in maniera anche
più immediata, ai comportamenti economici.
L'ipotesi
invocata da Alain Minc per giustificare la sua posizione è che l'etica di Max
Weber venga a rimettere ordine in casa di Joseph Schumpeter - l'uno e
l'altro fratelli indissociabili del capitalismo: da un lato il rigore e la
rettitudine del protestantesimo, dall'altro il cinismo dell'aspirazione
all'arricchimento.
L'intuizione
di Alain Minc è illuminante; ma a me sembra che le cose siano un po' più
complesse. Se si dà retta a Joseph
Schumpeter, le crisi non conseguono da una disfunzione della morale, e
d'altronde non suscitano un recupero di etica.
A dire il vero, non esiste nessuna «saga del capitalismo immorale». Le due versioni della sua storia - quelle di
Adam Smith e di Joseph Schumpeter - che costituiscono l'ideologia del
sistema, hanno entrambe una conclusione morale. Per il primo, la ricerca
egoistica da parte di ciascuno del proprio esclusivo interesse (anche a costo
di lavorare sodo) conduce a un miglior risultato per la società nel suo
insieme, come sotto l'azione di una benigna mano invisibile. Ma se la morale è
salva su scala del sistema, ciò è dovuto al fatto che la concorrenza ha
l'effetto di sopprimere tutte le rendite, tutte le posizioni di dominio. Per Schumpeter, la dinamica del sistema
risulta dall'attività creativa - cioè dall'innovazione - da parte di coloro che
designa come imprenditori, la cui unica motivazione (come per Adam Smith e per
Max Weber) è il desiderio di guadagno.
Ma nel quadro di un mercato puramente concorrenziale, parlare di
innovazione può apparire paradossale, dato che l'introduzione di nuovi prodotti
o procedimenti conferisce di fatto al loro inventore una posizione di
monopolio. E' anzi la ricerca di questa
posizione, e della rendita che ne consegue, a costituire la motivazione primaria
dell'imprenditore e a ricompensare i suoi sforzi. Dove non c'è rendita, non c'è innovazione. Ecco perché in tutti i nostri paesi la legge
tutela i brevetti degli inventori. Ma
che ne è allora della morale, se basta, per così dire, un lampo d'ingegno per
poter vivere poi di una rendita prelevata sul lavoro degli altri membri della
società? La risposta di Joseph
Schumpeter si riassume in una nozione: quella del processo di «distruzione
creativa». Nel mondo che ci descrive,
la concorrenza è costantemente in atto, e il suo effetto è sempre quello di
sopprimere le rendite. Mari mano che
introducono nuovi prodotti e procedimenti, gli innovatosi di oggi distruggono
le rendite di monopolio di quelli di ieri e li estromettono dal mercato. La morale è salva, poiché gli utili di un
monopolio non sono soltanto la ricompensa degli sforzi passati, ma anche di
quelli presenti, nella lotta per rimanere in gara il più a lungo
possibile. E c'è motivo per non
dubitare che in ogni modo, il loro destino sia quello di scomparire. Il processo è spietato, dato che come in
Giano bifronte, unisce indissolubilmente creazione e distruzione.
La
differenza tra Max Weber e Joseph Schumpeter sta nel fatto che la morale del
primo è austera, mentre il secondo presenta una prospettiva dilettevole. Grazie all'intelligenza che presiede tanto
alla ricerca scientifica quanto al dinamismo degli imprenditori e al loro gusto
del rischio, l'economia e la società vivono in perpetua ebollizione. Alain Minc ha quindi ragione di sottolineare
che gli eccessi sono nella natura stessa del capitalismo: nella corsa
all'innovazione molti sono infatti i chiamati e pochi gli eletti. Ciascuno dei concorrenti lo sa, come lo
sanno i loro finanziatori. Da questo
punto di vista, la situazione presente è dunque normale e ricorrente: bisogna
pur fare l'inventario dei rottami che un'ondata di innovazioni lascia dietro di
sé. Ma chi mai contesta che le nuove
tecnologie dell'informazione e della comunicazione rappresentino un progresso
reale per l'economia e per la società?
Chi mai si augura che la previsione di altre rottamazioni ci induca a
rinunciare a percorrere le vie dell'innovazione nel campo delle
biotecnologie? C'è sempre una parte di
sogno nell'attività umana in campo economico; e questa componente è
particolarmente importante quando si tratta di valorizzare le imprese (le
quotazioni in borsa), dato che il loro valore dipende dagli sviluppi futuri, e
in particolare dalle probabilità di trovare un mercato per una nuova idea. E su questo, nessun modello scientifico
consente un vero pronostico: la sorte degli investitori impegnati nella corsa
all'innovazione è legata tanto all'intelligenza quanto all'intuizione e alla
fortuna. Questa parte ineliminabile di irrazionalità, che contrassegna il gusto
del rischio, può essere qualificata in modi diversi: Keynes, preoccupato
com'era degli sbalzi d'umore della congiuntura e delle loro possibili
conseguenze sulla vita delle persone, parlava di «spirito animalesco» degli
imprenditori. Al contrario, Joseph Schumpeter,
nella sua visione più a lungo termine, vede nello spirito imprenditoriale il
mezzo privilegiato del progresso. In
ragione di questa proiezione nel futuro, che è parte integrante della natura
stessa dell'atto di investire, l'economia è sempre
stata
e continua ad essere «d'opinione», come sottolinea Alain Minc.
Se
si trattasse soltanto di questo, la situazione attuale non dovrebbe suscitare
eccessive preoccupazioni. Ma vi è in essa una singolarità dovuta a due elementi
i quali, seppure non nuovi, sono però assenti dall'analisi di Joseph
Schumpeter: il processo di appropriazione delle rendite e quello di
manipolazione dei sogni. Il primo
consegue dalla volontà delle imprese di costituirsi, al di là di quanto sarebbe
giustificato dall'innovazione, rendite di monopolio, per ottenere le quali la
crescita esterna costituisce il mezzo privilegiato. E ciò induce, razionalmente, all'acquisizione di altre aziende a
prezzi gonfiati, poiché il possesso di maggiori quote di mercato consente a
un'impresa di accrescere il proprio potere monopolistico, e quindi la rendita
che ne deriva. Chi controlla il mercato
ha la possibilità di bloccare il momento distruttivo del processo
schumpeteriano - o in altri termini, di vivere tranquillo riducendo l'intensità
della concorrenza. La morale non è più
salva, dato che a questo punto la rendita non proviene da nessun tipo di
ingegnosità o sforzo innovativo, ma semplicemente dal potere. Ma dato che da ciò non consegue nessun
aumento di valore, la gara per il potere è votata al fallimento. Per prendervi parte si è costretti a una
corsa al rialzo, e quindi il sovrapprezzo, pagato per l'acquisto sale
rapidamente, fino a perdere ogni rapporto con la rendita che si può sperare di
ottenere. E' a questo punto che inizia
il processo di manipolazione dei sogni, si tratta di evitare che gli azionisti
si rendano conto della sproporzione tra il prezzo e la rendita - o in altri
termini, dell'impoverimento dell'impresa - con ogni mezzo possibile, compreso
l'inganno. Certo, il Novecento ha
conosciuto fallimenti clamorosi e casi di bancarotta fraudolenta; ma la
falsificazione dei conti eretta a principio di gestione sembra essere una
caratteristica propria dell'inizio di questo secolo. La concorrenza attraverso il potere - cioè la ricerca sfrenata di
rendite risultanti non da processi di creazione ma di assorbimento - ha dunque
conseguenze economiche e sociali assai diverse da quelle di una concorrenza
basata sull'innovazione. Se
quest'ultima conduce al progresso, sia pure costellato da crisi, la prima porta
all'impoverimento: quello di un numero crescente di azionisti, raggirati sotto
l'effetto della «democratizzazione dell'azionariato», come si usa dire oggi!
Questo capitalismo non ha il volto avvenente di Joseph Schumpeter, e neppure quello austero di Max Weber. E per risolvere la crisi non basta il buon uso del ministero della parola, e neppure l'intervento di un pubblico psicoterapeuta, come conclude Alain Minc, convinto com'è che i governi abbiano ormai perduto ogni altro potere. C'è bisogno, al contrario, di interventi concreti, in grado di fermare il processo di impoverimento delle società. Ed è questo che in effetti - non dispiaccia all'autore - si sta verificando. Gli «interventi profetici» di Alan Greenspan faranno magari parte di un codice, ma l'abbassamento dei tassi di interesse è una realtà, e quanto concreta! Saranno «codice» anche le «lusinghe dei politici», ma il sollievo della società per effetto dell'aumento della spesa pubblica e degli sgravi fiscali è reale. Infine, provate a chiedere ai manager se credono che le nuove norme, e in particolare il tetto imposto alle loro remunerazioni, siano solo parole al vento. Se c'è una costante nel capitalismo è questa: ogni qualvolta caccia lo Stato dalla porta, crea al tempo stesso ampie vetrate per facilitargli il rientro.