![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 SETTEMBRE 2002 |
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Dopo l'l1 settembre in molti si sono chiesta se le informazioni pubblicate dalle riviste scientifiche possano essere utilizzate «male». Ora «The Lancet» riapre il dibattito
Il nuovo caso scatenante lo hanno creato, qualche settimana fa, Eckard Wimmer, Jeronimo Cello e Aniko V. Paul, biologi dell'università di stato di New York, quando hanno pubblicato su «Science» un articolo in cui annunciano la sintesi artificiale di un poliovirus umano. La sintesi è infatti avvenuta per via chimica sulla base di informazioni accessibili via Internet. Il virus sintetico ha dimostrato di essere biologicamente attivo e di poter svolgere l'azione patogena tipica dei poliovirus. «Questi risultati - scrivono i tre mícrobiologi - mostrano che è possibile sintetizzare un agente infettivo in vitro seguendo unicamente le istruzioni di una sequenza scritta». In altri termini chiunque (o quasi) può andare in rete, accedere alla banca dati genetica, leggere le sequenze e sintetizzare in laboratorio un agente altamente infettivo. Ovvero, un'arma biologica.
L'articolo,
pubblicato l'8 agosto, ha prodotto una risoluzione della Camera dei
rappresentati di Washington, in cui si esprime «seria preoccupazione» per la
pubblicazione di quell'articolo «che potrebbe offrire ai terroristi la
possibilità di creare a bassissimo costo patogeni umani utilizzabili contro il
popolo degli Stati Uniti». I deputati americani hanno invitato direttori ed
editori delle riviste scientifiche a creare una qualche barriera che impedisca
ai terroristi di utilizzare i risultati pubblicati. Hanno invitato la comunità scientifica a porre dei limiti alla
libera circolazione delle informazioni scientifiche pericolose. E, infine, hanno raccomandato una revisione
della politica di accesso ai fondi federali in modo che «informazioni che
potrebbero rivelarsi utili nello sviluppo di armi chimiche, biologiche e
nucleari non siano accessibili ai terroristi e ai paesi che destano
preoccupazioni».
L'articolo
di Wimmer e dei suoi collaboratori riaccende il dibattito sulla libera
circolazione dell'informazione scientifica esploso all'indomani dell'11
settembre 2001 e della scoperta della «vulnerabilità americana». Dopo l'attacco alla Torri gemelle e dopo la
diffusione via posta delle spore all'antrace, negli Stati Uniti e, un po' meno,
in Europa molti hanno iniziato a chiedersi se terroristi e stati male
intenzionati non possano trovare nelle libere riviste scientifiche
internazionali informazioni utili per dotarsí facilmente di armi di distruzione
di massa.
Il
problema riguarda le riviste di chimica e di fisica. Ma riguarda, soprattutto, le riviste di genetica e di
microbiologia. Per questo, da un anno a
questa parte, sono fortemente aumentate negli Usa e, un po' meno, in Europa le
pressioni politiche per vietare la libera circolazione delle informazioni
scientifiche pericolose. Il guaio è, da
un lato, che è impossibile stabilire apriori quali informazioni scientifiche
sono potenzialmente pericolose. E,
dall'altro, che la libera circolazione dell'informazione è uno dei capisaldi
della ricerca scientifica. Senza
comunicazione pubblica non c'è scienza. O, almeno, è un'altra scienza. Insomma, l'11 settembre pone un serio
problema alla comunità scientifica. E' possibile, è utile ed è giusto limitare
la libertà di pubblicazione e, quindi, la libertà di ricerca per ragioni (non
banali) di sicurezza? La rivista medica
«The Lancet» ha posto queste domande ad alcuni autorevoli esperti.
Mark
Frankel, esperto del «Programma su libertà scientifica, responsabilità e
legge» dell'Associazione americana per l'avanzamento della scienza, sostiene
che il prezzo della partita è estremamente alto. Perché non c'è possibilità alcuna di evitare di dare un aiuto
involontario ai nemici senza modificare la natura fondamentale della scienza e
della comunicazione della scienza.
Nessun esperimento può essere considerato scientifico se non è
ripetibile. E nessuno può ripetere un
esperimento se non conosce nei dettagli come è stato realizzato l'originale.
Ronald Atlas, presidente della Società americana di microbiologia, sostiene che la comunicazione poco rigorosa della scienza danneggerebbe seriamente la possibilità di continuare a fare ricerca biomedica. Per cui non c'è altra opzione possibile che quella radicale: o censura totale o pubblicazione integrale. Ma la censura totale riguarderebbe un campo così vasto e così vicino alla totalità della ricerca in microbiologia da essere improponibile. In ogni caso, sostiene Robert Rich, ex presidente della Federazione delle società americane di biologia sperimentale, deve essere la comunità scientifica e solo lei a valutare i rischi e ad adottare eventuali contromisure. Anche Susan Lindee, storica della scienza, propende per l'autocensura. Viviamo in un clima simile a quello della guerra fredda, sostiene. E durante la guerra fredda la gran parte delle limitazioni alla libera circolazione di risultati scientifici pericolosi non fu imposta dal governo ma fu un'autolimitazione. Proprio la storia, tuttavia, ci dice che l'autocensura è figlia di un'analisi politica soggettiva e, quindi, variabile. Quando Leo Szilard, nel 1939, propose a New York di sospendere la pubblicazione della ricerca in fisica nucleare, i coniugi Joliot-Curie a Parigi risposero che non ci stavano. La storia ci insegna anche che la censura ha costi altissimi senza garantire i risultati. Quando l'embargo sulla fisica nucleare fu finalmente posto in Occidente, fu solo al prezzo della completa militarizzazione del Progetto Manhattan. Ciò non impedì né agli scienziati tedeschi e giapponesi di continuare le loro ricerche (per fortuna infruttuose) né agli scienziati sovietici di realizzare l'atomica nel 1949.