![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 SETTEMBRE 2002 |
|
Agli estetismi calligrafici di certe mode recenti il
filosofo-gourmet contrappone una cucina carica di storia, che non si rivolge
solo al cuore e alla mente, ma a tutti i sensi, apparato gustativo in testa,
senza scartare alcun ingrediente. Tanto
meno il grasso, da sempre bello e buono per gli dei
La bellezza
della quale si farà esperienza a tavola, nelle giornate del Festival di
filosofia a Modena, Carpi e Sassuolo, non avrà nulla in comune con quella nuova
"estetica della cucina" proposta con sicura coscienza dai teorici e
dagli apostoli della cosiddetta cucina creativa, tutti concordi nel celebrare
"la bellezza degli spazi vuoti".
Come si
legge in un volume pubblicato da Laterza, scritto con la collaborazione di un
cuoco famoso, le categorie di questa nuova estetica sono: "la
miniaturizzazione delle porzioni, la rarefazione del cibo sul piatto,
l'esibizione degli spazi vuoti" e soprattutto la
"trasfigurazione" delle vivande attraverso un loro
"ricollocamento simbolico".
Si realizza così l'ideale di un "minimalismo gastronomico"
("proporzionare il cibo a misura di boccone") ove "la
conformazione anatomica degli alimenti si mimetizza in una composizione
formale". Esemplare l'unica,
solitaria "candida seppia che si staglia su una macchia d'inchiostro"
(il nero di seppia), secondo il dettato di un cuoco lombardo, o la punta
estrema della chela di un astice su un grande piatto bianco, di altro stellato
romano. Questo il nuovo
"sapere" gastronomico, il "nuovo rituale" che punta tutto
su "un linguaggio figurativo", impegnato a presentare in tavola le
preparazioni come "istantanee nature morte". Qui si verifica la "superiorità ideologica"
della "cucina creativa".
Cucina che
si rivolge "al cuore e alla mente", mettendo da parte tutti gli altri
sensi - soprattutto l'apparato gustativo - dimenticando che la mente o
l'intelletto, come dicevano gli scolastici del buon tempo antico, nulla possono
senza i sensi.
Non dunque
di queste bellezze calligrafiche e formali si farà pratica a Modena, Carpi e
Sassuolo: anche perché le "nature morte" non sono facilmente
commestibili. Altro sarà il principio direttivo, fortemente legato al
"sentire", che guiderà la scelta dei menu della bellezza: non per
anoressici, tanto meno per il numero ingente di coloro che frequentano i
ristoranti "creativi" al solo scopo di essere visti, ma per uomini di
gusto che nei piatti vogliono riconoscere la testimonianza della propria storia
culturale; se volete, un rispecchiamento della propria anima.
Nati da una
salda coscienza storica, i menu della bellezza non possono dimenticare - come
premessa teorica - i classici "provini gastronomici" di
Brillat-Savarin, a suo avviso "scoperta fondamentale nella storia della
civiltà". Avvertiva
Brillat-Savarin: "Intendiamo con provini gastronomici le vivande di un
sapore riconosciuto e di un'eccellenza talmente indiscutibile che la sola loro
apparizione deve commuovere, in un uomo equilibrato, tutte le sue potenze
gustative; sicché tutti coloro nei quali, in questi casi, non si percepisse né
il lampo del desiderio, né la radiosità dell'estasi, possono giustamente essere
marcati come indegni degli onori della tavola e dei piaceri che vi sono
connessi". Ricordando in concreto
alcuni di questi provini, Brillat-Savarin premetteva come "osservazione
generale" che era necessario che ogni provino fosse di larghe proporzioni:
l'"esperienza, fondata sulla conoscenza del genere umano, ci ha fatto
capire che la rarità, la più saporosa, perde la sua influenza quando non è in
proporzione esuberante; poiché il primo moto che imprime ai convitati è
bloccato dal timore che possono avere di ricevere una piccola porzione o di
essere in altri casi obbligati di rifiutare per gentilezza: come accade sovente
presso ospiti fastosi ma avari".
Volendo
quindi indicare uno dei più importanti provini che egli abbia sperimentato,
ricorda "un enorme gallo vergine di Barbezieux, tartufato al punto da
scoppiare e un foie gras di Strasburgo a forma di bastione". Presentati in tavola questi piatti,
"tutte le conversazioni cessarono per la pienezza dei cuori e quando i
piatti di servizio erano passati, vidi succedersi volta a volta su tutte le
fisionomia il fuoco del desiderio, l'estasi della gioia, il riposo perfetto
della beatitudine".
Senza
riproporre i provini di Brillat-Savarin - ma considerando fondamentale la
verifica degli effetti di un piacevole convito alcuni principi sono ineludibili
per una cucina che voglia essere pacata celebrazione dei beni della tavola e
del lavoro dell'uomo: il rispetto dei prodotti della natura, delle tradizioni e
della storia (quindi anche delle grandi salse e delle lunghe sapienti cotture),
la ricchezza degli apparati e l'abbondanza delle vivande, la presentazione e la
successione delle portate, la centralità del commensale: tutto per la piena
soddisfazione dei convitati che non si esaurisce nello stupore, ma è la
realizzazione di una passione vitale, dell'eros gastronomico.
Ed ecco la
costruzione di alcuni menu della bellezza che si alterneranno nel corso del
Festival. Anzitutto un omaggio alla dea
della bellezza, la Venere calli pigia: quindi i tortellini ("ombelico di
Venere") in brodo, poi i vari cosciotti al forno (di lattonzolo, di
agnello) e i prosciutti cotti e crudi, per finire con le fragole, "le
lacrime di Venere", all'aceto tradizionale balsamico.
Quindi un
omaggio a quanto gli dei amavano particolarmente, perché bello e buono: il
grasso, considerato la sostanza costitutiva della vita. Zeus è giocato da Prometeo che ha nascosto
le nude ossa "sotto il bianco grasso" inducendo in errore il padre
degli dei che, scegliendo il grasso, restò con le sole ossa (Teogonia, 535 e
seguenti); Jahvè "guardò con benevolenza Abele" che presentava come
offerta "una parte delle primizie del suo bestiame e precisamente le parti
grasse" (Genesi, 4,4), e il Levitico prescrive di offrire a Jahvè "le
parti grasse" degli animali sacrificati (Levitico, 3,3 e seguenti).
Nei riti
greci, il grasso fumante sugli altari costituiva un elemento essenziale perché
il suo profumo era particolarmente gradito agli dei. A Roma, i Fratelli Arvali "ungevano le dee", come si
legge in un'iscrizione latina.
In omaggio
dunque a un paradigma sacro (riscattando anche il maiale da antiche
proibizioni), ecco presentarsi alle tavole del Festival lardo, ciccioli frolli,
mortadella a cubetti, gnocco fritto, tigelle e borlenghi con pesto di lardo,
aglio, parmigiano e rosmarino, prosciutto ben cerchiato da un'aureola di
candido grasso. Con la speranza
(ultima) di reperire il grasso d'oca e dei rognoni per sapide
Non meno
grate agli dei le parti connesse con la coscienza, le interiora: ecco dunque un
menu di interiori bellezze. Le
tagliatelle con rigaglie di pollo, i fegatelli di maiale, le trippe, le
polpette di trippa, i rognoni.
Né poteva
mancare la celebrazione della bellezza del pieno o - se volete - del ripieno:
dai tortelli verdi ai polpettoni in crosta, dal cappone e dal tacchino ripieni
ai tortelli dolci, al forno con savòr.
Così come presente sarà la bellezza dell'oro; non l'oro potabile tanto
ricercato da principi e papi per prolungare la vita, né l'oro che, per analoghi
motivi, copriva i grandi pezzi di carne alle tavole dei signori rinascimentali,
bensì la più umile - ma esaltante - fragranza del fritto dorato: qui la cascata
delle grandi fritture, dallo gnocco al misto modenese, alle frittelle di pasta,
di riso, di verdure. Felice imitazione
povera dei piatti dei ricchi; ma anche la cucina povera è bella, come recita un
altro menu che vede alternarsi acciughe e stoccafisso in umido, pesciolini
marinati e frittelle di baccalà.
Ancora - per
ricordare il carattere volatile della bellezza (cui certo faranno riferimento i
filosofi, i teologi, i letterati nel corso delle lezioni) - ecco presenti alle
tavole del Festival maccheroni al pettine con ragù d'anatra, sformato di riso
con piccione disossato, altri volatili allo spiedo o in casseruola. Sic transit gloria mundi!
In questo modo la varia fenomenologia della bellezza, che il Festival presenterà nelle più varie sfaccettature - con le lezioni magistrali filosofiche e teologiche, con le foto di belle donne, con le opere di artisti contemporanei, con i film di grandi star e le musiche di noti complessi troverà una sua non marginale epifania nelle tavole imbandite: qui senso e ragione parteciperanno alla concelebrazione di un rito antico ove l'uomo può ritrovare la bellezza di un tranquillo godimento e di una serena soddisfazione.