![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 SETTEMBRE 2002 |
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La
cosa che più colpisce nelle dottrine ispirate a modelli di società armoniche e
prive di conflitti sociali, è che esse non riescono assolutamente a misurarsi con i problemi dell'economia
moderna, che vorrebbero semplificare fino al punto da ricondurla a forme
arcaiche, basate sul baratto.
L'espressione
più completa (e più impressionante) di questa tendenza è costituita dalla
concezione di Rousseau. Il grande ginevrino sogna una repubblica plasmata
dalla "volontà generale", che è la volontà del corpo sovrano (formato
da tutti i cittadini) quando essa è animata dalla virtù etico-politica, cioè
quando tende al bene comune. Perciò
Rousseau distingue accuratamente fra "volontà generale" e "volontà
di tutti", essendo quest'ultima la somma delle volontà particolare, cioè
delle volontà degli individui che tendono al proprio privato interesse: sono
proprio questi privati interessi a minacciare il bene comune, sicché quando
prevale la "volontà di tutti" viene messa a repentaglio la "volontà
generale", e la repubblica corre un pericolo enorme: quello di snaturarsi
o di dissolversi.
Il
male assoluto è costituito quindi, per Rousseau, dagli interessi privati, dalla
loro pretesa di farsi valere come tali, ciascuno a prescindere da tutti gli
altri e in concorrenza con tutti gli altri.
La concorrenza degli interessi, infatti, genera il conflitto sociale,
corrode l'unità e la virtù del corpo
politico, allenta e dissolve i legami che tengono unita la comunità, e ne
prepara la rovina. Il Contratto sociale deve costruire qualcosa di totalmente
diverso, in cui il singolo si identifichi con la comunità, in modo tale che
quest'ultima costituisca in ogni istante la sua vita e il suo destino.
Quali
caratteristiche deve avere l'economia di una comunità così intimamente fusa,
coesa e compatta? Nel Progetto di
costituzione per la Corsica Rousseau esalta l'agricoltura, per la semplicità
della vita agreste, che forma corpi più robusti (e quindi soldati capaci di
difendere la patria), e per l'assiduità al lavoro, che previene il disordine e
i vizi. Egli non si stanca di mettere
in guardia verso l'introduzione del commercio e dell'industria, che non possono
svilupparsi senza il denaro. Gli
effetti del denaro, infatti, sono esiziali: «ovunque il denaro è la prima
necessità, la nazione si distacca dall'agricoltura per gettarsi in professioni
più lucrative»; in questo modo, però, l'amor di patria si spegne in tutti i
cuori, e cede il posto a un unico amore, quello per il denaro. L'ideale roussoiano è costituito quindi
dall'agricoltura, che però deve bandire il commercio dei prodotti: «Gli scambi
- egli dice - potranno essere fatti in natura e senza valori intermedi, e si
potrà vivere nell'abbondanza senza mai toccare un soldo». L'economia deve tornare dunque al baratto. E
ciò nel secolo della rivoluzione industriale!
Lo
spirito della concezione di Rousseau ritorna in Marx, ma con una differenza
sostanziale, che mette vieppiù in luce la contraddittorietà della sua
posizione. Marx esalta infatti la missione
storica della borghesia e l'enorme sviluppo delle forze produttive da essa
promosso. Basti pensare alle celebri
parole del «Manifesto»: «La borghesia ha avuto nella storia una funzione
sommamente rivoluzionaria. Essa ha
creato ben altre meraviglie che le piramidi d'Egitto, gli acquedotti romani e
le cattedrali gotiche; essa ha fatto ben altre spedizioni che le migrazioni dei
popoli e le crociate». In appena un
secolo di dominio, essa «ha creato delle forze produttive il cui numero e la
cui importanza superano quanto mai avessero fatto tutte insieme le generazioni
passate». Di qui la ferma critica che
Marx rivolge a Sismondi, il quale ha avuto sì il merito di mostrare «gli
effetti deleteri dell'introduzione delle macchine e della divisione del lavoro,
la concentrazione dei capitali e della proprietà fondiaria, la
sovrapproduzione, le crisi, la rovina inevitabile dei piccoli borghesi e dei
piccoli contadini, la miseria del proletariato, l'anarchia della produzione»;
ma a tutto ciò egli ha opposto la pretesa di ristabilire i vecchi mezzi di
produzione e di scambio, e con essi i vecchi rapporti di proprietà (le
corporazioni nella manifattura e l'economia patriarcale nell'agricoltura): un
programma romantico e organicistico, che la rivoluzione industriale ha
irrimediabilmente travolto.
E tuttavia, accanto a questa ispirazione "illuministica", opera in Marx un'altra e diversa ispirazione, di tipo organicistico-romantico. Infatti egli critica e respinge il complesso di scissioni determinato dalla società borghese moderna: la scissione, all'interno della merce, fra valore d'uso e valore di scambio, che trapassa nera scissione fra merce e denaro; la scissione fra il lavoratore e i mezzi di produzione, fra il salariato e il capitale; la scissione fra l'economia e la politica, fra la sfera sociale e la sfera giuridica, fra lo Stato e la società civile. Contro tutto ciò Marx invoca l'unità, il ristabilimento del vincolo sociale che si è spezzato. La rivoluzione comunista dovrà perciò sopprimere il denaro, la merce, il lavoro salariato, il capitale, lo Stato: al loro posto dovrà mettere una vivente comunità etica di produttori che si autogovernano, e che si scambiano direttamente prodotti e servizi. La grande industria dovrà essere conservata e potenziata, ma dovrà essere abolito il mercato!