RASSEGNA STAMPA

15 SETTEMBRE 2002
ARMANDO MASSARENTI
Nuove promesse di felicità

Pro e contro i costruttori di utopie: è possibile evitare che í sogni si trasformino in incubi?

                            Una delle critiche rivolte alla bellezza è quella secondo cui, catturando la nostra attenzione, essa ci distoglie dalle ingiustizie sociali e dall'impegno di costruire una società più giusta.  Per contrastare questa idea, Elaine Scarry, che insegna estetica a Harvard, ha scritto un agile pamhplet in cui cerca di dimostrare quanto invece l'abitudine alla contemplazione della bellezza - in senso lato, in un fiore, un quadro, un tramonto, una persona. un oggetto, un film - ci induca a un atteggiamento socialmente più aperto e più equo, laddove l'equità (analogamente alla bellezza) è definita come «simmetria nella relazione tra ciascuno e tutti gli altri».  Il libro, che si intitola appunto Sulla bellezza e sull'essere giusti (trad. il Saggiatore), collega argomentazioni di carattere cognitivo, percettivo ed etico che sembrano mettere d'accordo sia coloro che simpatizzano con l'idea che attraverso la bellezza si può giungere alla giustizia, sia coloro che sembrerebbero non crederci.  Da un lato Amartya Sen, che nell'immagine aristotelica della giustizia come un «cubo perfetto» vede la raffigurazione dell'estensione dell'eguaglianza in tutte le direzioni. E dall'altro Stuart Hampshire,

sostenitore della tesi secondo cui Non c'è giustizia senza conflitto (Feltrinelli).  Interrogato dall'autrice sull'argomento, dopo averci riflettuto per un po', egli ha affermato che, sì, in fondo, c'è qualcosa in comune tra, bellezza e giustizia: «l'uguaglianza e l'equilibrio di peso delle parti».

Le tesi sulle radici estetiche dell'idea di eguaglianza sostenute dalla Scarry sono affascinanti.  Hanno soprattutto il pregio di prendere le mosse da situazioni di vita quotidiana.  Non considerano però uno dei motivi più profondi che hanno indotto molti filosofi della politica a non fidarsi della bellezza: il suo naturale collegamento con le utopie, da Platone a Marx, con le molteplici «promesse di felicità» non mantenute dalla storia, che anzi le ha trasformate in incubi intollerabili.

Com'è noto sono stati Karl Popper e Isaiah Berlin a denunciare, nel '900, le utopie come i principali nemici della libertà e della società aperta.  Più il fine è allettante, nobile, bello - ha sostenuto Berlin - più si sarà spinti a pensare che qualsiasi mezzo sia adeguato per raggiungerlo: «Creare un'umanità giusta, felice, creativa e armoniosa per sempre: quale costo potrebbe essere troppo alto di fronte a questo traguardo?».  Il prezzo è stato pagato da milioni di vittime innocenti, proprio a partire da quando, nel XVIII secolo, si è cominciato a pensare da un lato che l'ordine sociale non garantisce necessariamente la felicità degli individui e, dall'altro, che per raggiungere la felicità desiderata è possibile, anzi bisogna, modificare la struttura sociale esistente allo scopo di ottenerne una migliore.  Nasceva quello che oggi si chiama costruttivismo.  Secondo l'economista e storico delle idee Albert Hirschman, questa era un'idea del tutto nuova per l'umanità, al pari di quella, opposta, che negli stessi anni stavano elaborando gli illuministi scozzesi, secondo la quale invece la maggior parte delle istituzioni che definiscono il nostro ordine sociale sono il frutto di una serie di conseguenze non volute, provocate da individui che agiscono per raggiungere scopi diversi da quelli che di fatto si realizzano.  Così Adam Smith pensò al meccanismo della mano invisibile, che mostra quali effetti benefici per la società produca il perseguimento degli interessi privati, raggiungendo un'armonia spontanea che sarebbe impossibile progettare o pianificare.

Oggi lo spazio della filosofia e delle scienze sociali è ancora diviso tra questi due atteggiamenti di fondo, queste due visioni alternative dell'ordine sociale, entrambe figlie della modernità, in eterna lotta tra loro.  Per ripensare le «condizioni di una società bene ordinata» - come faranno sabato prossimo a Modena, Bodei, Bedeschi e Galli, dei quali vengono qui anticipate alcune riflessioni - bisogna tener conto di questo dialogo tra sordi: tra i costruttivisti che spesso ancora demonizzano un'istituzione fondamentale come il mercato, e gli anticostruttivisti, che di fronte a qualsiasi riforma sociale sono sempre pronti a sollevare i fantasmi del passato, o più semplicemente a denunciare gli "effetti perversi" degli interventi egualitari.  A una dialettica in cui non si può dire che uno dei due schieramenti abbia sempre ragione e l'altro torto.  Né che, nel propugnare quelle tesi, la bellezza e la bruttezza - così come la buona e la cattiva fede - non siano equamente distribuite.
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vedi anche
Filosofia (e) politica