![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 SETTEMBRE 2002 |
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L'uomo moderno ha di fronte a sé una
natura sconsacrata
«Il
grande Pan è morto». Così, secondo
Plutarco, risuonò la voce di un oracolo al tempo dell'imperatore
Tiberio. C'è in questo aneddoto la
prefigurazione inconsapevole del fatto che il compimento della missione di
Cristo, il suo sacrificio appunto ordinato dal procuratore romano in Galilea,
che agiva in nome del Cesare di Roma, implicava la fine di Pan, cioè delle
divinità pagane che abitavano i boschi, le acque e il cielo, e che conferivano
ai luoghi armonia e bellezza, ritmo e misura.
Che facevano del mondo un "cosmo", un ordine al tempo stesso
concreto, naturale, bello.
Prima
che la filosofia e la tragedia la mettessero in dubbio con la critica, o con la
consapevolezza della fatalità che l'uomo faccia esperienza della dismisura,
anche la politica era permeata di bellezza: l'ideale aristocratico della kalokagathia (la bellezza e la bontà)
significava infatti che l'essere "buono" (valoroso, ben nato, ben
educato) non poteva essere disgiunto dall'esser bello (armonioso, nobile,
splendente di gloria). Gli dei, i
semidei, gli eroi, gli uomini che il mito e la storia ci tramandano, che la
poesia e la statuaria ci consegnano, sono belli perché, nel loro corpo
concreto, partecipano della misura divina del mondo. Una bellezza, dunque, al tempo stesso individuale e collettiva,
soggettiva e oggettiva, naturale e umana.
Come
è tipico dei monoteismi, che concepiscono il sacro nel Dio trascendente, il
cristianesimo opera la sconsacrazione del mondo e della natura, in nome di una
divinità che si è fatta uomo e ha patito la dismisura suprema del
Calvario. Questa dinamica è presente
nel modo più radicale nelle Chiese riformate, mentre il cattolicesimo è più
sensibile alla preservazione e alla valutazione positiva della concretezza e
della bellezze del mondo e dell'arte, perché anche in essa si esprime la gloria
di Dio. In ogni caso, è nella religione
cristiana la precondizione necessaria perché si affermi il moderno dominio
laico del soggetto individuale e della sua ragione in una "terra
desolata" che non reca in sé alcuna sacralità. Il dominio di un uomo inquieto e incompleto, disarmonico - la
tensione dell'anima verso Dio indica semmai una dismisura, il bisogno di
tendersi -; di un uomo ansioso e laborans,
che si affatica, che patisce e si aliena proprio quando è faber di sé e del
proprio mondo.
E',
quello moderno, un universo intellettuale, morale, e sociale che nasce dalla
dissociazione e della tensione fra uomo e natura, e quindi sotto il segno non
del bello ma dell'utile, non dell'armonia ma dell'esattezza, non della misura
ma della misurazione, non della bellezza ma della libertà vuota. la
"libertà da". E di conseguenza nella politica moderna
non domina la sensazione - la concretezza corporea, l'aisthesis ma la funzione; non la presenza concreta ma la
rappresentanza; e quando il lessico politico parla di "forma" intende
non l'ordine bello, l'armonia, kosmos, ma
l'ordine artificiale, la costruzione della
taxis, che ne è l'antitesi. Non a caso il pensiero moderno è consapevole
che la vita associata non è armoniosa ma conflittuale, che è il lavoro, la
fatica, a fare la storia; che è il servo, e non il signore, a possedere le
chiavi del destino.
Eppure,
anche la bellezza trova posto nella modernità.
In primo luogo come patrimonio naturale o artistico destinato alla
fruizione e al godimento privato, o almeno individuale: collezioni private o
musei pubblici, parchi signorili o riserve statali, servono infatti ai singoli,
per ritemprarsi. Svolgono quindi un
ruolo non immediatamente politico fungendo da compensazione emotiva delle
fatiche della prassi. Un ruolo
decorativo, quindi.
Ma
la bellezza ha conosciuto anche un ben più immediato rilievo politico. La nostalgia dell'Ellade perduta,
dell'armonia spezzata dell'uomo con sé, con gli altri, con la natura, il
rimpianto della felicità e della luminosa gloria dei corpi, attraversano come
un filo rosso la politica moderna, e costituiscono una controforza rispetto al
disincanto dominante. Le utopie
rinascimentali della città armoniosa, la sensibilità politica - a tratti
classica, a tratti
romantica
- di Rousseau; i sogni dei romantici, da Novalis a Schlegel a Hölderlin, di
una politica capace di bellezza e di pienezza armonica; la stessa critica di
Marcuse al capitalismo ne sono esempi.
Alla
fruizione individuale del bello, e alle utopie della "bella
politica", si deve poi aggiungere l'uso retorico, monumentale, del bello
da parte del potere. Che è proprio
tanto delle democrazie quanto dei totalitarismi,
che m modi e con fini diversi cercano attraverso il bello (l'architettura, i
manifesti, le cerimonie collettive, il cinema) di ottenere consenso, di
cementare solidarietà nei cittadini, o di escludere il nemico interno (brutto e
cattivo come gli ebrei della propaganda nazista, e i capitalisti raffigurata
dai bolscevichi). Un uso strumentale e
distorto, spesso goffo o insopportabile - kitsch,
appunto -, che tuttavia testimonia che il valore socializzante della
bellezza, la sua capacità di far stare insieme l'individuale e il collettivo,
il soggetto e l'oggetto, l'uomo e la natura, ha ancora una sua efficacia.
Oggi, nel tempo in cui la civiltà moderna è per tanti segni in grave crisi, avanza da più parti l'esigenza di pensare la politica anche in termini di concretezza e di bellezza. E giusto; ma si deve raccomandare la sobrietà; non solo per evitare le retoriche totalitarie, o lo scadimento consumistico nella fitness di massa, ma anche perché è stridente e dissonante cercare la bellezza politica nel mondo sfigurato dalle guerre, dai terrorismi, dalla miseria, dagli sfruttamenti e dalle dittature. Piuttosto che essere un tema politico all'ordine del giorno, la bellezza esprime ancora la speranza, e l'esigenza, che il singolo, la società e la natura possano veramente riconciliarsi.