![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 SETTEMBRE 2002 |
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Un saggio sulla storia del pensiero che nasce dallo stupore
Scrive
Platone nel Teeteto: «Ed è proprio
del filosofo essere pieno di meraviglia; né altro cominciamento ha il
filosofare che questo essere pieno di meraviglia». Gli fa eco Aristotele nella Metafisica:
«Gli uomini hanno incominciato a filosofare, ora come in origine, a causa
della meraviglia». Jeanne Hersch,
scomparsa novantenne nel 2000, dopo aver insegnato per vent'anni all'Università
di Ginevra e aver diretto la divisione di filosofia dell'Unesco, ha scelto
proprio la meraviglia quale chiave interpretativa del plurisecolare cammino del
pensiero occidentale e ha scritto un libro tanto interessante quanto godibile,
il cui titolo originale francese, Létonnement
philosophique. Une histoire de la
philosophie, è stato opportunamente tradotto in italiano Storia della filosofia come stupore (Bruno
Mondadori, pagg. 346, euro 21,50).
Lo
stupore filosofico è qualcosa che ha direttamente a che fare con la voglia e la
capacità di porsi degli interrogativi.
A prima vista, farsi delle domande sembra un'attività facile; in realtà
non lo è: richiede di non accontentarsi di quello che si presenta come evidente
e immediatamente percepibile, ma di andare oltre. Prendiamo per esempio la celebre questione dell'arché che, in genere, viene considerata la più antica di
tutta, la storia della filosofia: circa seicento anni Prima di Cristo, in Asia
Minore, alcuni uomini si chiesero se esistesse un Principio, una realtà prima e
ultima, inizio e fine di tutte le cose, in grado di governare e reggere
l'intero universo. Scrive a questo
proposito la Hersch: «La prima domanda posta dalla scuola di Mileto fu allora:
"Qual è la sostanza che permane attraverso il cambiamento?". Può il lettore di oggi immaginare la
straordinaria radicalità di una simile domanda, quando fu posta per la prima
volta?». La risposta è negativa, per
due motivi contrari e tuttavia convergenti: primo, perché oggi sembra sempre
più affermarsi una mentalità improntata alla superficialità e alla banalità,
mentre si va perdendo il gusto per i problemi difficili che esigono impegno e
passione; secondo, perché, come suggerisce la Hersch, «noi viviamo nell'età
della scienza, convinti di sapere quasi tutto, o almeno di poter sapere tutto»;
in realtà - annota ancora l'autrice «non basta essere i contemporanei di grandi
scienziati per sfuggire all'ignoranza».
L'autentica
filosofia è rimasta sempre fedele alla lezione degli antichi maestri di Mileto:
la Hersch ha buon gioco nel dimostrare che i maggiori protagonisti della storia del pensiero occidentale -
Platone e Aristotele, Sant'Agostino e San Tommaso, Cartesio e Spinoza, Kant e
Hegel, Marx e Freud, Bergson e Kierkegaard, Nietzsche e Heidegger sono stati
uomini dello stupore, le cui dottrine altro non sono che risposte geniali agli interrogativi suscitati
dalla meraviglia che ne Hersch s'impossessò della loro mente.
Interpretata in tale prospettiva non tradizionale, la storia della filosofia perde il carattere di mera rivisitazione del passato e acquista l'aspetto di una sfida attuale, che la Hersch volutamente lancia al lettore: «Essere capaci di stupirsi è proprio dell'uomo. Si tratta allora di suscitare di nuovo quello stupore. Grazie all'esempio altrui, il lettore ritroverà, così almeno spero, la propria capacità di stupirsi». E - aggiungiamo noi - troverà pure la conferma dell'affermazione secondo la quale ogni uomo è, più o meno consapevolmente, filosofo.