RASSEGNA STAMPA

11 SETTEMBRE 2002
PIER PAOLO BENEDETTO
Ricossa, liberista solitario

All´Unione Industriale studiosi e ammiratori hanno festeggiato l´economista torinese che ha lasciato l´insegnamento universitario

 
C´è stato un tempo in cui di Sergio Ricossa se ne sono dette d´ogni tipo: che era un «liberista selvaggio», un «rottame della vetero economia», l´hanno persino definito «triste» ed anche «troppo liberale» collocandolo, politicamente insultando, a «destra».
Deve aver pensato, allora, al poeta: «Non ti curar di lor, ma guarda e passa». Però deve aver sofferto anche se non l´ha dato a vedere: com´è nello stile di quest´uomo schivo, non collocabile per definizione né da una parte né dall´altra perché fedele a se stesso, alle idee di cui è stato portatore, alla scienza che ha insegnato con garbo dalla cattedra universitaria raccogliendo negli anni la stima diffusa di non molti allievi ma di uno sterminato e crescente numero di seguaci. Ieri deve aver pensato ad un passato speso bene, ai talenti non buttati al vento, attorniato dalla schiera degli ammiratori che l´hanno festeggiato al centro congressi dell´Unione Industriali gremito di pubblico e studiosi venuti anche dall´Estero. Così ci si è accorti che Ricossa, il bistrattato, Ricossa dalla penna agile e dal pensiero forte ha fatto onore alla nostra università, agli studi accademici, alla scienza economica, alla stessa città che da sempre lo ospita. Ci si è accorti che il «professore» (e non da oggi, soltanto) ben si colloca nella eletta compagnia dei classici (tra questi basterà citare Luigi Einaudi) che hanno tenuto cattedra nella gloriosa Università che egli adesso lascia per i raggiunti limiti di età. Chi lo frequenta ne conosce l´indole schiva, il pudore, l´amore per la pittura che coltiva ben oltre l´hobby tanto che qualcuno pare indeciso se definirlo un artista prestato all´economia o un economista prestato all´arte. Il giorno che decidesse a mostrare in pubblico le sue opere sarebbe una lieta sorpresa, dimostrazione evidente che l´appartato Ricossa ha spaziato e continua a spaziare ben oltre i confini della materia che gli è più congeniale. Del resto basta leggere una sua qualsiasi pagina per cogliere pertinenti riferimenti di letteratura e di filosofia, di aneddotica colta e attualità finanche comica. L´averlo definito «triste» è quanto di più errato si possa immaginare. L´attacco del suo «Impariamo l´economia» è un esempio di prosa ironica, persino scanzonata: «Volete mettere in imbarazzo un economista? Volete contrastarne la probabile sicumera? Chiedetegli a bruciapelo di definire esattamente la materia economica, l´oggetto della sua scienza. Ed egli annasperà, come annaspo io in questa prima pagina del libro che sto scrivendo». Poco più avanti dopo aver citato Marx e Keynes richiama l´esempio di Robinson Crusoe, l´etica romana, il ruolo di Cicerone e chiude dopo appena tre pagine con un bon mot di Oscar Wilde: «Datemi il superfluo, rinuncerò al necessario». Un amico per sottolineare questa caratteristica ha detto: «Lo immagini un Accademico dei Lincei che ride? Lui sa ridere». Non è poco. Pur essendo uno dei più autorevoli continuatori del pensiero economico che parte da Mises e passa per von Hayek ci si rammarica che attorno a sé non abbia radicato come suol dirsi, una «scuola». «Sarebbe un controsenso, farebbe torto al suo stile» ribattono gli estimatori. Perché Ricossa ha fatto della tolleranza, virtù: mai avrebbe imposto o sognerebbe di imporre un proprio punto di vista, una personale teoria, tanto è il rispetto dei punti di vista e delle convinzioni altrui. Cosicché pare davvero appropriato affermare che «ricossiani» (e liberisti) non si diventa nelle aule, ma ci si arriva magari dopo lunghi percorsi individuali, per rimanere tali tutta la vita. Nel solco del liberismo (che non va frainteso con conservatorismo) è l´individuo che deve acquisire il privilegio della propria responsabilità; in parole più semplici spetta al singolo formarsi un carattere, assegnarsi un ruolo. Quindi suonano ottimistiche parole come dovere, dignità, responsabilità. E a noi pare di cogliere una nota tipicamente subalpina, una eco di chiaro timbro gobettiano (il doverismo!). Tollerante, Ricossa ma per nulla disposto a cedere sui principi e ai personali convincimenti: così ha attraversato non poche bufere, sapendo di stare dalla parte giusta, quella di chi pensa con la propria testa. Liberal autentico dalle idee nette che ha camminato sempre tenendo la schiena dritta.
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