RASSEGNA STAMPA

10 SETTEMBRE 2002
EDOARDO BONCINELLI
Così Bergson ci mostra il cuore del tempo
Bergson è uno dei maggiori filosofi della modernità. Profondo, originale e straordinariamente leggibile. Non a caso nel 1928 ricevette il premio Nobel per la letteratura, suscitando meno scandalo di quanto abbiano fatto tante altre assegnazioni dello stesso riconoscimento. Riesce a dare alle sue argomentazioni, vere e proprie perorazioni a sostegno delle sue tesi, un genuino sapore di ricerca e di esplorazione poetica del profondo, qualcosa che ricorda le ricognizioni e le agnizioni che compirà di lì a poco Marcel Proust, più giovane di una decina d'anni. Anche se oggi non figura fra i filosofi più amati, Bergson ha goduto in passato di una grande notorietà grazie soprattutto alle sue riflessioni sull'evoluzione creatrice. Molto più profonde e attuali sono però le sue osservazioni sulla natura del numero, sulla coscienza, sul tempo e sul rapporto fra la memoria e la realtà. Fra le sue opere ho sempre preferito il Saggio sui dati immediati della coscienza appena uscito da Cortina. L'avevo letto a vent'anni quando, affondato nei libri, cercavo la mia strada e l'ho riletto adesso, sessantenne sempre impegnato a ripensarsi. In entrambe le circostanze l'ho trovato nitido, profondamente originale e stimolante.
Il suo modo di affrontare le questioni è opposto a quello tipico della scienza, almeno della scienza di oggi. Ma è proprio questa differenza, questa non commistione con l'impostazione e le conclusioni della scienza che me lo rende ben accetto e trovo il suo approccio più costruttivo di quello di coloro che si accostano al modo di pensare della scienza solo per creare confusione. Bergson va per la sua strada - anche se è tutt'altro che ignaro di ciò che sta succedendo ai suoi giorni in campo scientifico - e arriva a proporre punti di vista originali, capaci di arricchire il lessico e le argomentazioni della riflessione sul reale. Famosa è la sua distinzione fra tempo e durata che costituisce la parte centrale del saggio. Il nostro autore vuol arrivare all'essenza del tempo e ritiene che ciò possa essere fatto solo smantellando alcune strutture mentali che impediscono la riuscita dell'impresa. La prima di queste è per Bergson la concezione del tempo come una trasposizione di quella di spazio: il tempo come retta da percorrere. Anche se questa retta è unidimensionale e si può percorrere in una sola direzione è pur sempre una retta, cioè una metafora spaziale. Il tempo interno non è così e può essere meglio individuato identificandolo con la durata, una sensazione qualitativa e soggettiva irriducibile. La durata non è misurabile né commensurabile, perché non è internamente omogenea. È una successione eterogenea di stati d'animo dalla quale non si può uscire per contemplarla, confrontarla e commisurarla. Anche se questo farebbe enormemente comodo. E qui Bergson ha un colpo d'ala che lo solleva d'un balzo al di sopra di tanti lividi rosicatori dell'edificio scientifico. Lui resta della sua idea e l’approfondisce, ma mostra di non essere così ingenuo, sprovveduto o consapevolmente negligente da non vedere le ragioni del punto di vista pratico-scientifico. Sono due punti di vista diversi, non riducibili l'uno nell'altro, perché diversi sono gli assunti di partenza e gli scopi. Ciò non toglie che alle osservazioni bergsoniane sulla durata e sullo scorrere del tempo debbano molto tanto l'odierna sperimentazione neuropsicologica quanto quella letteraria.
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