Così Bergson ci mostra il cuore del
tempo
Bergson è uno dei maggiori filosofi della modernità. Profondo,
originale e straordinariamente leggibile. Non a caso nel 1928 ricevette il
premio Nobel per la letteratura, suscitando meno scandalo di quanto abbiano
fatto tante altre assegnazioni dello stesso riconoscimento. Riesce a dare alle
sue argomentazioni, vere e proprie perorazioni a sostegno delle sue tesi, un
genuino sapore di ricerca e di esplorazione poetica del profondo, qualcosa che
ricorda le ricognizioni e le agnizioni che compirà di lì a poco Marcel Proust,
più giovane di una decina d'anni. Anche se oggi non figura fra i filosofi più
amati, Bergson ha goduto in passato di una grande notorietà grazie
soprattutto alle sue riflessioni sull'evoluzione creatrice. Molto più profonde
e attuali sono però le sue osservazioni sulla natura del numero, sulla
coscienza, sul tempo e sul rapporto fra la memoria e la realtà. Fra le sue
opere ho sempre preferito il Saggio sui
dati immediati della coscienza appena uscito da Cortina. L'avevo letto a
vent'anni quando, affondato nei libri, cercavo la mia strada e l'ho riletto
adesso, sessantenne sempre impegnato a ripensarsi. In entrambe le circostanze
l'ho trovato nitido, profondamente originale e stimolante.
Il suo modo di affrontare le questioni è opposto a quello tipico della scienza,
almeno della scienza di oggi. Ma è proprio questa differenza, questa non
commistione con l'impostazione e le conclusioni della scienza che me lo rende
ben accetto e trovo il suo approccio più costruttivo di quello di coloro che si
accostano al modo di pensare della scienza solo per creare confusione. Bergson
va per la sua strada - anche se è tutt'altro che ignaro di ciò che sta
succedendo ai suoi giorni in campo scientifico - e arriva a proporre punti di
vista originali, capaci di arricchire il lessico e le argomentazioni della
riflessione sul reale. Famosa è la sua distinzione fra tempo e durata che
costituisce la parte centrale del saggio. Il nostro autore vuol arrivare
all'essenza del tempo e ritiene che ciò possa essere fatto solo smantellando
alcune strutture mentali che impediscono la riuscita dell'impresa. La prima di
queste è per Bergson la concezione del tempo come una trasposizione di quella
di spazio: il tempo come retta da percorrere. Anche se questa retta è
unidimensionale e si può percorrere in una sola direzione è pur sempre una
retta, cioè una metafora spaziale. Il tempo interno non è così e può essere
meglio individuato identificandolo con la durata, una sensazione qualitativa e
soggettiva irriducibile. La durata non è misurabile né commensurabile, perché
non è internamente omogenea. È una successione eterogenea di stati d'animo
dalla quale non si può uscire per contemplarla, confrontarla e commisurarla. Anche
se questo farebbe enormemente comodo. E qui Bergson ha un colpo d'ala che lo
solleva d'un balzo al di sopra di tanti lividi rosicatori dell'edificio
scientifico. Lui resta della sua idea e l’approfondisce, ma mostra di non
essere così ingenuo, sprovveduto o consapevolmente negligente da non vedere le
ragioni del punto di vista pratico-scientifico. Sono due punti di vista
diversi, non riducibili l'uno nell'altro, perché diversi sono gli assunti di
partenza e gli scopi. Ciò non toglie che alle osservazioni bergsoniane sulla
durata e sullo scorrere del tempo debbano molto tanto l'odierna sperimentazione
neuropsicologica quanto quella letteraria. |