RASSEGNA STAMPA

8 SETTEMBRE 2002
ANDREA LAVAZZA
Ma il pensiero non va

"In Italia i filosofi sono opinion leader, mentre nel mondo anglosassone sono troppo chiusi nello specialismo o nell'accademismo": parla l'inglese John McDowell

All'università di Bergamo, dove da giovedì a sabato scorsi si sono dati convegno i membri della Società italiana di filosofia analitica, era la star indiscussa, complice il forfait improvviso del suo illustre amico di Pittsburgh Robert Brandom. In quella sede qualcuno si è spinto a definirlo uno dei dieci maggiori pensatori viventi, eppure il suo nome è pressoché sconosciuto in Italia e nemmeno troppo noto negli Stati Uniti. "Mi piacerebbe scrivere best seller - dice disponibile eppure riservato John McDowell -. Ma dovrei trovare un modo diverso di scrivere. E, come me, i miei colleghi. In Italia molti filosofi hanno più visibilità perché scrivono su giornali letti da vasto pubblico istruito, cosa che non accade nel mondo anglosassone". Per amor di patria risparmiamo di fargli notare che qualche valido pensatore nostrano è diventa famoso per i pettegolezzi rosa e non per i suoi libri, ignorati quanto quelli di altri professori assurti a opinion leader. Anche le opere di McDowell sono piuttosto ostiche: perciò con lui abbiamo discusso in termini più generali delle "sorti" della filosofia, e di quella analitica in particolare.

La filosofia contemporanea svolge un ruolo nella vita quotidiana? Che cosa significa per lei essere questo specifico tipo di filosofo?

"Se devo essere onesto, la mia filosofia non incide sull'esistenza di tutti i giorni. Si tratta di una filosofia "accademica". Sta nella aule, i miei libri sono scritti per pensatori a tempo pieno. È un fatto che nel mondo anglosassone la filosofia non venga molto letta al di fuori del circolo dei professionisti della disciplina. Il grande pubblico non è interessato alla filosofia. E non è interessato perché essa, per la gente, non fa nessuna differenza. È brutto e deprimente da dire, ma la mia, la nostra filosofia non tocca la vita quotidiana, è "accademica" in senso deteriore. Nel mondo anglosassone i filosofi sono educati a un approccio di questo tipo, conta soprattutto il riconoscimento del gruppo di riferimento".

Si dice che viviamo in un'epoca di relativismo. La sua filosofia si occupa di che cosa e come conosciamo e delle ragioni che possono giustificare la nostra conoscenza. Qual è oggi il destino dell'idea stessa di verità e oggettività?

"Certo, quella attuale può essere definita un'epoca di relativismo. Ci sono correnti filosofiche che combattono l'idea di verità e oggettività. Un esempio sono le posizioni di Richard Rorty (un filosofo diventato famoso proprio per la sua dichiarata volontà di "uscire" dalla filosofia, ndr). Egli vorrebbe convincerci che possiamo fare a meno di verità e oggettività. È in atto un confronto e il destino di questi concetti dipende dall'esito di tale confronto. Se prevale Rorty, non si parlerà più di verità e oggettività. Tuttavia io credo che non accadrà e si dovrà continuare a farvi riferimento. Ne abbiamo bisogno, non disponiamo di idee sostitutive, è necessario poter contare su un criterio per cui si dice che siamo dalla parte della ragione oppure ci sbagliamo".

Lei propone un approccio terapeutico alla filosofia. Ma se si fanno scomparire tutti i problemi, che cosa rimarrà? Il citato Richard Rorty ha lasciato il proprio dipartimento di filosofia per passare a un dipartimento di letteratura, come scelta teoretica. Sarà l'approdo di tutti i filosofi?

"No, non lo credo. Il mio riferimento per la filosofia come strumento terapeutico è Wittgenstein (che nella seconda fase della sua riflessione guardava alla filosofia come mezzo per dissolvere falsi problemi, ndr). Dobbiamo cercare di dare, per così dire, un sollievo temporaneo alle patologie del pensiero, ma esse si ripresenteranno sempre, i problemi filosofici non si esauriranno, né finirà la filosofia come ritiene Rorty. Il nostro compito sarà sempre quello di ripartire da nuovi problemi. Non penso che esista qualcosa di simile a una "cura" definitiva".

Qual è la relazione tra la tradizione analitica e quella continentale? Qualcuno sostiene che lei sia molto vicino allo "stile europeo" di filosofare. È d'accordo?

"So che lo dicono. In generale non mi piace però l'idea di appartenere a correnti principali o secondarie. Il mio dialogo con Jürgen Habermas dimostra che sarebbe meglio non dividere i pensatori in scuole o categorie predefinite. D'altra parte ammetto che non conosco abbastanza la filosofia europea per dare un giudizio fondato sui rapporti tra essa e quella anglo-americana".

Karl Popper e altri filosofi sostengono che la metafisica può essere "influente" per scienza e filosofia anche se non si è veri metafisici: che cosa ne pensa?

"Io credo nella metafisica, quindi la domanda per me non sorge nemmeno. C'è stato un tempo in cui metafisica era diventata un termine negativo. Ciò accadeva anche nella tradizione in cui sono stato educato. Il positivismo logico, che è stato molto rilevante per la nascita della filosofia analitica, fu assai critico contro la metafisica. Ma anche la filosofia analitica è maturata. Quell'opposizione serviva per distinguersi, darsi un'identità. Oggi è stata superata, la metafisica è viva. E si fa molta metafisica descrittiva, analitica: Peter Strawson ne è un esempio importante".

Fede e ragione: che cosa possono dirsi oggi?

"Alle sue origini, la filosofia analitica aveva molta diffidenza, se non avversione, per la religione. Ma, lo ripeto, è avvenuta una maturazione. Anche la fede suscita domande che vanno affrontate filosoficamente e c'è una branca della filosofia analitica - la filosofia della religione - che se ne occupa. Certo sono pochi i cultori negli Stati Uniti. E se in Italia sono ancora meno, ciò dipende, credo, da un fatto puramente contingente. Non legato ai metodi della disciplina".

È possibile oggi essere un filosofo "solitario", noi diremmo dilettante?

"Possibile, ma molto difficile. È necessario essere filosofi professionisti per far parte delle istituzioni, delle strutture accademiche. Inoltre c'è l'aspetto della comunicazione, dello scambio di opinioni. E poi, se non insegni all'università, devi guadagnare in altro modo. Naturalmente vi sono gli eccessi del "professionismo". Al Dipartimento di filosofia di Princeton, per comune ammissione il migliore degli Stati Untiti, si dice che niente scritto più di 15 anni fa merita di essere letto. Bisogna, certo, conoscere i contributi degli altri per scrivere cose utili. Ma la filosofia è definita in termini di tradizione, si deve avere un vivo senso di coinvolgimento nel fare filosofia in sintonia con quello che dimostravano le grande personalità scomparse. Ci sono molte, troppe pubblicazioni. Per scrivere bisogna leggere molto. E io ho scritto pochi libri...".
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