![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 SETTEMBRE 2002 |
|
Al centro degli incontri il lavoro del filosofo francese Etienne
Balibar
"Pensare altrimenti", oltre le istituzioni tradizionali
dell'agire politico
Protagonista
dell'iniziativa di Senigallia sarà il filosofo francese Etienne Balibar; il
tema al centro della scuola, desunto da un lavoro recente di quest'ultimo,
sarà: "L'Europa difficile. I cantieri della democrazia". Ed è
certamente non casuale il fatto che l'inaugurazione della Scuola sia stato
affidata ad Etienne Balibar che è uno dei pochi studiosi che hanno affrontato
con profondità questo tema, sviluppando una ricerca politica che s'ispira a
un'istanza di critica sociale e al ripensamento originale dell'eredità
marxiana.
Ne è prova
il suo volume, che costituisce un po' il libro ispiratore di questo incontro,
"Nous, citoyens d'Europe? " (edizioni La Découverte, Parigi 2001). E'
un libro che, c'è da augurarsi, sia presto tradotto in italiano, come tante
altre opere del filosofo francese, tra le quali vorrei ricordare almeno
l'eccellente volume su "La filosofia di Marx" e l'altro su "Le
frontiere della democrazia" che è l'antecedente diretto del libro di cui
stiamo discorrendo.
In
quest'ultimo vorrei sottolineare innanzitutto il punto interrogativo del
titolo. Infatti, la questione della cittadinanza europea vi appare come il
compito di una reinvenzione della politica che deve fare i conti con
l'incertezza delle frontiere, con la crisi dello Stato nazionale, con le
trasformazioni dell'idea stessa di popolo in società sempre più multietniche e
multiculturali. Insomma con il venir meno dei punti di riferimento che avevano
fornito la coordinate della politica degli Stati nel Novecento e quindi con la
necessità di "pensare altrimenti", potremmo dire con la necessità di
pensare un "altro mondo possibile". Oltre le istituzioni politiche
classiche che hanno legittimato in passato l'agire politico: la città,
l'Impero, lo Stato nazione e lo Stato sociale come variante dello Stato nazionale.
Balibar è
fra quegli intellettuali che hanno fatto seriamente i conti con i mutamenti che
sono alla base della nuova fase politica e che hanno preso posizione per tempo
rispetto ai fenomeni delle migrazioni, del razzismo, dei nazionalismi (si può
ricordare in proposito il suo dialogo con Wallerstein). Per questo la sua
lettura è estremamente utile, perché non indulge mai a semplificazioni sommarie
o a suggestioni puramente mediatiche.
La sola idea
di democrazia oggi praticabile, ma anche la sola che può dare sostanza all'idea
di Europa, in modo ben diverso da una visione mercantile e tecnocratica
dell'Europa così come essa ci si presenta oggi, è quella che si fonda sulla
costruzione, attraverso pratiche politiche e giuridiche che mettono in
questione le forme tradizionali di statualità e la concezione classica della
sovranità, di una cittadinanza universalistica e multietnica. Si tratta di
contrastare apertamente le forme di esclusione che marginalizzano interi
settori della popolazione (gli immigrati, in particolare, ma anche, accanto ad
essi, nuove forme di marginalità e di precarietà), ma nello stesso tempo
occorre battersi contro chi vuole mantenere antiche frontiere e barriere o
costruirne di nuove.
Ciò comporta
un pensiero e delle pratiche politiche che vanno controcorrente rispetto ai
poteri costituiti, ma anche in qualche misura, alle mode culturali: per questo
si parla di "Europa difficile" e di "cantieri della
democrazia"; ma è al contrario una nuova forma di cultura politica che
dovrebbe incontrarsi facilmente con tutte quelle esperienze e quei movimenti
che sono impegnati nella ricerca di forme di agire politico critico, innovativo
e solidale.
Mi limito a
menzionare solamente i quattro cantieri di cui parla Balibar, come contenuti di
una altra Europa (che evidentemente se realizzata avrebbe un'influenza enorme a
livello mondiale): 1. La questione giustizia come costruzione di un ordine
giuridico che vada oltre gli stati nazionali (e comprenda oltre ogni formalismo
anche la tutela dei diritti politici e sociali). 2. La questione lavoro (come
convergenza delle lotte operaie e sociali attorno alla riorganizzazione a
livello europeo del tempo di lavoro, delle forme della produzione e del
conflitto, avente come posta in gioco la riproduzione della vita sociale in
funzione dei bisogni piuttosto che del profitto individuale (a tal proposito
occorrerà pensare alla riarticolazione delle figure del "cittadino" e
del (della) militante, essendo queste ultime le figure moderne della
cittadinanza attiva). 3. La questione della democratizzazione delle frontiere,
intesa come negoziazione planetaria dei movimenti di circolazione e di
migrazione, che porti alla costruzione di un diritto universale di circolazione
e di residenza, che includa la reciprocità degli apporti e dei contatti fra le
diverse culture: più ancora che all'idea di "cittadinanza europea"
bisognerà giungere a quella di "cittadinanza in Europa", vale a dire
alla "costruzione condivisa della cittadinanza da parte degli abitanti
dell'Europa come progresso effettivo nella storia dei diritti dell'uomo".
Il che significa anche ripensare il rapporto fra territorio e popolazione
strappandolo agli schemi della proprietà (inclusa la proprietà statale) e dare
risposte al bisogno reale di sicurezza (eliminando l'insicurezza di chi è
condannato al nomadismo perpetuo e l'ossessione nevrotica dell'identità o della
pseudo-identità etnocentrica). 4. La questione della lingua europea: qui
Balibar dà una risposta che coincide con quella del suo predecessore all'università
di Nanterre, Paul Ricoeur: la vera lingua europea è la traduzione, intesa come
paradigma dell'incontro fra lingue e culture diverse.
Su questo
punto mi fermo, perché su di esso interverrò alla scuola di Senigallia, a
partire da un'antologia di scritti di Ricoeur da me curata (La traduzione. Una
sfida etica, Morcelliana, Brescia 2001). Sottolineo solo l'importanza di questa
convergenza fra due esponenti che appartengono a diverse generazioni e che
affrontano questo tema in modo indipendente l'uno dall'altro.
In
conclusione vorrei ricordare l'affermazione di Balibar: o l'Europa unita sarà
più democratica degli Stati nazionali o non sarà affatto; questa ultima ipotesi
di carattere pessimistico non è per nulla esclusa, ma la posta in gioco di una
formazione alla cittadinanza europea è anche e sopratutto questa lotta per la
democrazia.